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lunedì 23 giugno 2025

La Regione autorizza la caccia di 28mila uccelli, per il WWF si torna all’anno zero

Il Governo regionale torna a stupire per l’accanimento contro la fauna selvatica. Dopo la caccia ai cervi che la Giunta Marsilio-Imprudente avrebbe voluto far partire già dallo scorso anno e che finora è stata fermata solo grazie ai ricorsi del WWF e di altre associazioni ambientaliste e animaliste, ora è il turno di storni e fringuelli. L’associazione del panda che sorride incalza decisioni e scelte in materia

“Nella riunione della Conferenza Stato-Regioni del 12 giugno 2025 – spiegata la delegata WWF Abruzzo Filomena Ricci – si sono stabilite, su richiesta delle Regioni, le quantità di piccoli uccelli abbattibili in deroga al principio generale di protezione. Le Regioni italiane hanno concordato di far uccidere ai cacciatori più di 800.000 piccoli uccelli appartenenti a specie protette, come appunto il fringuello e lo storno, attraverso una forzatura del sistema delle “deroghe” previste dalla Direttiva Uccelli 2009/147/CE che protegge l’avifauna a livello europeo. Storni e fringuelli, infatti, sono specie protette in tutti i Paesi dall’Unione Europea e possono essere abbattuti solo tramite le “deroghe” consentite in via eccezionale, come in caso di documentati danni alle colture”.

“Ovviamente la Regione Abruzzo nella discussione del 12 giugno scorso non si è fatta sfuggire l’occasione di provare a fare l’ennesimo regalo ai cacciatori e si è espressa favorevolmente a questa procedura, accordandosi per consentire l’abbattimento di quasi 28.000 uccelli di queste specie. Un accanimento senza alcuna giustificazione verso piccoli uccelli indifesi che pesano meno delle cartucce con cui vengono abbattuti: un fringuello pesa in media solo 20 grammi… Sono passati vent’anni da quando la Regione Abruzzo provò ad autorizzare una simile deroga (allora si trattava di storni e passeri comuni). E nel 2004, grazie ai ricorsi del WWF, la caccia a questi piccoli uccelli fu definitivamente bloccata. Il Consiglio di Stato annullò il calendario venatorio di quell’anno e la Giunta fu costretta ad abolire l’articolo della legge regionale che prevedeva la caccia in deroga, in quanto la Commissione Europea, allarmata dal WWF, aveva rilevato contrasti con la normativa europea”.

“È sconcertante vedere – dichiara Filomena Ricci, delegata del WWF Abruzzo – come ogni occasione venga sfruttata per provare a smantellare il patrimonio faunistico-ambientale della nostra regione. Prima il tentativo di taglio del Parco regionale Sirente-Velino, poi il taglio della Riserva regionale del Borsacchio, poi la condanna a morte di quasi 500 cervi e ora la caccia a migliaia di fringuelli e storni. Invece di preoccuparsi dei veri problemi di noi abruzzesi sembra che l’unico interesse della Giunta sia accontentare i cacciatori”.

La Regione ha chiesto le proprie quote di abbattimento, ma per autorizzare queste uccisioni dovrà ora mostrare le motivazioni, cosa ben difficile considerato che nella nostra regione non esiste documentazione che provi danni all’agricoltura attribuibili a queste specie. A dimostrazione dell’approssimazione della Regione nell’affrontare il tema della gestione faunistica. È bene chiarire che la strada per arrivare a consentire concretamente la caccia sarà lunga e tortuosa e come per il Parco Sirente-Velino, la Riserva del Borsacchio e la caccia ai cervi, il WWF farà di tutto per impedire la strage di 28.000 animali la cui unica colpa è di essere l’oggetto del divertimento per i cacciatori.

Il WWF, insieme alle altre associazioni nazionali, ha già trasmesso una diffida formale a tutte le Regioni – compresa l’Abruzzo – affinché non vadano avanti su questa scelta. Non esistono, infatti, motivazioni oggettive che giustifichino tali deroghe, se non la volontà di mantenere le promesse elettorali a scapito della tutela della biodiversità. È una deriva pericolosa che aprirà nuovi contenziosi con l’Unione europea, con potenziali ricadute economiche sulle amministrazioni e responsabilità personali per gli amministratori coinvolti, ma anche su tutti i cittadini che dovranno pagare le eventuali sanzioni inflitte dall’Unione Europea.

 

Fonte: rete8.it del 21 giugno 2025 

a caccia in deroga a fringuelli e storni non è giustificata: già diffidata la Regione Abruzzo e tutte le altre».
A scriverlo è il Wwf Abruzzo che critica la decisione assunta dall'amministrazione regionale guidata dal presidente Marco Marsilio.

«Il governo regionale», si legge in una nota dell'associazione, «torna a stupire per l’accanimento contro la fauna selvatica. Dopo la caccia ai cervi che la giunta Marsilio-Imprudente avrebbe voluto far partire già dallo scorso anno e che finora è stata fermata solo grazie ai ricorsi del Wwf e di altre associazioni ambientaliste e animaliste, ora è il turno di storni e fringuelli».

L'associazione ambientalista e animalista prosegue: «Nella riunione della conferenza Stato-Regioni del 12 giugno 2025 si sono stabilite, su richiesta delle Regioni, le quantità di piccoli uccelli abbattibili in deroga al principio generale di protezione. Le Regioni italiane hanno concordato di far uccidere ai cacciatori più di 800mila piccoli uccelli appartenenti a specie protette, come appunto il fringuello e lo storno, attraverso una forzatura del sistema delle “deroghe” previste dalla direttiva Uccelli 2009/147/Ce che protegge l’avifauna a livello europeo. Storni e fringuelli, infatti, sono specie protette in tutti i Paesi dall’Unione Europea e possono essere abbattuti solo tramite le “deroghe” consentite in via eccezionale, come in caso di documentati danni alle colture».



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Il Wwf sulla caccia a storni e fringuelli: "Già diffidata la Regione Abruzzo"
https://www.ilpescara.it/attualita/wwf-caccia-storni-fringuelli-diffida-regione-abruzzo.html
© IlPescara

«La caccia in deroga a fringuelli e storni non è giustificata: già diffidata la Regione Abruzzo e tutte le altre».
A scriverlo è il Wwf Abruzzo che critica la decisione assunta dall'amministrazione regionale guidata dal presidente Marco Marsilio.

«Il governo regionale», si legge in una nota dell'associazione, «torna a stupire per l’accanimento contro la fauna selvatica. Dopo la caccia ai cervi che la giunta Marsilio-Imprudente avrebbe voluto far partire già dallo scorso anno e che finora è stata fermata solo grazie ai ricorsi del Wwf e di altre associazioni ambientaliste e animaliste, ora è il turno di storni e fringuelli».

L'associazione ambientalista e animalista prosegue: «Nella riunione della conferenza Stato-Regioni del 12 giugno 2025 si sono stabilite, su richiesta delle Regioni, le quantità di piccoli uccelli abbattibili in deroga al principio generale di protezione. Le Regioni italiane hanno concordato di far uccidere ai cacciatori più di 800mila piccoli uccelli appartenenti a specie protette, come appunto il fringuello e lo storno, attraverso una forzatura del sistema delle “deroghe” previste dalla direttiva Uccelli 2009/147/Ce che protegge l’avifauna a livello europeo. Storni e fringuelli, infatti, sono specie protette in tutti i Paesi dall’Unione Europea e possono essere abbattuti solo tramite le “deroghe” consentite in via eccezionale, come in caso di documentati danni alle colture».

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Il Wwf prosegue: «Ovviamente la Regione Abruzzo nella discussione del 12 giugno scorso non si è fatta sfuggire l’occasione di provare a fare l’ennesimo regalo ai cacciatori e si è espressa favorevolmente a questa procedura, accordandosi per consentire l’abbattimento di quasi 28.000 uccelli di queste specie. Un accanimento senza alcuna giustificazione verso piccoli uccelli indifesi che pesano meno delle cartucce con cui vengono abbattuti: un fringuello pesa in media solo 20 grammi… Sono passati vent’anni da quando la Regione Abruzzo provò ad autorizzare una simile deroga (allora si trattava di storni e passeri comuni). E nel 2004, grazie ai ricorsi del Wwf, la caccia a questi piccoli uccelli fu definitivamente bloccata. Il Consiglio di Stato annullò il calendario venatorio di quell’anno e la giunta fu costretta ad abolire l’articolo della legge regionale che prevedeva la caccia in deroga, in quanto la Commissione Europea, allarmata dal Wwf, aveva rilevato contrasti con la normativa europea».



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Il Wwf sulla caccia a storni e fringuelli: "Già diffidata la Regione Abruzzo"
https://www.ilpescara.it/attualita/wwf-caccia-storni-fringuelli-diffida-regione-abruzzo.html
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«La caccia in deroga a fringuelli e storni non è giustificata: già diffidata la Regione Abruzzo e tutte le altre».
A scriverlo è il Wwf Abruzzo che critica la decisione assunta dall'amministrazione regionale guidata dal presidente Marco Marsilio.

«Il governo regionale», si legge in una nota dell'associazione, «torna a stupire per l’accanimento contro la fauna selvatica. Dopo la caccia ai cervi che la giunta Marsilio-Imprudente avrebbe voluto far partire già dallo scorso anno e che finora è stata fermata solo grazie ai ricorsi del Wwf e di altre associazioni ambientaliste e animaliste, ora è il turno di storni e fringuelli».

L'associazione ambientalista e animalista prosegue: «Nella riunione della conferenza Stato-Regioni del 12 giugno 2025 si sono stabilite, su richiesta delle Regioni, le quantità di piccoli uccelli abbattibili in deroga al principio generale di protezione. Le Regioni italiane hanno concordato di far uccidere ai cacciatori più di 800mila piccoli uccelli appartenenti a specie protette, come appunto il fringuello e lo storno, attraverso una forzatura del sistema delle “deroghe” previste dalla direttiva Uccelli 2009/147/Ce che protegge l’avifauna a livello europeo. Storni e fringuelli, infatti, sono specie protette in tutti i Paesi dall’Unione Europea e possono essere abbattuti solo tramite le “deroghe” consentite in via eccezionale, come in caso di documentati danni alle colture».

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A scriverlo è il Wwf Abruzzo che critica la decisione assunta dall'amministrazione regionale guidata dal presidente Marco Marsilio.

«Il governo regionale», si legge in una nota dell'associazione, «torna a stupire per l’accanimento contro la fauna selvatica. Dopo la caccia ai cervi che la giunta Marsilio-Imprudente avrebbe voluto far partire già dallo scorso anno e che finora è stata fermata solo grazie ai ricorsi del Wwf e di altre associazioni ambientaliste e animaliste, ora è il turno di storni e fringuelli».

L'associazione ambientalista e animalista prosegue: «Nella riunione della conferenza Stato-Regioni del 12 giugno 2025 si sono stabilite, su richiesta delle Regioni, le quantità di piccoli uccelli abbattibili in deroga al principio generale di protezione. Le Regioni italiane hanno concordato di far uccidere ai cacciatori più di 800mila piccoli uccelli appartenenti a specie protette, come appunto il fringuello e lo storno, attraverso una forzatura del sistema delle “deroghe” previste dalla direttiva Uccelli 2009/147/Ce che protegge l’avifauna a livello europeo. Storni e fringuelli, infatti, sono specie protette in tutti i Paesi dall’Unione Europea e possono essere abbattuti solo tramite le “deroghe” consentite in via eccezionale, come in caso di documentati danni alle colture».

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Il Wwf prosegue: «Ovviamente la Regione Abruzzo nella discussione del 12 giugno scorso non si è fatta sfuggire l’occasione di provare a fare l’ennesimo regalo ai cacciatori e si è espressa favorevolmente a questa procedura, accordandosi per consentire l’abbattimento di quasi 28.000 uccelli di queste specie. Un accanimento senza alcuna giustificazione verso piccoli uccelli indifesi che pesano meno delle cartucce con cui vengono abbattuti: un fringuello pesa in media solo 20 grammi… Sono passati vent’anni da quando la Regione Abruzzo provò ad autorizzare una simile deroga (allora si trattava di storni e passeri comuni). E nel 2004, grazie ai ricorsi del Wwf, la caccia a questi piccoli uccelli fu definitivamente bloccata. Il Consiglio di Stato annullò il calendario venatorio di quell’anno e la giunta fu costretta ad abolire l’articolo della legge regionale che prevedeva la caccia in deroga, in quanto la Commissione Europea, allarmata dal Wwf, aveva rilevato contrasti con la normativa europea».



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Il Wwf sulla caccia a storni e fringuelli: "Già diffidata la Regione Abruzzo"
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giovedì 7 dicembre 2023

CACCIA AI CERVI FUORI PARCO SIRENTE VELINO, WWF: “REGIONE ABRUZZO CONTINUA DERIVA FILO-VENATORIA”

L’AQUILA – “Da quanto si apprende dagli organi di stampa, sarebbe di recente arrivato il nulla osta dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), che autorizza la caccia di selezione dei cervi al di fuori del Parco Sirente Velino e il loro controllo numerico all’interno del territorio dell’area protetta. In attesa di consultare la documentazione presentata dalla Regione Abruzzo per richiedere tale parere e quanto riportato nel nulla osta dell’Ispra, perché attualmente nulla pare essere pubblicato sui siti della Regione Abruzzo e del Parco regionale, il Wwf Abruzzo reputa la scelta l’ennesimo regalo al mondo venatorio fatto passare come una gestione faunistica di cui non si sente alcuna necessità. Se i dati sui quali si basa la decisione di intraprendere la caccia di selezione al Cervo sono quelli presentati nel Piano Faunistico Venatorio della Regione Abruzzo, questi, come riportato nel Piano stesso, sono carenti e frammentari e non sono certo sufficienti i monitoraggi intrapresi dagli Atc per colmare tali lacune”.

Così in una nota il Wwf, in lerito alla caccia di selezione dei cervi al di fuori del Parco Regionale Sirente Velino e il loro controllo numerico all’interno del territorio dell’area protetta. Per il Wwf Abruzzo si tratta di “una scelta da contrastare con forza”, “una deriva filo-venatoria”: “si trovino sistemi alternativi per eliminare i danni da fauna senza ricorrere alla scorciatoia delle carabine e sparare a questi bellissimi animali”.

“Per definire la stima di popolazioni faunistiche e dunque, il loro eventuale prelievo – prosegue la nota del Wwf – sono necessarie informazioni esaustive e dettagliate in merito alla distribuzione sul territorio, così come in merito alla consistenza numerica delle popolazioni, alle rispettive variazioni temporali e ai rapporti numerici tra individui dei due sessi e tra le diverse classi di età. Tutte informazioni che si possono ottenere solo tramite monitoraggi ripetuti per diverse annualità con metodologie confrontabili e standardizzate e che se sono state messe in atto, avremo cura di leggerne risultati una volta che verrà pubblicato il Piano di prelievo elaborato dal Parco Regionale Sirente Velino”.

“Per quanto attiene ai danni provocati dai cervi, ben altri sono i sistemi da mettere in campo per contrastarli: recinzioni intorno ai campi nelle aree più colpite; dissuasori acustici, visivi e olfattivi per allontanare gli ungulati da colture e strade; ristori in tempi rapidi agli agricoltori colpiti; potenziamento dei sottopassi”.

“Ci si chiede quali siano state le azioni messe in atto dall’area protetta nell’ambito della prevenzione e con quali risultati prima di ricorrere alla scorciatoia delle carabine, che è tutt’altro una via certa da percorrere per il contenimento dei danni (e quello che avviene per il cinghiale in Abruzzo dovrebbe essere sufficientemente esaustivo). Viene, dunque, da chiedersi se il vero obiettivo di tali scelte sia quello di contenere effettivamente i danni da fauna o quello di dare via libera ai cacciatori su una specie che attualmente in Abruzzo non viene cacciata”.

“Una decisione che il Wwf Abruzzo e le sezioni locali contrasteranno fortemente. Questi animali sono patrimonio della nostra terra e simbolo della natura che rende la nostra Regione conosciuta e apprezzata: non sono bersagli per i cacciatori!”, conclude la nota del Wwf.

 Fonte: abruzzoweb.it del 06 dicembre 2023

 

venerdì 31 marzo 2023

Il Wwf Abruzzo presenta la campagna contro la caccia di selezione a Cervo e Capriolo che la Regione si prepara ad approvare

Presentata questa mattina in conferenza stampa a Pescara la campagna del WWF Abruzzo “La natura si ammira, non si uccide” contro la caccia di selezione a Cervo e Capriolo. Due info-grafiche e un video esaltano la bellezza della natura abruzzese e di due specie fortemente simboliche alle quali la Giunta regionale si prepara a dichiarare guerra con l’apertura della caccia di selezione già dalla prossima stagione venatoria.
Dai documenti reperiti dal WWF, è evidente come la Giunta Marsilio si stia muovendo per aprire, in alcuni distretti territoriali, la caccia di selezione alle due specie di ungulati. L’ennesimo regalo al mondo venatorio fatto passare come una gestione faunistica di cui non si sente alcuna necessità.
La conoscenza sulle popolazioni di Cervo e Capriolo in Abruzzo è, infatti, frammentaria e lacunosa, nello stesso Piano Faunistico Venatorio approvato dalla Regione Abruzzo si evidenzia la necessità di avviare un’attività di monitoraggio, tanto che per il Cervo vengono definiti comprensori solo sperimentali “alla luce delle scarse conoscenze della consistenza e della dinamica della popolazione”.
Per definire tempi e modalità di prelievo di individui da popolazioni faunistiche sono necessarie informazioni esaustive e dettagliate in merito alla distribuzione delle specie interessate sul territorio regionale, così come in merito alla consistenza numerica delle popolazioni, alle rispettive variazioni temporali e ai rapporti numerici tra individui dei due sessi e tra le diverse classi di età.
Tutte informazioni che si possono ottenere solo tramite monitoraggi ripetuti per diverse annualità con metodologie confrontabili e standardizzate, non certo in attraverso un numero limitato di sessioni di osservazione, quali quelle che la Regione Abruzzo si appresta a mettere in atto ora fino alla stesura del calendario venatorio, né tramite i conteggi estemporanei svolti dai volontari degli Ambiti Territoriali di Caccia (che sono gli stessi organismi interessati ad organizzare e svolgere le attività di prelievo), con dati carenti e disomogenei.
Appare, dunque, poco credibile l’esecuzione di un’attività di monitoraggio che in pochi mesi dovrebbe descrivere lo status delle popolazioni di Cervo e Capriolo, definire le densità ottimali di presenza, redigere un piano di prelievo: di fatto, indipendentemente dai risultati che si otterranno dalle attività di campo, la Giunta regionale ha già deciso di volere inserire la caccia di selezione a Cervo e Capriolo nel prossimo calendario venatorio. Si tratta di un approccio a-scientifico inaccettabile!
Rispetto ai presunti danni che queste specie possono provocare a colture e il pericolo di incidenti stradali, questioni da tenere in seria e attenta considerazione, è sicuramente necessario avviare un serio programma di monitoraggio e predisporre un piano di prevenzione, che però non viene mai evocato. Esistono molteplici azioni, ormai note e conosciute, che possono essere messe in atto per limitare il rischio di danni e la frequenza degli incidenti stradali: implementare l’utilizzo delle recinzioni o delle varie tipologie di repellenti, mettere in opera dissuasori acustici e visivi, potenziare i sottopassi, costruire i sovrappassi… I fondi impegnati dalla Regione Abruzzo per avviare gli abbattimenti potrebbero essere destinati molto più proficuamente a questo tipo di azioni.
“Siamo sicuri che la maggior parte degli abruzzesi sarà dalla parte dei cervi e dei caprioli – commenta Filomena Ricci, delegata WWF Abruzzo – e vorrà continuare a vederli liberi di muoversi nelle montagne e nei boschi abruzzesi. Queste specie sono patrimonio della nostra terra e simbolo della natura che rende la nostra Regione conosciuta e apprezzata: non sono bersagli per i cacciatori. È un peccato che il governo regionale, dopo aver tentato di tagliare il Parco regionale Sirente-Velino (ottenendo una bocciatura dalla Corte Costituzionale), voglia ora aprire la caccia a due animali così belli che fino ad oggi in Abruzzo hanno potuto vivere tranquilli, aumentando la biodiversità della nostra regione”. 


Fonte: ilgiornaledichieti.it del 23 marzo 2023

domenica 3 luglio 2022

Il WWF: “Sui cinghiali la Giunta regionale continua a sbagliare”. L’attività venatoria notturna, e anche con l’arco, pericolosa per uomini e fauna protetta

Comunicato stampa del 2 luglio 2022

Decine di studi e l’esperienza dimostrano che la caccia non risolve il problema 

Il WWF: “Sui cinghiali la Giunta regionale continua a sbagliare” 

L’attività venatoria notturna, e anche con l’arco, pericolosa per uomini e fauna protetta  

Nei giorni scorsi la Giunta regionale ha approvato un nuovo disciplinare per la caccia di selezione al cinghiale. Le grandi novità introdotte, come si legge dalle dichiarazioni dell’Assessore Emanuele Imprudente, sarebbero la possibilità di caccia fino alle ore 24 con l’ausilio di strumenti per il miglioramento della visione notturna (sorgenti luminose suppletive come visori ad infrarossi, visori termici, torce e fari) e, per la prima volta in Abruzzo, l’utilizzo dell’arco. Il disciplinare è stato approvato con il parere favorevole dell’ISPRA. 

Quello che sconcerta, oltre all’utilizzo di tecniche venatorie mai sperimentate per l’Abruzzo, è il fatto che si continui a considerare la caccia (di selezione e non) quale unico strumento di contenimento dei danni da cinghiale, senza ipotizzare e programmare a larga scala nessuna altra azione che vada nell’ottica della messa in sicurezza delle colture agricole o della riduzione del rischio di impatto con autoveicoli. Si continuano solo ad allargare i periodi e le modalità di prelievo al cinghiale che ormai si può cacciare praticamente quasi tutto l’anno e con ogni metodologia venatoria, ma non si vedono certo i risultati sperati sul contenimento delle popolazioni. 

La caccia notturna poi, andrebbe attentamente valutata anche per il rischio di disturbo che può provocare al resto della fauna selvatica soprattutto in questo momento quando la stagione riproduttiva non è ancora del tutto conclusa e alla sua pericolosità per i cittadini. 

Lo scorso febbraio il WWF Abruzzo, insieme all’Università di Teramo, ha organizzato un convegno proprio sulla gestione del cinghiale. L’Associazione ha discusso sulla base dell’analisi di circa 80 pubblicazioni scientifiche, riguardo all’impatto dell’attività venatoria sulla struttura di popolazione del cinghiale. In particolare, si è rilevato che: 

  • La caccia costituisce la causa principale di morte per il Cinghiale (Keuling et al. 2013), ma il prelievo venatorio non è sufficiente a contenere l’incremento delle popolazioni (Servanty et al. 2011; Keuling et al. 2013).  
  • La caccia agisce sulle diverse classi di sesso e d’età in modo diverso dalla mortalità naturale (Toigo et al. 2008) con l’effetto di diminuire l’aspettativa di vita media degli animali e ringiovanire le popolazioni (Servanty et al. 2011).  
  • La caccia innesca risposte nella biologia riproduttiva della specie che, unitamente all’aumentata disponibilità trofica, causano un aumento della produttività delle popolazioni (Herrero et al. 2008; Servanty et al. 2011). 
  • La caccia in battuta ha conseguenze sulla demografia delle popolazioni cacciate (Monaco et al. 2003; Toïgo et al. 2008) e può anche influenzare il comportamento spaziale dei gruppi familiari in quanto la perdita di una femmina dominante può portare maggiore instabilità spaziale tra gli individui sopravvissuti (Maillard 1996). 
  • La caccia può anche indurre una risposta compensativa della popolazione, infatti sotto un'elevata pressione venatoria, una proporzione maggiore di femmine di un anno partorisce rispetto alle popolazioni in cui la pressione venatoria è meno pronunciata. 

    Alcune pubblicazioni fanno emergere che anche gli abbattimenti selettivi da punto fisso possono perturbare la struttura di popolazione tanto da sconvolgere gli accoppiamenti, la fecondità e il rapporto tra i sessi della prole che possono essere stravolti (review di Milner et al. 2007).  

    “In sostanza decine di studi scientifici hanno dimostrato che sperare di ridurre il numero dei cinghiali affidandosi esclusivamente alla caccia è sbagliato e illusorio, eppure la Giunta regionale – conclude Filomena Ricci, delegata WWF Abruzzo - continua a intervenire sulla gestione del cinghiale in modo caotico, aumenta i periodi venatori durante l’arco dell’anno e della giornata, allarga le possibilità dei metodi di caccia ricorrendo anche all’arco, tecnica mai usata in Abruzzo… sembra insomma che si proceda facendo regali ai cacciatori senza prendere contezza del fatto che questo tipo di gestione in atto da decenni non sta avendo il risultato sperato. È ora che il problema venga affrontato con dati ed evidenze scientifiche alla mano e che si sperimentino altre tipologie di intervento sul territorio, note e praticabili, per la messa in sicurezza di campi agricoli e infrastrutture lineari”. 

 



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giovedì 10 giugno 2021

WWF: «È priva di fondamento l’ipotesi di aprire la caccia al Cervo in Abruzzo»


Comunicato stampa del 7 giugno 2021

Le riflessioni del WWF sulle recenti dichiarazioni del Direttore del PNALM

«È priva di fondamento l’ipotesi di aprire la caccia al Cervo in Abruzzo»


In occasione di un recente incontro a Casali d’Aschi sulla convivenza Uomo-Orso, il Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise (PNALM) ha svolto alcune considerazioni, riportate dalla stampa, sulla possibilità di aprire la caccia al Cervo al di fuori dell'area protetta.

A detta del Direttore sarebbe possibile (anzi, necessario!) ipotizzare un contenimento non solo al Cinghiale (attività già peraltro attuata da anni con scarsissimi risultati concreti), ma anche al Cervo: per il direttore Sammarone l'attività venatoria sarebbe capace di alimentare non meglio definiti riflessi economici e si potrebbero coinvolgere i giovani nella gestione di un eventuale flusso turistico legato alla caccia.

Gli argomenti sollevati, gli stessi da sempre portati avanti dal mondo venatorio, meritano alcuni approfondimenti.

In base a quali considerazioni tecniche ed ecologiche si può oggi affermare la necessità di dover contenere e ridurre la popolazione di Cervo in Abruzzo? Lo stesso Piano Faunistico Venatorio della Regione Abruzzo, documento indispensabile per programmare le azioni sulla fauna approvato meno di un anno fa, prevede che ci siano ulteriori verifiche sullo stato della popolazione di Cervo, in quanto per la sua stessa redazione vengono utilizzati dati relativi a una sola annualità, il 2018, sicuramente non sufficienti per avere un quadro esaustivo della presenza e della diffusione della specie. Prima soltanto di ipotizzare un qualsiasi intervento, bisogna dotarsi di approfonditi strumenti di conoscenza, quali ad esempio, la distribuzione puntuale sul territorio regionale, la dinamica, il trend e lo status delle popolazioni, i rapporti sesso/età… di tutto questo si conosce pochissimo. Senza poi tralasciare il fatto che il Cervo ha un ruolo fondamentale nella catena alimentare, rappresentando, ad esempio, un’importante fonte trofica per il Lupo.

È poi noto che molta dell’eventuale pressione venatoria sui Cervidi andrebbe a ricadere nelle zone di presenza dell’Orso bruno marsicano al di fuori delle aree protette, aggiungendo ulteriore stress in territori dove la caccia ad altre specie è già permessa.

Anche il riferimento agli aspetti economici e ai flussi turistici legati alla caccia non sembra poggiare su dati realistici. È noto che il numero di cacciatori sta (fortunatamente) diminuendo in tutta Italia essendo passati dagli oltre 2 milioni degli Anni ’70 a meno di 500.000 nel 2020, in gran parte anziani. Le presenze turistiche evidenziano invece come la natura sia un settore in forte crescita: basta ricordare i dati della scorsa stagione estiva, quando migliaia di persone hanno scelto di visitare l’Abruzzo e le sue aree protette. Il turismo venatorio, mordi e fuggi, è in contrasto con la prima forma di accoglienza, rappresentando peraltro un serio pericolo per chi vuole semplicemente passeggiare in natura come testimoniano i dati sulle vittime della caccia che vengono resi noti ogni anno.

Il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, che si accinge a festeggiare i 100 anni dalla sua istituzione, e le altre aree naturali protette della nostra regione possono vantare un modello di turismo naturalistico fatto di guide, percorsi, rifugi, microricettività, attività esperienziali e scoperta, che potrebbe essere, questo sicuramente, esportabile anche in altre aree interne. I giovani dell’Abruzzo montano hanno bisogno di un altro tipo di politica, di progetti, di crescita culturale che portino per esempio al potenziamento dell’agricoltura e della pastorizia sostenibili, in modo che sempre più giovani possano essere nelle condizioni di scommettere per il proprio futuro su queste attività; non certo di chi gira armato sulle nostre montagne divertendosi a sparare ad animali indifesi!


WWF Italia ONLUS, Abruzzo
abruzzo@wwf.it
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domenica 16 maggio 2021

Cia Abruzzo: “Mondo agricolo trascurato dalla modifica della legge sui danni da fauna selvatica”

Chieti. Più che colpi di fucile sembrerebbero fermi e pungenti colpi di fioretto, quelli riportati verbalmente nelle ultime dichiarazioni di  Mia-Agricoltori Abruzzo: “Il mondo agricolo non è stato tenuto minimamente in considerazione nella modifica dell’art. 44 della Legge Regionale 10/04 nei punti in cui disciplina il controllo della fauna selvatica, eliminando dall’emendamento da noi proposto la parte nella quale venivano reinseriti i cacciatori formati, apportando, inoltre, ulteriori modifiche peggiorative alla legge in vigore creando solo confusione”. Lo ha affermato il Presidente di Cia-Agricoltori Italiani Abruzzo, Mauro Di Zio, in seguito all’ultima seduta del consiglio regionale che aveva come oggetto la modifica dell’art. 44 della legge “Normativa organica per l’esercizio dell’attività venatoria, la protezione della fauna selvatica omeoterma e la tutela dell’ambiente”.

“Fatto di assoluta gravità, dal momento che sappiamo che la Polizia Provinciale e le guardie venatorie, per l’esiguo numero in cui sono presenti in Abruzzo, non sono sufficienti per intervenire in maniera efficace per ridurre i danni alle colture agricole, provocati dalla massiccia presenza della fauna selvatica”, aggiunge Di Zio sottolineando il fatto che l’Abruzzo attualmente sia l’unica regione italiana a precludere agli agricoltori la possibilità di ricoprire il ruolo di Presidente negli Ambiti Territoriali di Caccia. Nel 2020, i danni da fauna selvatica risultavano superiori ai due milioni di euro e la crescita di questi ultimi sembra non volersi arrestare. “Ormai è stato superato ogni limite di buon senso”, dichiara l’associazione di categoria che chiede l’immediata modifica della legge così come richiesto lo scorso febbraio.“Su questo punto saremo intransigenti e non escludiamo manifestazioni di piazza, chiamando a raccolta tutto il mondo agricolo se non si provvede nell’immediato”, continua Di Zio, concludendo che “A breve saranno inoltre inviate ulteriori proposte per una revisione dei regolamenti e leggi regionali attinenti il settore agricolo, al fine di risolvere l’annoso problema dei danni alle colture agricole e dei relativi indennizzi provocati dalla fauna selvatica”.

 Fonte: abruzzolive.it del 15 maggio 2021

giovedì 28 gennaio 2021

La caccia in braccata non serve. Lo dice anche l'ISPRA. Il WWF: “Ora si cambi passo nella gestione venatoria”

Comunicato stampa del 25 gennaio 2021

La caccia in braccata non serve per contenere né le presenze di cinghiali né i danni da questi causati, questa volta è la voce autorevole dell’ISPRA ad affermarlo

Il WWF: “Ora si cambi passo nella gestione venatoria”


Nel parere richiesto dalla Regione Abruzzo per il prolungamento della caccia al cinghiale al 31 gennaio, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), unico ente dello Stato deputato al rilascio dei pareri alle Regioni su caccia e fauna selvatica, pur dando assenso alla proroga, evidenzia chiaramente che la caccia collettiva in braccata non è lo strumento utile per contenere né la popolazione di cinghiale né i danni provocati dalla specie. Anzi l’Istituto precisa che il prolungamento della caccia al cinghiale difficilmente “avrà un qualche tangibile effetto nel contenimento dei danni che ci potranno essere tra la primavera e l'estate prossime”.

Le motivazioni sono quelle che più volte il WWF Abruzzo ha sostenuto e portato all’attenzione delle amministrazioni regionali che si sono susseguite: la caccia in braccata modifica la struttura delle popolazioni, comporta cambiamenti al ciclo riproduttivo favorendo la prolificità delle femmine, rischia di frammentare i gruppi familiari ed è per questo spesso controproducente rispetto all’obiettivo conclamato di ridurre il numero degli individui e i relativi danni. Favorisce inoltre una maggior mobilità dei cinghiali verso aree meno disturbate come quelle più prossime ai centri urbani o zone agricole più antropizzate, dove aumenta il rischio di danni, di incidenti stradali e di diffusione di malattie portate dalla specie.

“È arrivato il momento di affrontare il problema con dati ed evidenze scientifiche alla mano – dichiara Filomena Ricci, delegato regionale del WWF Abruzzo - e non utilizzare il pretesto dei danni da cinghiale per concedere sempre di più all’attività venatoria ottenendo come risultato solo quello di destabilizzare ulteriormente le popolazioni, come chiaramente afferma anche l’ISPRA. In Abruzzo si potrà cacciare il cinghiale fino al 31 gennaio, ma difficilmente i danni all’agricoltura e il rischio di impatto con autoveicoli saranno ridotti e allora a chi giova? Solo a un piccolo gruppo di cittadini che tra l’altro utilizzano una tecnica di caccia invasiva e impattante che crea disturbo anche a molte altre specie di animali.”

Il mondo agricolo, ma anche tutti i cittadini che rischiano gli impatti con gli autoveicoli, hanno il diritto di vedere affrontanti in modo serio le problematiche inerenti le loro attività lavorative e la loro incolumità.

“Il parere dell’ISPRA sulla caccia in braccata – dichiara Dante Caserta, vicepresidente del WWF Italia – fa cadere gli assunti delle ultime ordinanze della Regione Abruzzo e di diverse altre regioni secondo i quali l’attività venatoria rappresenterebbe uno stato di necessità per conseguire l'equilibrio faunistico venatorio e limitare il pericolo potenziale per la pubblica incolumità. Questo parere deve essere l’occasione per rivedere gli interventi sul territorio in materia di fauna selvatica e attività venatoria e per aprire un confronto tra le parti che miri davvero a risolvere le problematiche cambiando l’impostazione che per troppo tempo ha considerato la caccia come unica soluzione: questo miope approccio in realtà ha solo peggiorato la situazione sia per la diffusione delle popolazioni di cinghiale sia per la gestione dei danni”.


WWF Italia ONLUS, Abruzzo
abruzzo@wwf.it 

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domenica 28 luglio 2019

WWF: la Regione fermi la caccia notturna nell’area peri-urbana di Penne

Comunicato stampa del 27 luglio 2019

Non esiste alcuna autorizzazione prefettizia. Urgente impedire gli spari prima che accadano tragedie

La Regione fermi la caccia notturna nell’area peri-urbana di Penne

L’attività venatoria notturna in aerea peri-urbana a Penne non è stata in alcun modo autorizzata dalla Prefettura di Pescara: il Prefetto del capoluogo adriatico, dott.ssa Gerardina Basilicata, ha inviato alla direzione dell’Oasi WWF e Riserva “Lago di Penne” e al sindaco della città una precisazione al riguardo nella quale spiega che le competenze in tal senso sono della Regione. “Mi sono immediatamente scusato con il Prefetto – spiega Fernando Di Fabrizio, direttore dell’Oasi – ma ero stato tratto in inganno da informazioni verbali avute da un dipendente regionale al quale avevo incautamente creduto”.

Al di là dell’involontario errore resta un problema di fondo: la caccia cosiddetta di selezione nelle ore notturne in un’area prossima alla Riserva e accanto a sentieri frequentati da turisti e residenti, oltre a essere sostanzialmente inutile per il contenimento dei cinghiali, è certamente pericolosa per la pubblica incolumità. Non a caso il sindaco di Penne aveva proibito gli spari in quella zona proprio per tutelare cittadini e turisti.

Del resto il pressapochismo con il quale la Regione da anni gestisce l’attività venatoria ha portato a decine di ricorsi, del WWF e di altre associazioni ambientaliste ma a volte anche delle organizzazioni dei cacciatori, nei quali l’Ente è stato quasi sempre sconfitto. Ogni azienda o organizzazione diffiderebbe dei consigli di presunti tecnici che hanno portato a esiti puntualmente negativi. Il governo regionale, di qualsiasi colore politico sia la maggioranza di turno, invece insiste e colleziona brutte figure a ripetizione, quasi con tutti i calendari venatori dell’ultimo decennio.

In questo caso la situazione è ancora più grave visto l’allarme suscitato in decine di residenti e vista l’oggettiva pericolosità dei ripetuti spari nella notte a due passi dalla città e ancora più vicino al Sentiero Serafino Razzi, ripristinato nel 2018, che collega il centro storico con la Riserva.

“Ci spiace dell’equivoco che si è creato con il Prefetto di Pescara”, sottolinea il delegato regionale del WWF Abruzzo Luciano Di Tizio, “A questo punto chiediamo però alla Regione di sospendere immediatamente ogni forma di caccia a ridosso delle aree urbane. È chiaro che chi ha sbagliato dovrà risponderne ma è intanto importante fermare comportamenti a rischio prima che accadano tragedie e non dopo, quando potrebbe essere troppo tardi”. 
 

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

Spari nella notte lungo il sentiero tra l’Oasi di Penne e il centro urbano. La denuncia del WWF

Spari nella notte lungo il sentiero tra l’Oasi di Penne e il centro urbano. La denuncia del WWF Abruzzo: messa in pericolo incolumità visitatori

Penne. “Spari nella notte a due passi dalla città e ancora più vicino al Sentiero Serafino Razzi, ripristinato nel 2018, che collega il centro storico con la Riserva naturale regionale e Oasi WWF “Lago di Penne”. Il sentiero con soli due km lungo il Fosso della Sardella conduce numerosi visitatori, sportivi, escursionisti e ciclisti nella zona della Pinetina dove si sviluppano, ad anello, dieci km di percorsi attorno al lago ed è, soprattutto in questo periodo di grande caldo, frequentato anche di notte”, questa la segnalaziono contenuta in una nota diramata dal WWF Abruzzo.

“Spesso pure i bambini ospiti del CEA “A. Bellini” per i campi estivi del WWF (organizzati dalla cooperativa Samara) frequentano nottetempo i sentieri della riserva (ovviamente anche il Serafino Razzi) per ascoltare usignoli e fare esperienze sensoriali al buio. Questo da anni, senza alcun problema -prosegue la nota – In questi giorni invece sono in atto battute selettive notturne al cinghiale nella zona del Carmine e lungo il sentiero Serafino Razzi, battute in deroga alle leggi ordinarie sulla caccia che sembra siano state autorizzate dalla Prefettura di Pescara”.

“Le cooperative che operano nel territorio e i residenti lo hanno ben notato e la Riserva si è fatta portavoce delle loro allarmate segnalazioni scrivendo ieri una articolata lettera, con diversi allegati, indirizzata al Prefetto di Pescara Gerardina Basilicata e al sindaco di Penne Mario Semproni, per segnalare l’enorme pericolo per la inclumità pubblica (oltre all’ovvio disturbo dato da spari a notte fonda in aree peri-urbane). Nel testo si ricorda che la Riserva si occupa del monitoraggio della popolazione di cinghiali dal 2012; ebbene negli ultimi due anni si è registrato un calo dovuto soprattutto alla nevicata eccezionale del 2017, con la terribile valanga su Rigopiano, che ha decimato i piccoli e i giovani e alla presenza sempre più frequente del lupo: circa il 70% delle prede di questo carnivoro è rappresentato infatti proprio dai cinghiali. La caccia al di fuori dei periodi consentiti e più che mai di notte rappresenta dunque una inutile fonte di pericolo senza apportare alcun serio contributo al contenimento dei cinghiali che, se davvero necessario, potrebbe essere garantito con altri metodi: l’attivazione di recinti di cattura all’interno della Riserva ha consentito ad esempio il prelievo di 23 esemplari su 31 catturati, in un solo giorno di sperimentazione (8 giugno 2019)”.

“È invece ben noto – conclude il WWF – che la sola pressione venatoria comporta risultati di segno opposto a quelli attesi: studi compiuti in tutta Europa dimostrano che la caccia destruttura i branchi causando un aumento dei danni alle colture e, colpendo le femmine adulte, accelera la maturazione delle giovani, con crescita numerica dei capi. “Un danno più che un vantaggio, ma ciò nonostante – osserva il delegato regionale del WWF Abruzzo Luciano Di Tizio – una politica miope continua a guardare ai fucili come unica soluzione rincorrendo il consenso elettorale di poche centinaia di cacciatori a dispetto del rispetto della legge e del buonsenso e degli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini”.

Fonte: pescaralive.it del 24 luglio 2019

giovedì 20 giugno 2019

Cinghiali, il professor Mazzatenta: "L’abbattimento massiccio li fa riprodurre ancora di più"

L'abbattimento massiccio non diminuisce, ma aumenta il numero dei cinghiali. Soprattutto se attuato con la tecnica della braccata.

È la conclusione cui è giunta la ricerca del professor Andrea Mazzatenta, docente di psicobiologia e psicologia animale all'Università di Teramo, che ieri ha presentato in risultati dello studio nel dibattito dal titolo Il buono, il brutto e il cattivo. Le ragioni biologiche della diffusione del cinghiale e i problemi giuridici annessi, organizzato e moderato dall'avvocato Angela Pennetta, presidente del comitato civico L'Arcobaleno. Nel Teatro Figlie della Croce si sono confrontati i professori Mazzatenta e Corrado Cipolla d'Abruzzo, esperto balistico, il presidente del Tribunale, Bruno Giangiacomo e il giudice di pace Alessandra Notaro, che hanno parlato degli aspetti giuridici legati ai danni causati dai cinghiali, e il sindaco di Vasto, Francesco Menna.

Mazzatenta, nelle slide mostrate ai numerosi presenti, ha ricordato che in Toscana, con l'abbattimento, "il numero di esemplari è raddoppiato, raggiungendo le 200mila unità".

"I motivi sono diversi. Ci sono cause remote e cause prossime. Inizialmente, negli anni Cinquanta, sono stati introdotti cinghiali dall'Est Europa, molto più prolifici e più grandi e di facile adattamento rispetto al nostro piccolo cinghiale italico. A questo si sono aggiunti problemi che hanno spostato, dal punto di vista biologico, la riproduzione di questo animale, per cui siamo andati da una riproduzione naturale con strategia K a una riproduzione innaturale, di alta pressione, con strategia R. Quando il cinghiale è pressato, siccome è una preda, mette in moto meccanismi fisiologici per aumentare il numero degli individui della specie ed evitare di estinguersi. Paradossalmente, più noi lo pressiamo, gli spariamo, anche con tecniche molto invasive come la braccata che, tra l'altro, è stata appena sospesa dal Tar toscano il 9 maggio di quest'anno, succede il contrario di quello che ci aspettiamo: il numero di cinghiali aumenta invece di diminuire, perché la società del cinghiale è matriarcale, basata sulle famiglie governate dalle matrone, che emettono una sostanza particolare denominata feromone, che blocca l'estro delle femmine". Quando la mamma viene uccisa, "si liberalizza la riproduzione delle figlie, perché viene a mancare questo blocco fisiologico della riproduzione. Di conseguenza, invece di avere 5-6 cuccioli da una mamma anziana, si avranno da 7 a 10 cuccioli da femmine giovanissime e questo porterà a un incremento esponenziale della riproduzione, quindi, si avranno 50-60 cuccioli da una famiglia. Discorso simile per i maschi. Se si uccidono i maschi anziani, che sono molto potenti, si da il la a maschi giovani, che fanno riprodurre in maniera esponenziale le femmine".

Il rimedio, secondo Mazzatenta, non è l'abbattimento: "Le strategie sono molteplici. Una di queste è far invecchiare le popolazioni di cinghiale, dare delle aree cuscinetto, limitare la pressione sull'animale, che diventerà stanziale, tenderà a muoversi molto meno, diventerà territoriale, si muoverà pochissimo, entro un'area come quella di una fattoria. Per limitare gli incidenti stradali: contare i punti di attraversamento, creare dei varchi sotto le strade in corrispondenza di questi attraversamenti ed introdurre dei rallentatori luminosi, che hanno dei sensori di prossimità e, quando si avvicinano i cinghiali, emettono delle luci, per cui l'automobilista può rallentare la velocità. Per evitare l'ingresso nei campi coltivati, si può fare ricorso alle recinzioni elettrificate e ci sono tante altre tecniche".

Le relazioni di Mazzatenta e Cipolla hanno suscitato un vivace dibattito. Un agricoltore è intervenuto più volte dalla platea per contestare quanto affermato da due relatori e raccontare di aver subito danni per decine di migliaia di euro. Michele Bosco, presidente dell'associazione Terre di Punta Aderci, che ha raccolto 2mila firme a sostegno della petizione consegnata alla Regione, ha raccolto la sfida di unire le forze del comitato che presiede e di quello di Angela Pennetta.

Sotto l'aspetto giuridico, il presidente del Tribunale di Vasto, Bruno Giangiacomo, ha sottolineato l'importanza dell'opera di prevenzione, necessaria ad evitare i danni e le conseguenti azioni risarcitorie.


Fonte: zonalocale.it del 16 giugno 2019

sabato 15 giugno 2019

CINGHIALI: RISERVA PENNE, ''CACCIATORI CONTRARI A RECINTI PERCHE' FUNZIONANO'

GESTORI A ROSSI (COSPA), ''DA LUI ACCUSE GRAVI E GRATUIITE, NOSTRA SPERIMENTAZIONE IN PIENA REGOLA ED EFFICACE'', ''BESTIALITA' VOLER APRIRE CACCIA IN UNA RISERVA''.
 
CINGHIALI: RISERVA PENNE, ''CACCIATORI CONTRARI A RECINTI PERCHE' FUNZIONANO''
di Filippo Tronca


PENNE - "Il motivo per cui i parte dei cacciatori sono contrari ai recinti di cattura è semplicissimo: funzionano bene, e riducono il numero di cinghiali, e dunque i danni alle colture. E loro avrebbero meno animali a cui sparare".

Una replica secca, e che va al nocciolo del contendere, quella di Osvaldo Locasciulli, biologo della Cogecstre, che gestisce la Riserva naturale regionale lago di Penne, in provincia di Pescara, che si aggiunge alle durissime considerazioni del presidente Fernando di Fabrizio, uniti nel contrattaccare al fuoco di fila di accuse dell'allevatore e cacciatore Dino Rossi. dell'associazione Cospa.

Rossi ha presentato una segnalazione alla Procura della Repubblica di Pescara, dopo che il consiglio comunale di Penne, l'8 maggio scorso, ha approvato un regolamento per ridurre il numero di cinghiali nell’area protetta della riserva, tramite l’adozione di recinti di cattura, di cui uno entrato in fase di sperimentazione, catturando già 30 ungulati. Rossi ritiene infatti l'iniziativa "illegale", in quanto a suo dire "la legge italiana vieta l'utilizzo delle gabbie, e le direttive della Comunità Europea, ritiene questo metodo "non selettivo della specie, e pericoloso per altre specie di animali". E comunque nel caso di Penne, per Rossi ci sarebbero "irregolarità nella fase di costruzione" delle gabbie, e soprattutto, in ogni caso non può essere un Comune a decidere di collocare gabbie di cattura, ma semmai la Regione. Rossi infine ribadisce contro gli "animalisti di turno" che l'unica soluzione è sparare ai cinghiali, anche dentro i Parchi e le Oasi

Tutto falso e fuorviante, ribatte però punto su punto ''l'ambientalista di turno'' Locasciulli.

"Se il signor Rossi ritiene che la legge sia stata violata, faccia quello che ritiene giusto, noi non abbiamo proprio nulla da temere", esordisce, entrando poi nel merito del progetto in fase di sperimentazione nell'Oasi.

"L'iniziativa è nata a seguito di una richiesta di agricoltori e allevatori che vivono e lavorano dentro l'area protetta, danneggiati dal numero eccessivo di cinghiali. Abbiamo pertanto attivato un piano che prevedeva come soluzione ottimale per un' area protetta l'utilizzo di un recinto di cattura. Ci siamo attenuti ovviamente a tutte le normative di legge, in liena con quanto raccomanda l'Ispra nelle ''Linee guida per gestione del cinghiali nelle aree protette".

Del resto, spiega Locasciulli, “la nostra è un'area protetta di pochi chilometri quadrati, frequentata tutti i giorni da molti turisti, ma anche abitata da 150 nuclei familiari, e buona parte delle terre è coltivata. Da qui la scelta più logica, quella dei recinti di cattura. Nel Parco nazionale del Gran Sasso Monti della Laga sono stati catturati oltre 10 mila cinghiali, e avviati alla filiera che prevede il trasporto in mattatoio, o in aree faunistiche venatorie”

Assurda l'alternativa di aprire la caccia nell'area protetta. “ Rappresenterebbe un grave pericolo per la pubblica incolumità: si usano infatti armi che hanno gittata a anche di 5 o 6 chilometri, si rischia seriamente di abbattere esseri umani, oltre che cinghiali. Altro rischio è il rapporto tra colpi sparati, e animali abbattuti, i primi sono molto più numerosi, in che significa che molti animali vengono solo feriti, e diventano molto pericolosi”.

Ancor più nel merito delle accuse di Rossi entra il presidente Cogecstre Fernando Di Fabrizio, che ha già dato mandato ad un legale di verificarne i presupposti di una querela.

“Innanzitutto è da contestare fermamente l’assunto – esordisce Di Fabrizio - che vuole il metodo di cattura attuatosi all’interno della Riserva 'non selettivo della specie, e pericoloso per altre specie di animali'. Il modello di cattura attuato è dotato di ben quattro modi di controllo visivo. Il sistema di scatto non è meccanico e casuale, ma viene, al contrario, monitorato in diretta, e la chiusura del recinto è azionata da un operatore che può quindi decidere lui l’esatto momento della cattura, riducendo così i tempi di permanenza degli animali selezionati, ed aumentando, all’un tempo, l’efficienza complessiva dell’impianto”.

Da contestare, anche l'insinuazione relativa all' "irregolarità nella fase di costruzione" delle gabbie.

"Anche in questo caso l’assunto è apodittico ed indimostrato – attacca il presidente Cogecstre - , giacché l’impianto è stato sottoposto a verifica da parte di un ingegnere qualificato che ha redatto una relazione di collaudo. Pure indimostrata è la circostanza secondo cui: 'Queste trappole, gabbie o chiusini, che in realtà non si capisce cosa sono, se si tratta di attrezzatura o macchinari, comunque sono di oggetti costruiti abusivamente senza una scheda tecnica, senza calcoli della porta basculante messa all’estremità, senza il calcolo di rottura del cavo d’acciaio che mantiene sospeso il portellone di chiusura una volta che l’animale è dentro'. Ancora una volta, vale rimarcare l’assoluta imprecisione ed approssimazione del giudizio espresso, giacché non esiste alcun cavo di acciaio nel recinto, laddove, al contrario, risultano redatte apposite schede tecniche per ogni elemento portante della struttura".

Per Di Fabrizio anche i giudizi espressi circa i ruoli e le competenze degli enti coinvolti si dimostrano del tutto infondati.

"La Regione Abruzzo ha demandato la gestione della Riserva Naturale Controllata al Comune di Penne con Legge 26 del 1987, in applicazione dell’articolo 8 della legge regionale 61 del 1980. Anche la legge regionale 38 del 1996 sancisce che è il Comune a gestire la Riserva. Inoltre la Regione Abruzzo ha sollecitato le Riserve naturali, con due recenti Tavoli sull’Emergenza Cinghiali, in presenza delle varie autorità coinvolte (Prefettura, Carabinieri forestali, Vigilanza provinciale, sindaci ed Aree protette) ad avviare urgentemente tutte le azioni possibili allo scopo di limitare la presenza eccessiva (e persino, allarmante) dei cinghiali all’interno delle Aree protette, e di tal guisa, avviandosi così il sistema (ormai già collaudato all’interno dei Parchi Nazionali e Regionali) dei recinti di cattura".

Ma soprattutto, spiega Di Fabrizio, è fuori dal mondo l'affermazione secondo la quale "l’abbattimento della fauna selvatica che, oltre a pagare le tasse regionali e governative, muove un’economia consistente".

“E' una valutazione non in linea con quanto si legge nel Rapporto su 'L’Economia reale nei Parchi Nazionali e nelle Aree Naturali Protette'. Il Ministero dell’Ambiente e Unioncamere citano la Riserva Naturale Regionale Lago di Penne, come esempio di sistema nazionale: le aree protette come laboratori in grado di coniugare tutela della natura, sviluppo economico e nuovi modelli imprenditoriali. Nella Riserva di Penne, oltretutto, operano numerose cooperative, ben otto, legate con attività compatibili alla stessa Riserva, e dunque, non potrà essere di certo la caccia a mettere in crisi un sistema culturale, scientifico, economico e sociale ormai più che collaudato da oltre un trentennio”.

Quanto alla paventata l’estensione della caccia all’interno delle aree protette, Di Fabrizio ribatte che è “in palese violazione delle stesse disposizioni di legge, oltre ai principi di rilievo comunitario”.

E' poi falso che “queste trappole oltre a essere vietate, non rispecchiano la normativa sul benessere animale tanto sbandierata dagli animalisti di turno" e che "gli animali catturati hanno spesso divelto le grate della gabbia e sono fuggiti e gli altri rimasti intrappolati si sono fatti male tanto da lasciare il sangue fino a tre metri di altezza sulla gabbia", come ha sostenuto Rossi.

"Il recinto di cattura è alto due metri – spiega infatti Di Fabrizio - la sperimentazione attuatasi il 31 maggio 2019 è stata temporanea allo scopo di verificare lo stato di stress degli animali, tanto che la settimana successiva in presenza del Veterinario della Asl di Pescara, dottor Silvio Cardone, i cinghiali non hanno subito alcun maltrattamento, come attestato negli stessi documenti ufficiali redatti e agli atti. Anche l’ispezione sul recinto di cattura di Penne da parte del Dipartimento di Prevenzione per il Benessere Animale della Asl di Pescara non ha dato luogo a rilievi di alcun genere. Del resto, la procedura per il monitoraggio e controllo numerico per il ripristino degli equilibri ecologici all’interno dell’area protetta ha seguito un iter piuttosto minuzioso ed articolato iniziatosi già nel 2013 con continui monitoraggi. Le autorizzazioni da parte dell’Ispra per le catture di cinghiali all’interno della Riserva si sono ripetute nelle annualità 2017, 2018 e 2019. E’ stato avviato il monitoraggio sanitario e per la verifica dello stato sanitario degli animali trattati, da parte dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo, e si è in attesa di conoscerne risultati. Per cui è del tutto evidente che il metodo sperimentato nella Riserva Naturale per il controllo numerico degli ungulati, tutela al massimo grado possibile lo stato sanitario ed il benessere degli animali grazie alla presenza dei veterinari lungo tutto il percorso della filiera".

Di Fabrizio rileva poi che “il dato emerso, sorprendentemente e con forza, nel corso del Seminario formativo tenutosi a Penne il 1° giugno 2019, è che l’alto numero di carcasse di cinghiali abbattuti con armi da sparo si sono rivelate del tutto inutilizzabili a causa delle pessime condizioni delle carni (oltre il 60% degli animali portati al mattatoio di Avezzano). Gli stessi veterinari hanno segnalato la presenza di pallottole illegali all’interno delle stesse carcasse. Bisognerebbe, infine, verificare se il numero degli esami eseguiti dall’Izsam previsti per legge corrispondono al numero dei cinghiali effettivamente abbattuti in Abruzzo”.

Se Rossi sostiene che "i Parchi e le oasi sono tutt’ora la distruzione dell’ambiente e l’unica cosa di concreto che fanno è preservare un serbatoio di voti e un proliferare di animali senza controllo”, Di Fabrizio risponde a muso duro.

"A parte la gratuità (e gravità) dell’assunto, resta persino l’incomprensibile allusione a chi sia chiamato a reintrodurre animali non autoctoni all’interno delle Aree protette (attività rigorosamente vietata dalla legge), ed altrettanto è a dirsi per i “lupi neri” che spingerebbero i cinghiali 'più cattivi' nelle aree urbane. In realtà è noto a tutti che animali selvatici, braccati e feriti, o solo disturbati dai cani (che inseguono ogni singolo cinghiale), trovano rifugio dove la caccia è vietata, e dunque, nelle aree protette e nei centri urbani. I nuovi recinti di cattura sono strumenti piuttosto efficienti per il controllo dei cinghiali dove la caccia rappresenta un pericolo per l’incolumità pubblica (sono troppi gli incidenti di caccia che si verificano ogni anno in italia nelle zone affollate). I recinti possono essere utilizzati bene, rispettando le normative vigenti, come è dimostrato in molte aree protette italiane. Dalla Stampa di Cuneo si apprende che oggi anche la Coldiretti organizza corsi per il controllo della fauna selvatica da parte degli agricoltori con i recinti di cattura”.

lunedì 4 febbraio 2019

Riaperte alla caccia le ZPS della Provincia di Chieti. EPS Abruzzo: danno per la biodiversità

EPS Abruzzo

- Comunicato stampa –

«Penelope e il cinghiale»
La sconfitta della caccia sostenibile nella Regione Abruzzo


E’ dai tempi della giunta Chiodi e senza soluzione di continuità - a dimostrazione del fatto che fra la politica e la caccia non v’è alcuna relazione diretta di favore o sfavore - che il mondo venatorio abruzzese, e così la componente faunistica della Regione Abruzzo, subiscono, calati dall’alto senza concertazione e condivisione alcuna, provvedimenti assai discutibili, inidonei a provocare un salto di qualità della gestione faunistico-venatoria.

I provvedimenti su lepre italica, coturnice, beccaccia, il pessimo regolamento ungulati (cioè cinghiale), i censimenti, molte misure Patom, hanno introdotto regole e finzioni, hanno dimostrato minuetti tanto complicati quanto inutili, giacché favoriscono agevoli elusioni e consentono ogni anno, all’approssimarsi della stesura del calendario venatorio, di assistere alla solita solfa dell’assenza di dati e di restrizioni (in tal senso quasi autodeterminate) anche su specie che giammai vengono gestite, ma soltanto “lanciate”, come il fagiano.

L’ultima novità è rappresentata dalla riapertura alla caccia tutta delle zone di ripopolamento e cattura costiere della Provincia di Chieti.

Nulla quaestio in ordine al legittimo potere esercitato dalla Regione. Purtuttavia l’intervento, giustificato con l’esigenza di contenere i cinghiali e appoggiato sulla previsione del non ancora vigente nuovo Piano faunistico venatorio, non convince affatto. E, anzi, dimostra che l’Ufficio competente non si cura affatto né della gestione né del prelievo venatorio di specie diverse dall’irsuto suide e che tutto è contagiato dalla “febbre” cinghiale.

Vi è, infatti, che nel sistema di “caccia controllata” a carniere teorico, disegnato dalla ormai incancrenita legge nazionale e dalla pessima legge regionale abruzzese (per la cui modifica stiamo ancora aspettando quattordici anni di promesse politiche, persino nei punti – come per la vigilanza e gli esami - che in seguito allo svuotamento delle funzioni delle Province a seguito della riforma “Del Rio” sono diventati di indifferibile revisione), il territorio venabile, ai fini della sopravvivenza ed irradiamento della selvaggina, stanziale e migratrice, non può non prevedere ancora una distribuzione a scacchiera di zone rifugio che, peraltro, dovrebbero essere “gestite”, per espressa previsione normativa, e non soltanto lasciate tabellate e abbandonate a sé stesse.

Certamente la distribuzione di queste aree doveva essere rivista, in funzione della specifica collocazione, estensione e degli habitat che incorporano, nonché dell’interferenza con eventuali aree protette ed aree Natura 2000. Ma la soppressione tout-court, in nome della incapace gestione del cinghiale, costituisce un vulnus anche per la stessa conservazione della biodiversità che vi trova riparo e sopravvivenza. E, per questo, sarebbe stato necessario attivare anche le procedure previste per le valutazioni ambientali di competenza.

Non ci si può, del resto, affidare all’ipotetica attuazione, in loro vece, da parte degli Atc delle c.d. “zone di rispetto venatorio”, giacché, com’è noto, la gestione degli ambiti a volte è tutt’altro che imparziale, ma sovente localistica e attuata quasi col manuale “Cencelli” in ragione delle esigenze dei tesserati riferiti a ciascun componente del comitato di gestione.

E, se questa è l’impostazione del “minimale” nuovo Piano faunistico venatorio (ovviamente soltanto imposto e giammai concertato, e per giunta ancora una “bozza”, quanto a validità giuridica) ben c’è da essere preoccupati. Del resto, basta un confronto con i piani di altre regioni (Piemonte e Lombardia, ad esempio) per scoprirne le carenze e le manchevolezze.

E’ ora di dire basta. La scusante del cinghiale non può rappresentare l’appiglio per disfare anche quel che di buono era rimasto. Del resto, è ormai chiaro a tutti che l’«emergenza cinghiale» non si risolve con la caccia, ma abbisogna di un approccio multidisciplinare e di regole di gestione completamente diverse. Il fallimento, anche nelle altre regioni, dei soli strumenti venatori che si stanno tentando di imporre, ne è una dimostrazione.

La progressiva scomparsa dei campi coltivati, lo stacco netto tra la macchia esondante e le coltivazioni globalizzate o strade o centri abitati, ha portato i cinghiali dovunque. Gli habitat a loro favorevoli si creano con il semplice mancato sfalcio di un piccolo campo per un paio d’anni o la mancata coltivazione di un vigneto per lo stesso periodo. Nel mentre, pesa l’abbandono delle coltivazioni di montagna e l’uso tradizionale antropico dei boschi. In queste zone i cinghiali si stanno rarefacendo.

La modificazione del paesaggio agrario (ma più in generale agro-silvo-pastorale) tradizionale è un fenomeno ineluttabile per buona parte dell’Italia ed è oggetto da un po’di anni a questa parte di specifiche ricerche. Tutto ciò con la normale conseguenza dell’appropriazione di questi nuovi spazi da parte della fauna selvatica tutta (grandi carnivori compresi) anche in ambiente periurbano e urbano.

In questo contesto, la soluzione della caccia e degli abbattimenti è soltanto “emergenziale”, a volte è un palliativo e si scontra, appunto, con la primaria ed imprescindibile necessità di intervenire sugli habitat. E, per intervenire su questi occorre ridisegnare la programmazione dell’attività agricola nel nostro paese, anzi occorre proprio rivedere la vocazionalità specifica e, anche in ragione della ineluttabile crisi, consentire un ritorno all’economia tradizionale dell’agricoltura, piuttosto che lasciar fare alla mano della globalizzazione, che spiana e distrugge ogni tipicità, ogni biodiversità, ogni economia locale. Non è un caso che gli uffici “caccia” (rectius, di “gestione faunistico-venatoria”, come dovrebbero essere) siano incardinati presso le direzioni agricoltura. Il legame tra caccia è modo agricolo è un cordone ombelicale che è stato reciso alla nascita, sin dalla creazione del sistema di caccia sociale nella riforma del 1967, ma in realtà è l’unico afflato che consente la migliore convivenza, se non la sopravvivenza di entrambe le attività.

La caccia può rappresentare “uno” degli strumenti di gestione faunistica, ma non è certamente l’unico cui affidarsi. E ad i cacciatori può essere soltanto addebitata una resilienza a diminuire le densità degli animali presenti sui territori qualora non vengano resi adeguatamente partecipi e responsabili del complesso della gestione faunistico-venatoria e divengano solo merce esecutiva di contorte cavillosità burocratiche. In questa direzione il regolamento ungulati, partorito nel lontano 2014 (sotto la giunta Chiodi) e mai modificato nella sostanza (durante la giunta d’Alfonso), ha dimostrato tutti i suoi limiti. E così anche la più generale distinzione fra aree “vocate” e “non vocate” per la specie cinghiale. Un paradosso, giacché i confini di siffatte aree sono stati disegnati dagli Atc su istanze non certo obiettive ed anche perché, in ragione dell’ampia adattabilità della specie, le aree “vocate” si estenderebbero dalle vette montane alle spiagge, dai parcheggi dei centri commerciali alle piscine degli alberghi sulla costa. Invece, andrebbe soltanto suddiviso il territorio venabile in aree omogenee di gestione al fine di stabilire delle densità obiettivo che tengano conto di tutte le componenti antropiche ed ambientali in gioco. E le densità obiettivo devono essere raggiunte o mantenute senza imporre la distinzione manichea fra caccia collettiva e caccia individuale, ma consentendo, fermi gli obiettivi, una corretta possibilità di scelta da parte dei cacciatori, rendendoli autori protagonisti e responsabili del raggiungimento dell’obiettivo prefissato e concordato e non meri “attuatori” od avversari. Premiando i virtuosi, piuttosto che minacciando roboanti ma inattuate sanzioni per gli ignavi.

Nel mentre, il cordone ombelicale da riallacciare, fra il mondo agricolo e quello venatorio, passa per il ripristino degli habitat (dai campi coltivati alle zone umide) idonei alla miglior riproduzione e sosta di tutta la selvaggina, cacciabile e non, che – come si può notare empiricamente – non trova affatto respiro attraverso la c.d. “libera evoluzione dei processi naturali”, ma che, in un contesto che paga i danni dello scempio della globalizzazione economica, abbisogna del recupero di molte attività agro-silvo-pastorali tradizionali, relitte da tutti i centri di potere e di amministrazione.

Il presidente regionale

Avv. Giacomo Nicolucci