mercoledì 6 dicembre 2017

L’assedio dei cinghiali: caos, danni e spese ingenti per non risolvere il problema

Quando il Parco spendeva 1.400 per abbattere ogni cinghiale (più gli indennizzi)

ABRUZZO. I cinghiali nei parchi d’Abruzzo: per ridurre la popolazione si è deciso di usare le gabbie per poi abbatterli e portarli al macello.


Un modo per arginare la presenza massiccia degli animali selvatici, che spesso si spingono sulle strade e nei centri abitati, creando anche parecchi danni alle imprese agricole del territorio. Non rarissimi anche gli investimenti in incidenti stradali.

Del caso che sta investendo il Parco della Majella si è occupato anche la trasmissione ‘Indovina chi viene dopo cena’, spin off della trasmissione Report, su Rai 3.

Come ha spiegato Simone Angelucci, veterinario dell’Ente, il cinghiale è stato introdotto sul territorio, a scopo venatorio, negli anni 60 e anni 70. Prima, praticamente, non c’erano.

In pratica per accontentare i cacciatori si sono spesi soldi per riportare i cinghiali e oggi se ne spendono altri per contenerli.

«Dove ci sono i predatori questa proliferazione viene contenuta», ha spiegato Angelucci. «Grazie alla presenza di lupi qui c’è una situazione di equilibrio: 100 lupi per 750 chilometri quadrati organizzati in una decina di branchi che esercitano pressione predatoria importante».

Quello che accade nel Parco del Gran Sasso, invece, è perfettamente ricostruito in una relazione tecnica di Federico Striglioni che PrimaDaNoi.it ha letto integralmente.

Nella relazione si analizza come negli anni si sia tentato di risolvere il problema, con le Province che hanno investito notevoli risorse per corsi di formazione per l'abilitazione alla caccia di selezione ma in realtà non c'è stata nessuna modifica sostanziale.


UNA MAREA DI SOLDI

E si sono spesi una marea di soldi: nel 2003 e 2004 sono state effettuate 12 ‘girate’ di controllo sperimentali (tecniche di caccia) e sono stati abbattuti complessivamente 54 cinghiali ovvero 4,5 capi per ogni girata. Sono stati esplosi 100 proiettili per abbattere 33 cinghiali.

«Dunque per eliminare gli oltre 8.000 cinghiali catturati tramite recinti nel periodo 1999-2015», analizza Striglioni, «si è calcolato che si sarebbero dovuti esplodere più di 24.000 colpi di arma da fuoco».

Decisamente troppi, come troppi sono i rischi per il disturbo dell'ambiente e di eventuali incidenti per i frequentatori delle aree protette.

È andata decisamente peggio pure con l'abbattimento selettivo con carabina da appostamento fisso, una tecnica che è stata sperimentata nel Parco nell'estate del 2006 per 73 giornate.

«C'è stato un ingente dispendio di risorse umane ed economiche e risultati deludenti», si legge nella relazione tecnica: appena 63 cinghiali abbattuti per un costo imputato all'ente parco di 1400 euro per ogni animale ucciso.

Poi si è arrivati alla scelta di utilizzare le gabbie-trappole di cattura che al momento sembrano essere il sistema più favorevole nel rapporto costi-benefici, con i minori impatti sugli ecosistemi del parco e per l'assenza di ogni rischio per l'incolumità pubblica.

In pratica le gabbie vengono sistemate tra la vegetazione, munite di un sofisticato congegno di scatto con chiusura a ghigliottina, innescato dal movimento del cinghiale catturato. Nella gabbia viene posizionata un’esca costituita da ortaggi e frutta ma anche mais per attirare l’animale che, in verità, ben si adatta a qualsiasi tipo di cibo.



SALVAGUARDARE GLI ANIMALI DEL PARCO

Il Parco del Gran Sasso ha puntato su questa soluzione anche calcolando che eventuali errori o incidenti legati all'utilizzo di armi da fuoco in territorio protetto avrebbero potuto avere conseguenze inaccettabili per l'Ente, ad esempio l'uccisione di un orso o il coinvolgimento di persone che potevano venire accidentalmente colpite.

«Anche perché c'è da considerare», analizza il tecnico nella relazione, «che le carabine utilizzate per gli abbattimenti selettivi hanno una gittata che può arrivare anche ad una distanza di 4 km e quindi avere conseguenze assolutamente imprevedibili».

I rischi di errore vengono ritenuti alti anche perché le operazioni vengono effettuate al crepuscolo in condizioni di luce non ottimale .

Per l'abbattimento con la carabina, secondo i rilievi dei tecnici, non ci sono zone del Parco sicure che offrono garanzie per l'incolumità pubblica e anche periti balistici confermarono la impossibilità di certificare la sicurezza dei siti di sparo.

«Nel 2006», è annotato nella relazione tecnica, «non sono mancati i problemi quando i selecontrollori non rimanevano fermi nei siti di sparo loro assegnati ma si spostavano in punti che giudicavano più idonei per seguire i cinghiali. In un caso si vede anche un selecontrollore che si sposta ed esplode 6 colpi di carabina senza colpire nessun cinghiale in direzione della strada statale salaria. Era una sera di luglio c'era ancora luce e la statale era trafficata».

La tecnica da sparo non piace ormai da 15 anni ai vari consigli direttivi, direttori, presidenti e commissari che si sono avvicendati alla guida dell'ente e che si sono occupati del problema.



I DANNI AL PATRIMONIO

Sta di fatto che la presenza del cinghiale crea danni al patrimonio agricolo: il picco si è registrato nel 2011 con oltre 725 mila euro di indennizzi, poco meno l'anno successivo con 647 mila euro.
Anni da dimenticare anche il 2007 e il 2010.
Nel 2015, ultimo anno disponibile nella relazione tecnica, si è arrivati a 578 mila euro.
Ma la distribuzione dei danni non riguarda soltanto il territorio del parco ma anche la zona fuori dal perimetro dell'area protetta, ai confini con l’Ente.
Si calcola che il fenomeno riguardi anche e fasce collinari attigue alle aste fluviali e si spinge fino ad oltre 30 km dal confine dell'area protetta.

Nel corso delle ultime riunioni del Parco che ha affrontato la questione il vicepresidente ha evidenziato che il problema esiste e le gabbie di cattura «non bastano, bisogna trovare strade alternative».

Secondo Stefano Allavena, però, il problema esiste ma la situazione all'interno è migliore di quella fuori anche perché nell'area protetta ci sono in funzione recinti di cattura «molto efficienti» e si stima il prelievo di «centinaia di esemplari ogni anno». La caccia come metodo di controllo, proprio secondo Allavena, è da evitare in quanto il Parco è intensamente frequentato da escursionisti, ricercatori di funghi e tartufi ma anche fotografi. E c’è pure il rischio che i selecontrollori possono uccidere i cervi, caprioli, lupi, orsi di passaggio oltre a disturbare la fauna.
Un danno troppo grande.
Insoddisfatti da tempo, ormai, gli imprenditori del settore agricolo che vorrebbero essere maggiormente tutelati.


«MANCA IL BREVETTO DELLE GABBIE»

Come Dino Rossi del Cospa: «il Parco si è impuntato sull’utilizzo delle gabbie di cattura su indicazioni di Federico Striglioni, Project manager del progetto Life, gabbie non a norma e non brevettate, tanto da subire modifiche in corso d’opera a seconda dei danni provocati alla fauna durante la cattura, senza tenere conto della sicurezza dell’operatore al quale viene affidata l’attrezzatura per la cattura degli animali selvatici. Ancora oggi, dopo anni di utilizzo di questi metodi, oltre che a risultare inefficaci sono privi di brevetto. Ormai nelle aree parco», continua Rossi, «è praticamente impossibile coltivare come gli anni passati rimasto un ricordo per le persone più anziane. Una volta la selezione delle sementi venivano fatte in alta montagna, i contadini si scambiavano i raccolti, oggi sono costretti a rivolgersi alla multinazionale Monsanto (la più grande rivenditrice di sementi agricole al mondo, ndr), determinando la scomparsa di molte varietà di cereali e legumi autoctoni».

Alessandra Lotti

lunedì 6 novembre 2017

Acciano (Aq): cervo e capriolo scuoiati. Pubblicati i nomi dei tre cacciatori scoperti dai Carabinieri.

L’AQUILA - La procura della Repubblica di Sulmona (L’Aquila) ha iscritto sul registro degli indagati Carmine Santilli, (classe '79) Antonio Cercarelli, (classe '67), e Diego Pace, (classe '79), tutti e tre di Acciano (L’Aquila), nell’ambito dell’inchiesta scattata dopo il blitz dei carabinieri della stazione di Castelvecchio Subequo (L'Aquila) della Compagnia di Sulmona che qualche giorno hanno individuato in un locale un cervo e un capriolo appena cacciati e scuoiati dai bracconieri all’interno di un locale.

Le ipotesi di reato contestate sono di esercizio di caccia di specie protette e detenzione di animali selvatici appartenenti a specie protette.

Le indagini dei carabinieri, comunque, continuano per verificare se possano emergere altre responsabilità e soprattutto se, come sospettano fonti investigative, l’episodio faccia parte di un fenomeno preoccupante sul territorio.

Dai primi accertamenti dei militari è emerso che tutto fosse riconducibile ai tre soggetti che avevano ucciso le prede all’imbrunire, trasportandole poi nel garage per prepararle alla macellazione.

Con l’ausilio di personale del servizio veterinario della Asl dell’Aquila, i carabinieri hanno proceduto al sequestro delle carcasse, poi trasferite presso l’Istituto zooprofilattico di Avezzano (L’Aquila) per le analisi e il successivo smaltimento, e a denunciare i tre cacciatori.

Sequestrato anche il fucile utilizzato per la caccia di frodo con le munizioni e sofisticati congegni di mira mentre, in via cautelare, ai cacciatori sono state ritirate tutte le altre armi legalmente detenute per le successive valutazioni delle autorità sulla sospensione o revoca delle licenze rilasciate.

Fonte: abruzzoweb.it del 06 novembre 2017

giovedì 2 novembre 2017

Acciano (Aq). Beccati mentre scuoiano un cervo e un capriolo. Ad un cacciatore dei 3 sono ritirate tutte le altre armi legalmente detenute.



Acciano (Aq). Nella serata di ieri hanno trovato, in un locale, un cervo ed un capriolo appena cacciati e scuoiati.

Tre le persone sospetrate che avrebbero ucciso le prede all’imbrunire, trasportandole poi nel garage preparandole per la macellazione. Sul posto sono stati rinvenuti i 2 animali di specie protetta appesi, scuoiati, privi del capo e gli arnesi utilizzati per ammazzarli. I Carabinieri, con l’ausilio del personale veterinario della Asl, hanno sequestrato le carcasse per il trasferimento presso l’istituto zooprofilattico di Avezzano (Aq), per le analisi e lo smaltimento. Sotto sequestro anche il fucile forse utilizzato per la caccia di frodo con munizionamento e congegni di mira sofisticati. Cautelativamente ad un cacciatore dei 3 sono ritirate tutte le altre armi legalmente detenute per le successive valutazioni in merito alla sospensione o revoca delle licenze rilasciate. I tre uomini sono deferiti, in stato di libertà, alla procura della Repubblica di Sulmona per caccia di fauna selvatica protetta.


Fonte: report-age.com del 02 novembre 2017

giovedì 19 ottobre 2017

L'Aquila, assalito dal cinghiale a cui aveva sparato: grave cacciatore

Incidenti provocati dai cinghiali: la regione Abruzzo condannata a risarcire gli automobilisti

Incidenti provocati dai cinghiali: la regione Abruzzo condannata a risarcire gli automobilisti
La Regione Abruzzo è stata condannata in appello a risarcire i danni subiti alle autovetture degli automobilisti che hanno avuto incidenti causati dalla presenza di cinghiali e altra fauna selvatica sulle strade.

L’avvocato Michele Accettella (foto) di Francavilla al Mare, insieme ai colleghi Angelo Manzi e Alderico Di Giovanni del foro di Lanciano, dopo aver ottenuto numerose sentenze favorevoli dei vari giudici di pace del territorio abruzzese ha vinto i due appelli presso il tribunale dell'Aquila, che hanno confermato le sentenze di primo grado costituendo un precedente quasi unico in materia.

"Queste pronunce sono importantissime perché, oltre a ribadire il principio, riconosciuto ormai dalla giurisprudenza maggioritaria, della responsabilità della Regione quale Ente preposto al controllo della fauna selvatica, entrano nel merito della questione, statuendo l'avvenuta prova di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito aquilano ex art. 2043 c.c., applicabile in materia di danni da fauna" commenta l'avvocato, da anni impegnato in materia di risarcimento per danni da sinistro stradale derivanti da fauna selvatica, in particolare cinghiali.

Fonte: chietitoday.it del 16 ottobre 2017


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lunedì 9 ottobre 2017

Il WWF elogia la scelta dell’Abruzzo di impedire la caccia a settembre

Comunicato dell’8 ottobre 2017 
 

Ieri l’ennesima vittima della caccia nel cosentino. Nello scorso mese 5 morti e 9 feriti

Il WWF elogia la scelta dell’Abruzzo di impedire la caccia a settembre

Una bambina colpita nel giardino di casa. Il problema degli spari nei pressi di zone abitate


 
La notizia del cacciatore ucciso accidentalmente in provincia di Cosenza da un collega, riporta nuovamente l’attenzione sul gran numero di incidenti che costellano ogni anno la stagione venatoria. Al di là delle singole tragedie (il giovane colpito al volto nelle campagne cosentine lascia nella disperazione la moglie incinta di cinque mesi di un bambino che non conoscerà mai suo padre), il problema per la pubblica incolumità rappresentato dalla caccia è di notevole impatto e purtroppo spesso incoscientemente sottovalutato.

L’Abruzzo quest’anno, con una scelta di civiltà, ha impedito, unica regione italiana, la caccia nel mese di settembre. Non è ancora sufficiente perché non sono state poste ulteriori limitazioni, in particolare in un periodo siccitoso come quello che stiamo vivendo e dopo un’estate tormentata dagli incendi, e soprattutto perché sono state comunque autorizzate battute di caccia al cinghiale mascherandole come “caccia di selezione” in periodi e luoghi non adatti a questo tipo di attività. Ma è comunque almeno qualcosa.

Alla luce di quanto accaduto durante quel mese, il WWF dà dunque atto al presidente D’Alfonso, all’assessore Pepe, alla Giunta e al Consiglio regionale di aver fatto la scelta giusta, anche e soprattutto per la pubblica incolumità.

Secondo i dati raccolti dall’Associazione vittime della caccia (AVC), relativi appunto ai disastri provocati dai fucili in tutto il resto d’Italia nel mese di settembre, sono state infatti 14 le persone colpite dai proiettili, 5 delle quali morte, mentre tra i feriti c’è anche una bambina. Scendendo in dettaglio in meno di un mese (la stagione è iniziata il 17 settembre ma ci sono state preaperture in diverse regioni) l’AVC segnala tra i cacciatori 5 morti e 7 feriti, cui vanno aggiunti 2 feriti non cacciatori, colpiti accidentalmente. Tra questi la bambina di cui si diceva, raggiunta dai proiettili nel giardino di casa.

Quest’ultimo problema (la caccia in prossimità di aree abitate) è presente anche in Abruzzo. I cittadini lo segnalano frequentemente al WWF – ad esempio dalle contrade Cese di Avezzano e Collalto di Pianella -, anche per la cosiddetta caccia di selezione, che dovrebbe essere svolta sotto rigido controllo delle autorità, cosa che non sempre avviene a causa delle difficoltà nella fase di riorganizzazione dei Carabinieri-Forestali e delle Polizie provinciali.

Dal computo delle vittime sono ovviamente esclusi gli animali non cacciabili che vengono uccisi in gran numero a dispetto di divieti, anche in questo caso per carenze nei controlli.

L’Abruzzo quest’anno ha limitato i danni. L’auspicio è che nelle prossime stagioni possa fare qualcosa di più ricordando sempre che la fauna è patrimonio di tutti e non bersaglio di una minoranza armata.

WWF Italia Onlus, Abruzzo
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venerdì 6 ottobre 2017

Cermignano (Te). Cacciatore spara a una pietra e si ferisce


Un altro incidente di caccia nelle campagne teramane, il secondo nel giro di due giorni dopo quello avvenuto domenica Campovalano. Questa volta l’incidente è avvenuto nelle campagne di Cermignano, in particolare nella zona di Monteverde. Un cacciatore di 59 anni di Notaresco è rimasto ferito nel pomeriggio di ieri dalle schegge di un colpo di fucile. Secondo una prima ricostruzione, il colpo partito accidentalmente dall'arma, avrebbe centrato una pietra, frantumandosi in tante schegge, alcune delle quali hanno raggiunto il cacciatore all'addome e ad una gamba. L'uomo è stato immediatamente soccorso dai compagni e poi dal personale del 118 . L’uomo è stato trasportato in ambulanza all’ospedale Mazzini e qui ricoverato anche se le sue condizioni, fortunatamente, non sono gravi. Domenica pomeriggio un altro cacciatore si è ferito nelle campagne di Campovalano: in questo caso l’uomo si è accidentalmente sparato un colpo alla gamba. L’uomo è stato prima soccorso dalle persone che erano con luin e successivamente dall’ambulaza del 118 arrivata sul posto.
 

Campli, incidente di caccia: ferito dal colpo di fucile che porta in spalla

Dal fucile che porta in spalla parte un colpo accidentale che lo ferisce alla gamba.

Un uomo di 53 anni di Campli, nel pomeriggio di oggi, è rimasto ferito in maniera accidentale mentre era impegnato in una battuta di caccia nelle campagne di Campovalano. La dinamica esatta dell’incidente di caccia, in ogni caso, è ancora al vaglio dei carabinieri della locale stazione.

In ogni caso, il 53enne è rimasto ferito, in maniera non grave, da un colpo di arma da fuoco partito dal suo stesso fucile, che poi lo ha colpito al polpaccio della gamba sinistra. Il cacciatore è stato immediatamente soccorso e trasferito all’ospedale di Teramo. Successivamente ricoverato nel reparto di ortopedia con una prognosi di 30 giorni.

Fonte: cityrumoprs.it del 01 ottobre 2017

giovedì 14 settembre 2017

Cambia la Commissione Caccia della Provincia di Chieti. Il WWF aveva presentato alla Regione una formale diffida.

Comunicato del 5 settembre 2017

Il WWF aveva presentato alla Regione una formale diffida, l’11 agosto scorso, segnalando la mancata presenza di un laureato in scienze biologiche o naturali, obbligatoria per legge

Cambia la commissione che abilita all’esercizio venatorio in provincia di Chieti

Resta un nodo: sono da annullare tutti gli eventuali provvedimenti assunti da gennaio a oggi


Cambia la composizione della Commissione d’esame per il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio venatorio della Provincia di Chieti. Con una lettera inviata al WWF in questi giorni, il direttore del Dipartimento regionale competente (Politiche dello Sviluppo Rurale e della Pesca), annuncia che «riesaminando il combinato disposto dell’art. 22 della l.r. 10/2004 e dell’art. 22 della l. 157/92, si ravvisa l’esigenza di completare la qualificazione in termini di esperienza e competenza della commissione di cui si tratta; si provvederà pertanto a proporre variazione alla sua composizione elevando a rango di effettivo il membro segnalato dall’Ente produttore di Selvaggina, Franco Perco, unico tra i commissari che la compongono ad essere dotato di laurea nelle materie previste dalla legge n. 157/92».

Il “ravvedimento” nasce da una diffida inviata l’11 agosto scorso dal WWF alla Regione nella quale l’Associazione ricordava appunto che nelle Commissioni per l’abilitazione all’esercizio venatorio, nominate dalle Regioni in ciascun capoluogo di provincia, deve esserci, in base a un obbligo di legge, almeno un componente effettivo laureato in scienze biologiche o in scienze naturali esperto in vertebrati omeotermi, quelli volgarmente detti “a sangue caldo”. Obbligo che non era stato rispettato per la commissione provinciale di Chieti, istituita con DGR n. 21 del 26 gennaio 2017.

Prendiamo atto dell’intervento correttivo, anche se ci dispiace che debba essere una associazione a ricordare a un ente pubblico la necessità di rispettare la legge. Resta infine un nodo: non sappiamo al momento se da gennaio a oggi la Commissione abbia o meno abilitato cacciatori (sarà necessario un accesso agli atti per accertarlo), ma se lo avesse fatto sarà indispensabile annullare ogni provvedimento emesso da una Commissione nominata in palese violazione di legge.


WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

venerdì 11 agosto 2017

Arci Caccia Abruzzo: Le papere della FIdC

Arci Caccia Abruzzo: Le papere della FIdC
La FIDC in Abruzzo aggredisce persone che avrebbe espulso e che sarebbero passate ad altra associazione venatoria. Regione che vai, giudizio che dai! Ancora più incoerente, a dir poco, è che FIDC dica: “siamo un’associazione venatoria che opera senza l’appoggio di animalisti e ambientalisti”. Più che dedicarsi alla caccia sceglie la polemica, FIDC nasconde il rapporto stretto (e tanto) tra FIDC ed “Ekoclub” financo a distribuirne le tessere e ad avere nelle sedi questa associazione ambientalista riconosciuta. Se ci sbagliamo occorre avvisare urgentemente il Ministero dell’Ambiente, affinché ponga rimedio all’improprio riconoscimento dell’Ekoclub e ne siano fatti dimettere dagli ATC e dai CA i rappresentanti che siedono tra gli Ambientalisti.

Il Presidente regionale FIDC, così poco informato, sembrerebbe inoltre essere stato membro degli organismi di controllo di questa associazione ambientalista a lui ignota. Farne parte serviva alla caccia?

Gli iscritti FIDC sapranno sicuramente anche della partecipazione convinta e del sostegno della loro associazione al Tavolo della fauna selvatica con Legambiente, FIdC, ANUU, ARCI Caccia, nonché del lavoro con l’ISPRA o con i Parchi. Stupisce che non ne abbia consapevolezza uno storico dirigente (anche se non dall’età della pietra), alla guida della FIDC in tutti i livelli ove si decide.

Fonte: cacciando.com del 01 agosto 2017

giovedì 10 agosto 2017

WWF SCRIVE A GOVERNATORI E A MINISTRO AMBIENTE NECESSARIO STOP CACCIA PER FAR RIPRENDERE FAUNA

“DOPO CALDO ESTREMO, INCENDI ESTESI E SICCITÀ, ANIMALI SELVATICI ALTAMENTE VULNERABILI”. IN ABRUZZO BRUCIATI IN 7 GIORNI 10 MILIONI DI METRI QUADRI 

“L’esclusione di qualsiasi ipotesi di apertura anticipata della caccia a qualsiasi specie; il divieto di attività venatoria per tutto il mese di settembre per consentire agli habitat e alla fauna di recuperare condizioni fisiologiche soddisfacenti; una verifica dopo il mese di settembre per valutare la situazione; un’azione capillare di contrasto al bracconaggio”. È quanto chiede il WWF in una lettera inviata al Ministro dell’Ambiente e ai presidenti di tutte le Regioni italiane per chiedere una limitazione dell’attività venatoria nella stagione 2017-2018. 

“Come noto, l’estate 2017 si sta caratterizzando con eccezionali ondate di calore e conseguenti temperature medie molto elevate. Al caldo si somma una drammatica e perdurante siccità (si stima che il deficit a luglio di quest’anno risulti del 45% rispetto alla media dello stesso mese del periodo 1970/2000). Per quanto riguarda gli incendi risulta che sono andati distrutti dal fuoco nel solo mese di luglio oltre 65.000 ettari, comprese estese zone particolarmente pregiate per ricchezza di biodiversità come quelle di Parchi, Siti Natura 2000 e Oasi. Al momento non pare che questa complessa situazione muterà favorevolmente”. In Abruzzo nella sola settimana scorsa sono andati in fumo oltre 1000 ettari di boschi, macchie, prateria e diversi incendi stanno tuttora continuando a fare danni. 

Spiega il WWF nella lettera al ministro e ai governatori: “Un comprensibile allarme eÌ stato lanciato anche dalle associazioni degli agricoltori per lo stato di difficoltaÌ in cui versano gli animali da allevamento, a causa del caldo, della scarsità di acqua, di pascoli, di fieno. Se questa è la condizione degli animali allevati, curati dall’uomo, eÌ altamente plausibile che il patrimonio faunistico nazionale si trovi in larga misura in una condizione di stress che lo rende altamente vulnerabile rispetto ad ulteriori diverse pressioni”. 

“La situazione sarà ancora peggiore per gli uccelli migratori che, da questo mese, iniziano il viaggio verso l’Africa. Questi troveranno, in particolare nelle regioni del centro e del sud, in molte delle tradizionali aree di sosta e alimentazione situazioni altamente mutate e critiche (boschi distrutti dagli incendi, fiumi e zone umide in secca, diffusa siccitaÌ, inaridimento) - continua la lettera del WWF - “I numerosi incendi di questo anno, cosiÌ come gli incendi degli anni passati, comportano una riduzione degli spazi di caccia poiché le aree percorse da incendi devono essere per legge sottratte all’attività venatoria: questo comporta che un numero più elevato di cacciatori si concentri nelle restanti aree aperte alla caccia”. 

Il WWF conclude la sua lettera chiedendo a ogni Regione, in base alle condizioni locali, “un divieto dell’attività venatoria su tutto il territorio regionale, qualora le condizioni di siccità e l’estensione degli incendi abbiano determinato un calo sensibile degli habitat e delle risorse trofiche a disposizione della fauna selvatica; limitazioni temporali e/o spaziali alla caccia a determinate specie, in particolare agli uccelli acquatici, anche tramite il divieto di caccia da appostamento; il blocco dei ripopolamenti fino a data da destinarsi, per non sottrarre importanti risorse trofiche alla fauna già presente e blocco di qualsiasi forma di addestramento cani da caccia e di gare cinofile che costituiscono ulteriori fattori di stress per le popolazioni selvatiche”, come già suggerito in passato da autorevoli pareri ISPRA anche in condizioni ben più lievi delle attuali. 

WWF Italia Onlus, Abruzzo 

venerdì 28 luglio 2017

Caos caccia in Abruzzo. Federcaccia contro le altre associazioni venatorie

FEDERCACCIA DENUNCIA: “BARBARO MASSACRO DI CINGHIALETTI A TOSSICIA” E POI SI SCAGLIA CONTRO GADIT, LIBERA CACCIA, URCA, ARCI CACCIA ED ENALCACCIA

dal presidente regionale della federcaccia, Ermanno Morelli, riceviamo:

Federcaccia per mesi è rimasta in silenzio, nonostante la situazione relativa al contenimento dei cinghiali, alla redazione del piano venatorio e tante altre cose stessero degenerando in disprezzo alle leggi. Adesso è giunto il momento di affermare la nostra posizione stanchi delle offese gratuite che quotidianamente vengono offerte in pasto agli organi di informazione per creare confusione, tutelare interessi meramente personali e confondere le idee dell’opinione pubblica.

Prima di stilare un elenco di situazioni ai limiti dell’orrido ci teniamo a confermare il pieno appoggio ai presidenti degli Ambiti territoriali di caccia Vomano e Salinello che perseguono le strade del dialogo e della legalità. Crediamo che in Regione il presidente D’Alfonso debba dare seguito alle promesse che ha garantito davanti a centinaia di cacciatori, che non si faccia legare le mani da un assessore incompetente e da dipendenti incapaci di osservare la legge. Ci auguriamo inoltre che la Procura, dove giacciono denunce ben dettagliate, non insabbi tutto in nome di un falso quieto vivere.

Dopo questa prima premessa subito la questione più brutale e dispiace che solamente noi, che siamo un associazione venatoria, senza l’appoggio di animalisti e ambientalisti, dobbiamo denunciare l’uccisione barbara di cuccioli di cinghiale, partoriti morti da una scrofa incinta uccisa da chi parla di contenimento ma non rispetta tempi regole e soprattutto leggi. In allegato le foto dei cuccioli morti, possibile che nessuno si indigni di ciò a parte noi di Federcaccia? Allora vogliamo fare nomi e cognomi e sottolineare cosa succede nel Teramano.

Gli ultimi in ordine di tempo a sollevare la voce, senza averne titolo più di tanto sono stati gli esponenti della Gadit, il presidente Gaetano Ercole e suo fratello, dirigente Gadit, Ezio. La storia di Ezio Ercole la conoscono tutti nell’ambiente venatorio. Era iscritto di Federcaccia, da dove è stato cacciato, si è iscritto ad Arcicaccia, cacciato anche da lì, è passato a Enalcaccia con lo stesso risultato, sempre insieme al fratello Gaetano. Evidentemente non soddisfatti, sono riusciti a iscriversi a Italcaccia e a farsi espellere anche da questa Associazione. Ad abbundantiam, per alcuni anni Ezio Ercole (novello convinto animalista ambientalista) non ha rinnovato la licenza di caccia, ma all’improvviso, circa un paio di mesi fa ha rinnovato e si è iscritto con la squadra di girata per la caccia al cinghiale di Castel Castagna per attuare il piano di controllo in ossequio e al servizio di chi dalla regione ha ordinato la “tolleranza zero” sui cinghiali, anche se appena nati e quindi tutelati dalle leggi. Per avere un posto dove non poter essere cacciati i due fratelli hanno costituito la sezione Gadit.. Un’associazione dove alcune persone che credevano nell’ambientalismo si sono dimesse quando hanno capito che erano solo a sostegno del presidente che andava in accordo con un funzionario regionale dell’ufficio caccia. Dopo le loro dimissioni (abbiamo le prove) sono stati anche minacciati di non raccontare in giro cosa avevano visto.

Le azioni della Gadit le conosciamo sulla nostra pelle. Verbali fatti a cacciatori, censitori di beccaccia, che erano stati autorizzati dagli Atc e che poi sono stati archiviati. La Gadit dovrebbe controllare l’esecuzione corretta del piano di contenimento, invece preferisce solo attaccare gli Atc e Federcaccia.

Altro punto della questione: Libera Caccia chiede le dimissioni dei presidenti degli Atc. Negli Ambiti territoriali di Caccia c’è come loro rappresentante Bruno Santori, che è anche vicepresidente nazionale di Libera Caccia e in questa veste ha proposto di tutelare gli Atc, proposta votata all’unanimità da cacciatori, agricoltori e ambientalisti rappresentati all’interno. Parliamo di Urca, associazione ambientalista che dovrebbe tutelare gli animali e che si è costituita a sostegno della Regione che con quel piano di contenimento vuole distruggere gli animali (e le foto dei cuccioli uccisi ne sono la conferma). Urca ha scelto di essere difesa dall’avvocato Olivieri, che è anche presidente provinciale di Enalcaccia, che al Tar si è limitato (anche qui abbiamo le prove) a fare un copia e incolla delle memorie presentate dai legali della Regione che a loro volta avevano fatto un copia e incolla della relazione predisposta dal funzionario Castiglione. Come fa il presidente di Urca a chiedere le dimissioni dei presidenti Atc quando lui è presidente di una associazione ambientalista che dovrebbe tutelare i cuccioli di cinghiale?

L’Arci Caccia ( Segretario regionale Massimiliano De Luca e provinciale Massimo Sordini) che a parole ha sempre propugnato la caccia basata sulla “ GESTIONE”, in questa occasione preferisce avallare e tutelare ad ogni piè sospinto l’operato dell’Ufficio caccia regionale o, per essere più precisi le iniziative estemporanee del funzionario regionale Castiglione.

Queste associazioni anziché attaccare gli Atc che anche nei giorni scorsi davanti a centinaia di cacciatori hanno illustrato, leggi alla mano, gli errori e le incompetenze della Regione, dovrebbero preoccuparsi dell’operato degli uffici regionali su cui, speriamo, stia indagando la procura, anche in considerazione che loro e la Regione hanno già fatto indagare la Procura sull’operato degli Atc senza cavare un ragno dal buco.

Sembra che in questi giorni violare le leggi sia consentito. Nei giorni scorsi (anche qui ci sono prove) per ben tre volte è stato chiamato il 1515, la Forestale carabinieri di Torricella Sicura, la Forestale carabinieri di Crognaleto, la Forestale carabinieri di Teramo, per farli intervenire a Valle Canzano dove alcuni cacciatori avevano segnalato la presenza di cacciatori a fare battute che avrebbero dovuto fare battuta nel territorio di Tossicia. Nessun intervento di controllo. Abbiamo solamente assistito a uno scarica barile.

Per la cronaca i cinghialetti morti sono stati trovati martedì dalla squadra birillo a Tossicia. La madre è stata ammazzata sabato scorso mentre partoriva, i cuccioli abbandonati sul posto. Questo è quanto accade. Ogni commento mi sembra superfluo.

Ermano Morelli, presidente regionale di Federcaccia
 

giovedì 27 luglio 2017

LE GUARDIE AMBIENTALI D’ITALIA CHIEDONO ALLA REGIONE UNA VERIFICA SULL’OPERATO DEGLI ATC VOMANO E SALINELLO


L’ultima iniziativa dei Presidenti degli AATTC Vomano e Salinello, tesa ad affossare il piano di controllo della popolazione di cinghiali predisposto dalla regione Abruzzo, vanificando il lavoro svolto per la sua predisposizione e l’efficacia attesa, è naufragata miseramente per il provvedimento adottato dal TAR L’Aquila di rigetto della richiesta di sospensione formulata dagli stessi e di conseguenza, noi G.A.DIT, non possiamo far altro che condividere e sostenere la richiesta di dimissioni dei vertici ATC Vomano e Salinello espresse dalle associazioni ArciCaccia, EnalCaccia, Liberacaccia e Urca.
Tale presa di posizione, spiega il presidente Ercole Gaetano che giunge dopo diversi confronti sulla stampa locale e non solo, è giustificata anche dalle divisioni e dalle spaccatura provocate nel mondo venatorio, dalla gestione degli attuali vertici degli AATTCC che si sono dimostrati sordi alle indicazioni ed alle offerte di leale collaborazione che in più circostanze abbiamo formulato tenendo in considerazione gli aspetti e gli effetti provocati sull’ambiente, sull’agricoltura, sulla pubblica incolumità e sull’esercizio “dell’ars venandi ” stessa. Noi abbiamo sempre creduto che la caccia, esercitata nei modi previsti dalla legge, con trasparenza e senza “strane alchimie”, sia un patrimonio di tutti, Associazioni di Cacciatori, Agricoltori e Ambientalisti da gestire, con equilibrio e competenza, nell’interesse e nel rispetto della collettività a vario titolo interessata ma, l’esperienza fin qui maturata, lascia spazio al dubbio che così non sia.
Infatti, mentre è stato spesso letto, che, ai convegni da essi stessi organizzati, i presidenti Porrini e Sabini avrebbero invitato le Associazioni Ambientaliste e addirittura sembrava che parlassero anche a loro nome, nella realtà ciò non è avvenuto: Né Noi GADIT (salvo qualche raro caso in cui la finalità era quella di delegittimarle) e neppure WWF, Legambiente, CAI o altre Associazioni Ambientaliste maggiormente rappresentative hanno mai ricevuto l’invito a parteciparvi; forse è stata invitata l’Ekoclub che, per quanto a conoscenza, risulta essere costituita da cacciatori associati alla Federcaccia, con tutto quanto ne possa discendere!
Noi riteniamo che per l’importanza che rivestono, gli ATC che gestiscono cospicui fondi pubblici, meritino una guida diversa che ascolti tutti gli attori e che si adoperi seriamente per una gestione che possa portare risultati positivi e concreti e, magari solo allora, esporli nel corso di incontri pubblici aperti a tutti e non solamente ad un pubblico amico e compiacente.

Agli esiti del pronunciamento del TAR, dei ritardi nell’attuazione del piano di controllo del cinghiale, del tergiversare per l’attuazione dello stesso nelle zone non vocate per la specie attraverso la richiesta di un pretestuoso quanto illogico censimento e dei danni all’agricoltura che di conseguenza si sono verificati, crediamo che il mondo agricolo e non solo si ponga alcune semplici domande: chi pagherà i danni che le colture hanno subito a seguito della sospensiva inizialmente accordata dal TAR? E chi sosterrà le spese per il ricorso al Tar proposto dagli ATC e respinto dal Tribunale? La risposta ovviamente è scontata: La Collettività. Non sembra che qualcosa non torna?

A sostegno del settore agricolo e zootecnico, con evidente presa di distanze dall’operato degli AATTCC teramani, è l’iniziativa assunta dalla Copagri a sostegno della Regione Abruzzo e dalla Coldiretti che non vedendo adeguatamente tutelati i propri iscritti dalla piaga dei danni da cinghiali, hanno disposto il ritiro dei propri rappresentanti dagli AATTCC.

Per quanto sopra e dopo tanti tentativi “di zittirci”, non riusciti, quindi, anche Noi chiediamo con fermezza, che la Regione Abruzzo verifichi approfonditamente l’operato degli A.T.C. teramani e si adoperi affinchè la gestione di tali Enti con finalità pubbliche , sia svolta con l’intelligenza del buon padre di famiglia, in modo da evitare, per il futuro, che modalità non appropriate, facciano diventare parti della società civile estranea al “mondo venatorio” vittime dello stesso, conclude Ercole Gaetano.

Fonte: certastampa.it del 26 luglio 2017

Abruzzo: Federcaccia contro Federcaccia

SCOPPIA DISFIDA DELLA BECCACCIA, POLEMICHE PER INVITI FESTA CACCIATORE

CHIETI - Volano schioppettate, per fortuna solo verbali, nel mondo venatorio abruzzese. Francesco Petrella, delegato regionale della Federazione Italiana della Caccia sulla specie Scolopax Rusticola, volgarmente detta beccaccia, lancia infatti pesanti accuse contro la Federazione della Caccia provinciale di Chieti che organizza per il 29 e 30 luglio la Festa del cacciatore con ospite Paolo Pennacchini, presidente della Federazione associazioni nazionali Beccacciai del Paleartico Occidentale (Fanbpo).

Una presenza quella di Pennacchini, per nulla gradita a Petrella.

"Pennacchini - spiega infatti Petrella, - nel suo ruolo di presidente Fanbpo, ha sempre espresso posizioni contrarie all’indirizzo gestionale della Federazione della Caccia d’Abruzzo, non posso che essere, pertanto, meravigliato dell’iniziativa di invitarlo come ospite alla Festa della Caccia”.

Petrella ricorda poi che l’Ufficio avifauna migratoria della Federazione della Caccia d’Abruzzo ribadisce che l’unica collaborazione in atto con i club specialistici sulla beccaccia è quella con l’Associazione amici di Scolopax Onlus.

"In qualità di delegato regionale della Federazione Italiana della Caccia, stigmatizzo fortemente il comportamento della federazione provinciale di Chieti, della sua presidenza e dell’intero consiglio direttivo, in quanto l’iniziativa della federazione disattende e viola gli agli indirizzi gestionali della Federcaccia Abruzzo. Chiedo, sulla base di questa nota ufficiale inviata anche alle Federazioni Provinciali e ai federcacciatori, di ricevere immediate delucidazioni dalla Presidenza Regionale della Federcaccia Abruzzo e all’intero consiglio direttivo".

"Anche in qualità di vicepresidente nazionale dell’associazione Amici della Scolopax Onlus – conclude Petrella - sono in attesa chiarimenti da parte di Federcaccia, in virtù degli ottimi rapporti di collaborazione tra le due realtà. E’ tempo di fare chiarezza".

Fonte: abruzzoweb.it del 26 luglio 2017

mercoledì 26 luglio 2017

CALENDARIO VENATORIO/ I CACCIATORI TORNANO AD ATTACCARE PEPE: «REGIONE LATITANTE»


E’ manifesta la volontà politica di non risolvere i problemi della caccia. L’assenza dell’assessore regionale Dino Pepe al confronto sulle problematiche venatorie organizzato dagli ambiti territoriali di caccia Vomano e Salinello ne è stata la conferma. L’assessore, invitato con largo anticipo all’incontro, solo nel pomeriggio di ieri, dopo essere stato a pranzo a Cesacastina, ha preferito cenare a Martinsicuro con i suoi colleghi di corrente, per parlare, e assaggiare, di vongole. Non che le questioni dei pescatori siano meno importanti, ma sicuramente meno urgenti, in considerazione che si trattava di una conviviale piuttosto che di un dibattito costruttivo.
Gli Ambiti territoriali di Caccia ne prendono atto e ringraziano il capogruppo regionale di Forza Italia, Lorenzo Sospiri e quello del Pd, Sandro Mariani, che hanno partecipato all’incontro e hanno preso a cuore le problematiche del mondo venatorio. Non possiamo non sottolineare il totale disinteresse dimostrato dagli altri consiglieri regionali, eletti anche con i voti dei cacciatori teramani, sia di maggioranza sia di minoranza.
Alla data di oggi il calendario venatorio è ancora un discorso vuoto, con contenuti inappropriati, che necessita una forte accelerata e, soprattutto, l’integrazione con i suggerimenti avanzati agli uffici dell’assessorato in linea con quanto accade nel resto d’Italia.
. Anche il presidente dell’Atc Salinello, Francesco Sabini è molto critico. .
E proprio Lorenzo Sospiri, nel suo intervento, ha sconfessato le promesse che il presidente della Regione Luciano D’Alfonso aveva fatto nel corso del primo incontro realizzato a Castelnuovo Vomano. Il capogruppo di Forza Italia ha sottolineato che se D’Alfonso avesse voluto dar seguito a quanto raccontato al vasto pubblico .
Il capogruppo del Pd, Sandro Mariani, invece, condivide in pieno le rimostranze evidenziate da Franco Porrini contro l’assessore Pepe e ha assicurato che in consiglio regionale farà valere fino alla fine il suo ruolo politico .

Fonte: certastampa.it del 25 luglio 2017

lunedì 17 luglio 2017

Caos vertenza cinghiali Abruzzo: la Coldiretti esce dagli ATC teramani


CINGHIALI, COLDIRETTI ESCE DAGLI ATC TERAMANI, SI DIMETTONO I QUATTRO RAPPRESENTANTI
Hanno presentato formalmente le proprie dimissioni i 4 rappresentati di Coldiretti all’interno degli ATC Vomano e Salinello, in provincia di Teramo, come risposta al contenzioso che si è creato tra ATC e la Regione, scaturito nel fermo dell’abbattimento della fauna selvatica che sta peggiorando, nei fatti, una situazione già critica. “Con il ritiro dei nostri rappresentanti esprimiamo formalmente la nostra contrarietà ad una situazione di emergenza che va risolta una volta per tutte al di là degli inutili contenziosi che si stanno sviluppando per i motivi più disparati – dice Coldiretti Abruzzo – è un fatto che gli agricoltori, ma anche i semplici cittadini, sono in difficoltà e i cinghiali sono diventati un allarme sociale. Non è escluso che, nei prossimi giorni, ritireremo tutti gli altri rappresentanti dai diversi Ambiti territoriali di caccia per far capire in modo chiaro ed evidente che c’è bisogno di una sollecita ed immediata risposta al problema, a partire dalla ristrutturazione degli stessi Ambiti territoriali che, allo stato attuale, servono a poco. Coldiretti comunica inoltre di aver presentato nei giorni scorsi alla Regione anche un decalogo dettagliato con le azioni e le misure da mettere in campo per contrastare il fenomeno della fauna selvatica, una situazione emergenziale che necessita di una attenzione particolare. Nel dettaglio, la proposta di Coldiretti – che affronta la problematica dai diversi punti di vista – si articola in tre “mission” fondamentali: la salvaguardia dell’incolumità pubblica, la tutela del reddito delle imprese e la diminuzione della spesa pubblica in tema di costi sociali e di specifici indennizzi. “L’annosa problematica dei cinghiali va risolta una volta per tutte e deve trovare la parola fine – dice Giulio Federici Direttore di Coldiretti Abruzzo – abbiamo superato tutti i limiti e la situazione, in considerazione della stagione e del proliferare degli esemplari a caccia di cibo, potrebbe ancora peggiorare. Bisogna fare presto e Coldiretti, in proposito, non esclude ulteriori manifestazioni o azioni di tutela del reddito degli agricoltori”.

Fonte: certastampa.it del 16 luglio 2017

venerdì 14 luglio 2017

Abruzzo: l’esercito per fronteggiare i cinghiali. Ancora Paralipomeni alla Batracomiomachia?

di Giacomo Nicolucci

Il governatore della Regione Abruzzo, nel corso di un magniloquente evento pubblico su tematiche diverse e più generali – cui ha partecipato lo scrivente –, ha annunciato il ricorso all’impiego dell’esercito per risolvere la cosiddetta “emergenza cinghiali”. Diciamola tutta: che un presidente di Regione, sospinto dall’impeto istituzionale e mediatico di un problema di non marginale rilevanza – e ovviamente non conoscendo i termini ecologico-ambientali e giuridici del problema – dichiari di voler dispiegare la forza totale dell’esercito per porvi rimedio ci sta pure. È icastico, mediatico, demagogico.

Ma non ci sta la sintesi, e quindi la confessoria dichiarazione della totale incapacità e incompetenza dei suoi diversi uffici regionali e delle articolazioni periferiche dello Stato ad affrontare, sul territorio regionale, quantomeno con i rimedi da breve termine, la questione.

Eppure basterebbe poco. Magari e soprattutto “copiando” presso gli altri paesi che sanno fare gestione faunistica ed agro-forestale da qualche centinaio d’anni… in ogni caso, occorre innanzitutto prendere atto della generale, complessa e radicale trasformazione del paesaggio rurale, con l’estesa espansione di aree a copertura arborea o comunque di incolti e macchie, prediletti dalla specie; ciò, a ridosso dei centri urbani, delle aree coltivate e delle arterie viarie, determina sillogisticamente le diverse situazioni di difficile compatibilità.

Dunque occorre considerare che la gestione venatoria non è l’unica strada percorribile e forse nemmeno la prima, ma senz’altro quella adesso sotto i riflettori.

Ma si deve anche ammettere, una volta per tutte, che buona parte dei guasti sino ad oggi manifestatisi appartengono all’insipiente, incapace e corrotta gestione venatoria (attuata, sino ad oggi, per interessi assolutamente non compatibili né con le esigenze della conservazione della fauna selvatica e né con le economie agro-forestali).

Quindi si devono riscrivere le regole giuridiche “tutte” (dalla l. 157/1992 all’ultimo dei regolamenti o piani regionali) unicamente in funzione della dimensione sostenibile e quali-quantitativa del prelievo venatorio del cinghiale (e non solo), calata su aree omogenee a differente finalità gestionale.

E, per conseguenza, si devono demolire tutte le istituzioni e i luoghi di potere delle note lobby che impediscono l’attuazione di siffatto sistema di gestione, fra cui spiccano in primis gli Atc che, lottizzati da consorterie, fratellanze, connivenze e quant’altro, impegnati nei cospicui ed economicamente rimarchevoli lanci di selvaggina, difficilmente avranno l’indipendenza e la competenza già solo per attuare gli obblighi gestionali previsti dalla (pur pessima) legge quadro sulla caccia ma mai attuati.

Si deve, infine, anche riconoscere che la fauna selvatica, per il progressivo abbandono delle attività agro-silvo-pastorali tradizionali (a volte, in passato, anche eccessive quanto a sfruttamento del territorio: si pensi solo agli immani disboscamenti degli Appennini risalenti a secoli orsono) è ormai regolarmente alle porte della città e frequentemente anche dentro, come non si era mai visto in precedenza. Ciò impone di ri-tarare la logica di approccio alla stessa e quindi di modificare le risposte, ma non soltanto in senso difensivo e repressivo.

Si ode solo parlare di abbattimenti e piani di controllo, ma giammai, come si usa in altri paesi evidentemente più esperti e civili, di tutela della sicurezza della circolazione stradale mediante recinzioni e sovrappassi/sottopassi, nemmeno di interventi sul paesaggio rurale.

La soluzione finale sarà, invece, quella di rimettere la questione al Consiglio Supremo di Difesa?

Fonte: greenreport.it del 14 luglio 2017 

mercoledì 28 giugno 2017

Contenimento dei cinghiali: situazione al collasso, l’ATC presenta una denuncia alla procura

Teramo. Una formale denuncia per quello che sta succedendo nell’ambito del contenimento dei cinghiali è arrivata sui tavoli della Procura della Repubblica di Teramo. Il presidente dell’ATC Vomano Franco Porrini e il suo collega presidente dell’ATC Salinello, Francesco Sabini, sono stati questa mattina in Procura per mettere nero su bianco, attraverso una denuncia querela, la questione relativa alla pianificazione delle attività di controllo sui cinghiali, sull’intero territorio regionale. Porrini e Sabini nella loro denuncia hanno ricordato la delibera di Giunta regionale con cui veniva pianificato il controllo dei cinghiali. Delibera che presentava, sulla base delle loro valutazioni, elementi di forte criticità e manifesta illegittimità. Situazioni che le istituzioni e le associazioni del mondo venatorio e agricolo avevano fatto presente alla stessa amministrazione regionale. Prima ancora dell’incontro pubblico che si è svolto nelle scorse settimane a di Castelnuovo Vomano, i responsabili degli ATC avevano lamentato la mancata intesa con gli ambiti territoriali di caccia e l’omessa attività di prevenzione obbligatoria imposta dalle leggi nazionali e regionali. La Regione Abruzzo aveva anche introdotto una nuova figura il responsabile di settore senza indicare i criteri di nomina e i requisiti necessari, anche questo motivo presunto secondo Sabini e Porrini, di illegittimità II denunciati della delibera di Giunta regionale. Lo stesso presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, aveva indirizzato una lettera ai comandi provinciali della Polizia Provinciale di tutta la regione con la quale invitava a sospendere ogni iniziativa legata al piano di controllo dei cinghiali per valutare eventuali modifiche e variazioni.

mercoledì 21 giugno 2017

Abruzzo. Domani il calendario venatorio all’esame del Comitato VIA regionale. Pronte le osservazioni del WWF

Comunicato stampa 21 giugno 2017 


Domani il calendario venatorio all’esame del Comitato VIA regionale

Pronte le osservazioni del WWF: evitare di avallare gli errori filo-caccia del passato


Domani il Comitato VIA regionale esaminerà il calendario venatorio regionale 2017/18.

Dopo aver inviato nei mesi scorsi documenti all’Assessore Pepe e ai funzionari regionali, il WWF ha prodotto delle osservazioni che ha trasmesso ai componenti del Comitato. L’Assessorato di Pepe, infatti, continua a ripetere gli errori del passato, tutti e sempre tesi a favorire i cacciatori. Errori che, è bene ricordare, negli anni scorsi, grazie ai ricorsi amministrativi del WWF, sono stati sempre censurati dal Tribunale Amministrativo Regionale.

I problemi sono gli stessi degli anni passati: mancanza di censimenti su cui effettuare le valutazioni in merito alla possibilità di cacciare determinate specie (ad esempio: la beccaccia), allungamenti ingiustificati dei periodi di caccia (ad esempio: tordo bottaccio, tordo sassello e cesena, oltre la stessa beccaccia), inapplicabilità e parzialità per quanto riguarda il divieto di utilizzo dei pallini di piombo (pericolosi per l’ambiente, la fauna e lo stesso uomo), deregulation totale nella caccia al cinghiale che praticamente potrà essere cacciato tutto l’anno con conseguenti problemi anche su tutte le altre specie ad iniziare dall’Orso bruno marsicano (specie a concreto rischio di estinzione), nessuna attenzione ad aree ad alto valore ambientale e con concentrazione di rapaci in migrazione come la Piana delle Cinquemiglia e i colli limitrofi, ecc.

“In pratica, la Regione Abruzzo fa finta di non capire”, evidenzia Luciano Di Tizio, Delegato del WWF Abruzzo. “Ogni anno “l’Assessorato dei cacciatori” prova a far passare pratiche di caccia non consentite al solo scopo di accontentare la parte più retrograda del mondo venatorio, rinunciando al proprio mandato di gestire la fauna nell’interesse della collettività e non di una minoranza armata. E ogni anno questi tentativi vengono inesorabilmente bocciati! Ci chiediamo come fa un organismo che dovrebbe essere tecnico come il Comitato VIA a non prendere atto dell’evidenza dei fatti, sia dal punto di vista scientifico che non normativo. È ovvio che se la Regione dovesse insistere su questa strada, ci troveremo costretti a fare nuovamente ricorso al TAR per l’annullamento. Nell’attesa che, prima o poi, anche la magistratura contabile si decida a valutare tali comportamenti”.


WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

venerdì 14 aprile 2017

Abruzzo. Incostituzionale la legge regionale che autorizza attività cinofile nei parchi. Legislatore regionale ci ricasca e regala l’ennesima brutta figura eppure c’era chi aveva messo in guardia

PESCARA. La Consulta ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art.4 della legge regionale n.11/2016 che autorizzava lo svolgimento di attività cinofile e cinotecniche, per almeno otto mesi l'anno, su una porzione del territorio rientrante nelle aree protette regionali, per «favorire lo sviluppo sostenibile delle aree interne attraverso l'incremento del turismo cinofilo». 


Secondo la Corte Costituzionale «la presenza, autorizzata con legge, di cani, estranei all'habitat tutelato, all'interno dei parchi e delle riserve regionali è ad un tempo lesiva degli obblighi comunitari e dei livelli minimi di tutela ambientale prescritti dal legislatore nazionale e contrasta, quindi, con l'art. 117, primo e secondo comma, lettera s), della Costituzione».

«Per costante orientamento di questa Corte - si legge nelle motivazioni della sentenza - l'addestramento dei cani va ricondotto alla materia della caccia, in quanto strumentale all'esercizio venatorio (sentenza n. 350 del 1991 e sentenza n. 303 del 2013), ed è sottoposto alla medesima disciplina. Pertanto, la possibilità del suo svolgimento all'interno delle aree regionali protette - determinata dal fatto che l'art. 4 della legge reg. Abruzzo n. 11 del 2016 non ha escluso, dalle attività cinofile autorizzate, quelle riferite ai cani da caccia - viola il divieto previsto dall'art. 21 della legge n. 157 del 1992 e incide sulla tutela minima garantita dalla normativa nazionale di protezione della fauna».

Per la Consulta «il vizio di illegittimità costituzionale della legge reg. Abruzzo n. 11 del 2016 non può essere superato dalla delimitazione temporale e spaziale delle attività, che sono autorizzate per otto mesi l'anno e su una quota parte dell'area protetta».

«In primo luogo - spiega la Corte - l'argomento non è spendibile per la disposizione transitoria, che non contempla tali limitazioni. In ogni caso, va considerato che il legislatore statale non distingue, all'interno delle aree protette, sottozone in relazione alla specifica attività esercitabile, ma prescrive un indistinto sistema di protezione, quale livello minimo di tutela ambientale, in cui è incluso il divieto di disturbo delle specie animali in tutta l'area, derogabile soltanto a seguito della valutazione dell'ente parco. Peraltro - prosegue la Corte - tale divieto di disturbo, in riferimento ad alcuni animali protetti che popolano i parchi abruzzesi, quali il lupo, l'orso bruno e il camoscio, trova puntuale corrispondenza, senza possibilità di deroghe, nell'art. 8 del d.P.R. 8 settembre 1997, n. 357 (Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche)».


AVVERTIMENTI INASCOLTATI

La Stazione Ornitologica Abruzzese Onlus per prima, già il 28 aprile 2016, aveva segnalato la questione al Governo per chiederne l'impugnativa con una dettagliata norma sulle plurime normative violate, sia di carattere nazionale che internazionale.

«Si tratta di una "legge vergogna" che permette, unico caso in Italia, l'addestramento cani per tutto l'anno nelle aree protette regionali», denunciò Augusto De Sanctis.

La Stazione ornitologica chiese al Consiglio regionale di votare immediatamente una legge di un articolo per l'abrogazione totale delle norma.

Il Consiglio dei Ministri scrisse: «lo svolgimento di attività cinofile e cinotecniche nei parchi naturali regionali e nelle riserve naturali regionali contrasta con le norme nazionali, europee e internazionali in materia di protezione della fauna e viola, quindi, l’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione, che attribuisce alla competenza legislativa esclusiva dello Stato la materia «tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali», e l’articolo 117, primo comma, della Costituzione, che impone al legislatore, anche regionale, il rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali».
 
Il Wwf ricorda invece che: «La vergognosa legge è passata quasi alla chetichella in Consiglio, senza alcun coinvolgimento delle associazioni ambientaliste e degli stessi dirigenti delle aree protette regionali. Fa specie in particolare il voto favorevole di forze politiche che si dicono favorevoli alla tutela ambientale. Evidentemente il sì alla norma che apre la prospettiva di uccisioni a danno di cervi e caprioli non è stato un errore di percorso ma una precisa scelta a favore della caccia e delle attività collaterali ad essa connesse. È impressionante anche la rapidità con la quale questa leggina è passata a confronto con i tempi biblici che il Consiglio applica quando si tratta di provvedimenti di segno opposto come ad esempio l’approvazione dei Piani di gestione dei SIC (Siti di Importanza Comunitaria), che giacciono nei cassetti a dispetto di una procedura d’infrazione aperta dall’Unione Europea sulla mancata trasformazione dei SIC stessi in Zone Speciali di Conservazione».
 

giovedì 13 aprile 2017

Abruzzo. Cancellata dalla Corte Costituzionale la legge regionale che consentiva ovunque l’addestramento dei cani da caccia. Bocciata la politica abruzzese che privilegia il mondo venatorio.



Comunicato stampa del 13 aprile 2017

La sentenza 74/2017 cancella la legge regionale che consentiva ovunque l’addestramento dei cani da caccia

La Corte Costituzionale boccia la politica abruzzese che privilegia il mondo venatorio

Resta la vergogna sull’intero consiglio regionale per una “leggina” insensata subito contestata da WWF, Legambiente, Ambiente e/è vita, LIPU, Pro Natura, Mountain Wilderness, Salviamo l’Orso e da Federparchi. Una legge subito “osservata” dal Governo centrale e ora finalmente cancellata
cani da caccia attaccano una volpe

Il WWF esprime soddisfazione per la bocciatura da parte della Corte Costituzionale della legge regionale n. 11/2016 di modifica della l.r. 38/1996 (approvata in Consiglio Regionale il 5 aprile e pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 14 aprile dello scorso anno). Un provvedimento vergognoso, approvato benché in evidente contrasto con le legge quadro 394/91 sulle aree protette e con la stessa legge 157/92 sull’attività venatoria. Con tale normativa si sarebbe voluto consentire lo svolgimento di attività cinofile e cinotecniche all’interno delle aree protette regionali. In pratica diventava possibile addestrare e allenare cani da caccia e persino organizzare gare cinofile, su tutto il territorio del Parco Regionale Velino Sirente e su quello delle Riserve regionali durante l’intero corso dell’anno. Contro il Provvedimento insorsero Federparchi e le associazioni ambientaliste. Il WWF diramò con Legambiente, Ambiente e/è vita, LIPU, Pro Natura, Mountain Wilderness e Salviamo l’Orso la nota congiunta che si riporta in calce al presente comunicato. Nel testo si chiedeva al Consiglio regionale di fare un passo indietro cancellando in proprio una norma allucinante. Non è stato così. Il Consiglio regionale non ritornando sui propri passi ha preferito guadagnarsi la vergogna, di fronte all’opinione pubblica, per aver cercato di varare una legge insensata e, ora lo sappiamo ufficialmente, anche illegittima.

giovedì 30 marzo 2017

Regione Abruzzo. Commissari d’esame per cacciatori senza titoli ed incompatibili

faccia da culo 
Con delibera di Giunta Regionale 21, del 26 gennaio 2017, la Regione Abruzzo ha nominato la Commissione d’esame per il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio venatorio della Provincia di Chieti in seguito alla scadenza di mandato della passata commissione. 

Per questo, tutti gli aspiranti cacciatori possono tirare un sospiro di sollievo dopo il blocco degli esami da diversi mesi. Notizia apparentemente banale alla luce della decisione assunta dalla Giunta. Ma, lo scoop qual’ è? Semplice. Quasi tutti i commissari d’esame sembrerebbero non avere titoli per rivestire il ruolo di nomina in barba alle leggi dello Stato e alle logiche di trasparenza, imparzialità e obiettività che una commissione abilitante dovrebbe avere. Quasi tutti i nominati rivestirebbero inoltre ruoli dirigenziali nelle varie associazioni venatorie provinciali. 
Addirittura è stato nominato, in qualità di Presidente della suddetta commissione, il Vice Presidente regionale dell’ Associazione venatoria FIDC e ciò in palese violazione delle condizioni minime di compatibilità ed imparzialità che una commissione, nell’esercizio delle funzioni, dovrebbe garantire. Tra l’altro cosa di non poco conto, la Legge quadro dello Stato italiano, Legge 157/92 “ Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma”, art. 22, obbliga che nella commissione operino esperti qualificati in ciascuna delle materie d’esame, con la presenza di un laureato in Scienze biologiche o in Scienze naturali esperto in vertebrati omeotermi (zoologia applicata alla caccia).
Per esperti qualificati, dicitura riportata anche nella L. R. 10/2004, si intendono non soltanto esperienze maturate sul campo, ma specifici titoli di studio universitari e corsi di specializzazione. Non risulta che la commissione nominata abbia almeno un commissario laureato in scienze naturali o biologiche, sicuramente nel caso specifico della materia “zoologia applicata alla caccia”.
Non risulta, tra l’altro, che la Regione Abruzzo abbia pubblicato il bando di interesse pubblico per la scelta del nuovo Presidente di Commissione. Chi ha vagliato i curricula e le dichiarazioni dei commissari nominati? Come può accadere tutto questo? Aspettiamo riposte.
Fonte: quiquotidiano.it del 24 marzo 2017

domenica 19 marzo 2017

Piano Faunistico Venatorio Abruzzo: Pepe illustra le linee guida

(2017-03-17 12:14)(REGFLASH)

Pescara, 17 mar. E' stato illustrato, questa mattina, a Pescara, la convenzione stipulata tra la Regione Abruzzo e l'Ispra, che detta le linee guida per la redazione del piano faunistico venatorio regionale. Il piano, più volte modificato, risale al 1992. "Si tratta di un accordo importante con l'istituto ministeriale più prestigioso che si occupa di fauna selvatica e ambiente - ha osservato l'assessore alle politiche agricole Dino Pepe - sia rispetto alla fase propedeutica, sia alla successiva fase delle connesse procedure ambientali introdotto dalle copiose direttive comunitarie".
Il piano faunistico venatorio è il principale strumento di pianificazione regionale finalizzato alla programmazione differenziata del territorio a fini faunistici e venatorio; in Abruzzo fu approvato nel 1992 e da allora, salvo alcune modifiche proposte dalla province, non ha mai avuto una revisione organica. 
"Oggi - sottolinea Pepe - il patrimonio faunistico è profondamente cambiato rispetto al 1992, pensiamo ad esempio alla differente presenza degli ungulati, in particolare i cinghiali, e quindi è necessario e reso improcrastinabile l'approvazione di un nuovo piano". Tra le attività principali previste dalla convenzione ci sono il coordinamento del gruppo di lavoro per la redazione del piano e il supporto per la realizzazione della Vas, la redazione delle carte di vocazione faunistica per le specie presenti sul territorio comunale (ungulati, lepre, starna, fagiano, quaglia beccaccia, coturnice, allodola, lupo e orso), l'elaborazione di linee di indirizzo per la specie di interesse gestionale, la redazione della cartografia per i comprensori faunistici dove localizzare gli Atc e le linee d'indirizzo per gli Atc sulle attività che andranno a svolgere sia in campo faunistico che gestionale degli istituti di protezione.
(REGFLASH) GILPET170317

lunedì 6 marzo 2017

Abruzzo. Autorizzata la caccia al cinghiale fino a giugno. Il WWF: si prende in giro chi subisce danni portando avanti una “soluzione” che non risolverà mai il problema

Comunicato stampa 24 febbraio 2017


La Regione Abruzzo autorizza la caccia al cinghiale fino a giugno

DEREGULATION DELLA GESTIONE VENATORIA


Si accontenta il mondo venatorio, primo responsabile del proliferare dei cinghiali, e si prende in giro chi subisce danni portando avanti una “soluzione” che non risolverà mai il problema


La Regione Abruzzo ha autorizzato la caccia di selezione al cinghiale fino al mese di giugno. Già a partire da febbraio, è previsto l’abbattimento di un certo numero di capi, a opera di cacciatori selecontrollori secondo la tecnica della postazione fissa, anche all’interno delle Zone di Protezione Esterna delle aree protette regionali e del Parco Nazionale d’Abruzzo, alcune delle quali estremamente delicate per la presenza dell’Orso bruno marsicano.

Sebbene da una parte il Piano di Azione per la tutela dell’orso bruno marsicano (PATOM) preveda che il potenziale impatto sull’orso derivante dall’attività venatoria è limitato alla sola caccia al cinghiale in braccata, dall’altra lo stesso chiede una implementazione delle buone pratiche di gestione sulla base di apposita cartografia di presenza della specie al fine di minimizzare i fattori di disturbo: ebbene è doveroso sottolineare che autorizzando la caccia in un periodo estremamente delicato per la riproduzione di molte specie tutelate e oggetto di particolare attenzione come l’Orso bruno marsicano, si sta di fatto andando NON a ridurre, ma ad aumentare i fattori di disturbo, contravvenendo a quanto richiesto dal PATOM, di cui la stessa Regione Abruzzo è cofirmataria.

La Regione Abruzzo sostiene inoltre di voler contrastare il fenomeno dei danni provocati dai cinghiali alle produzioni agricole, dimenticando però che prima di procedere agli abbattimenti si dovrebbero promuovere “misure di prevenzione” che invece, inspiegabilmente, sembrano essere di difficile attuazione per la Regione e per gli Ambiti Territoriali di Caccia. Questi ultimi, in particolare, dovrebbero mettere in atto una serie di misure ambientali e di prevenzione del danno prima di autorizzare gli abbattimenti, soprattutto in un territorio, come quello abruzzese, che fa della natura il suo spot pubblicitario per creare valore economico.

Dal punto di vista dell’efficacia degli abbattimenti per ridurre i danni, da anni numerosi studi scientifici hanno dimostrato che non vi è alcuna relazione tra l’entità dei danni e il numero di cinghiali presenti in un’area. L’estensione e la quantità delle colture distrutte, infatti, va rapportata ad altri fattori come la destrutturazione delle popolazioni di cinghiali, il grado di disturbo antropico a queste popolazioni e l’accessibilità dei coltivi. Nell’analizzare la situazione e nell’individuazione delle soluzioni, bisognerebbe considerare la quantità e qualità dei danni all’agricoltura, le caratteristiche ambientali dell’area, la consistenza della popolazione, i dati sull’attività venatoria: tutti elementi che non sembrano essere stati presi in considerazione, dato che molte delle zone nelle quali la Regione ha autorizzato la caccia di selezione non registrano affatto danni all’agricoltura da parte del cinghiale o altro ungulato.

Ancora una volta si deve tristemente constare che le Aree protette, le associazioni ambientaliste e il mondo scientifico sono stati totalmente esclusi da decisioni che dovrebbero vederli invece coinvolti, specie quando si parla di gestione e pianificazione ambientale.

«È bene essere chiari su un punto - dichiara Luciano Di Tizio, delegato WWF Abruzzo -. Al di là dell’aspetto etico degli abbattimenti, ci troviamo di fronte a una presa in giro di quanti subiscono danni. Tutta questa operazione appare l’ennesimo tentativo della politica abruzzese di “accontentare” il mondo venatorio, strumentalizzando quello agricolo, e non un metodo serio per affrontare la problematica cinghiale in modo tecnico e scientifico, trovando soluzioni vere e durevoli. Si insiste a cercare una soluzione alla gestione faunistica affidandosi ai cacciatori, quando il mondo venatorio, in particolare proprio per il caso dei cinghiali, è il principale responsabile di questa situazione visto che i cinghiali sono stati introdotti in Abruzzo e in tante altre regioni italiane proprio a scopo venatorio».

Invece che dare il via a questa ennesima, inutile mattanza, la Regione Abruzzo dovrebbe avere il coraggio di mettere a punto un piano di gestione del cinghiale basato su criteri tecnico-scientifici e che prescinda totalmente dai “desideri” dei cacciatori i quali, oltretutto, non hanno alcun interesse a risolvere realmente il problema visto il ritorno, anche economico, che hanno dalla caccia e dalla vendita in nero dei capi abbattuti.

WWF Italia Onlus, Abruzzo
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