lunedì 24 settembre 2018

Cervo ucciso nella Valle Roveto, nei guai un gruppo di cacciatori

Marsica – Hanno ucciso un cervo, ma sono stati sorpresi dai carabinieri forestali mentre si accingevano a scuoiare l’animale appena cacciato. Nei guai sono finiti un gruppo di cacciatori intercettati dai militari della stazione di Canistro. L’episodio di caccia di frodo si è consumato nel fine settimana in un comune della Valle Roveto. Il cervo rientra tra le specie protette e pertanto, in Abruzzo, non può essere cacciato così come previsto dal calendario venatorio regionale.

In Marsica si ricorda un precedente nel marzo del 2016 quando alcuni cacciatori vennero accusati dell’uccisione di un esemplare adulto di cervo, un maschio del peso di 300 chilogrammi, nei pressi del Parco Nazionale d’Abruzzo esattamente in area contigua Zona Protezione Esterna di un’area protetta per arma da fuoco.

Federica Di Marzio

Fonte: marsicanews.com del 24 settembre 2018

venerdì 21 settembre 2018

Abruzzo. Le Associazioni venatorie litigano tra loro per il ricorso presentato da Federcaccia

Ricorso bis al calendario venatorio: il dissenso di tre associazioni di cacciatori

Con una certa sorpresa i presidenti provinciali di Teramo di Arcicaccia, Enalcaccia e Liberacaccia apprendono dal comunicato stampa diramato da Ermanno Morelli che la Federcaccia avrebbe presentato un ricorso al Tar contro il calendario venatorio della Regione Abruzzo, l’ennesimo ricorso.


La cosa desta perplessità per una serie di motivi.

Innanzitutto la tempistica. A pochi giorni dalla pubblicazione della sentenza del Tar pronunciatosi sulla sospensiva richiesta dal WWF, e che ha dato sostanzialmente ragione alla Regione Abruzzo, spunta un nuovo ricorso al Tar proposto da Federcaccia.

L’Assessore Regionale Dino Pepe ha appena fatto in tempo a comunicare a mezzo stampa la notizia dell’avvio della stagione venatoria così attesa dai cacciatori, che cade una ennesima tegola su questo delicato atto regionale.

Arcicaccia, Enalcaccia e Liberacaccia non possono che constatare come il calendario venatorio in Abruzzo abbia ogni anno un parto sempre difficile, legato probabilmente alle richieste delle Associazioni Ambientaliste che in maniera piuttosto strumentale e demagogica giocano a creare inutili impedimenti all’attività venatoria. In questo clima di battaglia ci sarebbe bisogno di unità nel mondo venatorio, sicuramente non di altri ricorsi. Difatti questi sono sempre accompagnati da sentenze che lasciano l’amaro in bocca, oltre allo sperpero di denaro, e creano molta confusione tra i cacciatori i quali non hanno più certezza delle regole, fino al pronunciamento del Giudice di turno.

Tutti i cacciatori ormai sanno che lo strumento del Calendario Venatorio ha una nascita molto partecipata tra tutte le componenti interessate raccolte nella Consulta Regionale della caccia: amministratori, Parchi, cacciatori, agricoltori, ambientalisti, ecc.. E’ in quella sede che i vari rappresentanti, soprattutto quelli delle Associazioni Venatorie, devono fare la loro parte con fermezza ma con altrettanto senso di responsabilità.

Secondo le sigle che rappresentiamo fare richieste volutamente inaccettabili, creare polemiche strumentali, proporre continui ricorsi al Tar – per giunta pagati con i soldi dei cacciatori – non fa parte del corretto approccio alla democrazia partecipata, ma viceversa appare come una stantia strategia che si basa sulla ricerca della critica a tutti i costi, utile forse a qualcuno, ma non certamente alla caccia ed ai cacciatori.

La continua ricerca della strumentalizzazione e della polemica a tutti i costi, come ormai tutti hanno inteso, riguarda più la sfera politica che non quella amministrativa; prova ne è che ad ogni polemica, ricorso, contrapposizione, spunta il nome dell’Assessore regionale di turno o di qualche Consigliere che gli si contrappone.

In questo clima di veleni, in cui i rappresentanti appaiono più impegnati a guerre impossibili prima ancora che a diatribe politiche, non meraviglia che l’opinione pubblica e le istituzioni maturino un certo sentimento di scetticismo che porta ad un inevitabile distacco dal mondo venatorio e dalla caccia.

Arcicaccia, Enalcaccia e Liberacaccia, nel prendere le dovute distanze dall’iniziativa intrapresa da Federcaccia, intendono rilanciare il dialogo, aperto ma determinato, con le istituzioni; occorre intraprendere in maniera unitaria tra tutte le Associazioni un percorso condiviso, sposare un metodo di lavoro costruttivo, non distruttivo o di ostinata contrapposizione spesso condotta per le vie legali; serve un lavoro di concertazione, basato sulla composizione armonica di istanze differenti e soprattutto illuminato dalla capacità di mediazione. Solo così le istituzioni potranno farsi carico delle nostre istanze e l’opinione pubblica riconoscere le qualità ancora da riscoprire delle nostre attività. 
 

giovedì 20 settembre 2018

Abruzzo. Calendario venatorio: nuovo ricorso al Tar di Federcaccia

Nuovo ricorso della Federcaccia in merito al calendario venatorio. Il nuovo ricorso si basa sulla necessità di ripristinare la legalità della formazione del calendario venatorio abruzzese, anche in ottica futura.

Con questo ricorso di mira ad ottenere da parte del Tribunale amministrativo il ripristino delle specie cacciabili e dei relativi periodi di caccia. La Regione, infatti, di sua iniziativa, contrariamente a quanto stabilito dalla Legge nazionale sulla caccia, che decide le specie cacciabili, ha deciso di propria iniziativa di cancellare alcune specie e di restringere il periodo di caccia per altre. Iniziativa che è in totale contrasto con una Legge sovrastante, come speriamo accerti il Tar.

Nel ricorso di Federcaccia ci sono anche ulteriori aspetti che sono a nostro avviso contrari alla legge e incostituzionali, Ci spiace che l’assessorato alla caccia continui a perseguire una linea politica illegittima.

“L’assessore alla caccia Dino Pepe”, si legge in una nota, “alle soglie di una campagna elettorale dove non troverà sicuramente il consenso e l’appoggio dei cacciatori, ha preferito continuare con ottusità politica sulla sua strada, piuttosto che aprire un serio e sereno confronto con i cacciatori. I quali chiedono solamente il rispetto delle leggi.

L’assessore Pepe, che già punta al nuovo piano faunistico venatorio, non deve dimenticare di seguire la linea politica sulla base di quello esistente che, fino ad approvazione del nuovo, ha valore ed esplica i suoi effetti legali. Le ripetute affermazioni dell’assessore e dei suoi uffici sembrano voler significare l’assenza totale del piano faunistico, cosa che invece non è vera”.
 

lunedì 17 settembre 2018

Domenica da “Far West” nelle campagne di Spoltore: doppiette in azione all’alba

E’ stato davvero un brutto risveglio per molti spoltoresi, quello di ieri mattina domenica 16 settembre. Come ogni inizio autunno, o fine estate, sono tornati in campagna i cacciatori ovvero quelle persone che trovano nell’attività di uccidere volatili selvaggi, ed altre specie animali indifese, una sorta di passione e/o divertimento. Purtroppo è la legge, nel calendario venatorio 2018, approvato dalla Regione Abruzzo, a consentire a costoro di attraversare fondaci e sparare, sin dalle prime luci del mattino, disturbando anche il sonno di chi, residente nelle campagne delle cinque frazioni di Spoltore, vorrebbe riposare dopo una settimana di duro lavoro, con quei rumori di morte che se non tutti, moltissimi, detestiamo. 
 
Le specie che potranno essere cacciate nel nostro territorio sono il fagiano, la quaglia, la tortora, il merlo, la cornacchia, la gazza e la ghiandaia alle quali si aggiungeranno dal 1 ottobre il cinghiale, la lepre, la volpe e la starna. 
In molti, però, ci stanno scrivendo, sostenendo di avere trovato anche dei bossoli di doppiette all’interno delle loro proprietà: sono giustamente preoccupati perchè gli incidenti, provocati da chi pratica queste attività, non sono infrequenti. Ogni anno, infatti, qualche cacciatore perde la vita o rimane ferito colpito da ‘fuoco amico’ durante una battuta di caccia. 
 
Percio’ il nostro consiglio, qualora doveste avere l’impressione che qualcuno di questi appassionati delle armi stia sparando troppo vicino alle vostre abitazioni e, quindi, mettere in pericolo l’incolumità vostra o dei vostri cari, è quello di chiamare immediatamente i carabinieri. Loro sapranno far rispettare la legge ed i limiti di sicurezza entro i quali, ahinoi, questa pratica medioevale è ancora praticabile.

venerdì 14 settembre 2018

Calendario venatorio Abruzzo. Il TAR accoglie parzialmente la sospensiva richiesta dal WWF

Comunicato stampa del 14 settembre 2018 
 
Calendario venatorio Abruzzo. Il TAR accoglie parzialmente la sospensiva richiesta dal WWF

Niente caccia alla lepre a settembre. L’Associazione ambientalista soddisfatta per i risultati ottenuti. Grazie anche alle modifiche già ratificate dalla Regione i danni saranno giustamente limitati

“Abbiamo salvato dal massacro quasi centomila lepri!”: è questo il commento a caldo del coordinatore regionale delle Guardie WWF, Claudio Allegrino, alla ordinanza emessa poche ore fa dal TAR in merito al calendario venatorio regionale.

Il WWF aveva chiesto con il suo ricorso la sospensiva per impedire la caccia a settembre alle specie fagiano, quaglia e lepre. I giudici hanno sospeso la caccia alla lepre per il mese di settembre mentre per quaglia e fagiano hanno ritenuto di non esserci più esigenze cautelari: il calendario venatorio nella sua seconda versione si era infatti già parzialmente adeguato prevedendo il posticipo al 1 ottobre per queste ultime due specie nelle aree Natura 2000 (SIC e ZPS).

Il divieto di caccia alla lepre a settembre salverà potenzialmente 98.952 animali: sono stati cancellati infatti 7 giorni di attività venatoria in ciascuno dei quali ogni cacciatore (in Abruzzo secondo i dati Istat 2007 sono 14.136) avrebbe potuto ucciderne una. “Un risultato importante che si aggiunge – sottolinea il delegato Abruzzo del WWF Italia Luciano Di Tizio - agli altri già ottenuti in questi mesi grazie alle puntuali osservazioni presentate dalla nostra associazione e alle osservazioni dell’ISPRA, in parte recepite dalla Regione dopo la presentazione del ricorso del WWF redatto dall’avv. Michele Pezone. Bisogna per questo dare atto all’assessore Dino Pepe di essersi comportato da assessore alla caccia e non da assessore ai cacciatori, come taluni suoi predecessori, sforzandosi di varare un calendario almeno rispettoso delle norme di legge e del buon senso”.

L’Ente regionale ha infatti emanato pochi giorni fa alcune modifiche migliorative al calendario venatorio con le quali ha ridotto il prelievo nei tempi e nei modi di molte specie cacciabili, accogliendo le prescrizioni dell’Ufficio Valutazione Impatto Ambientale (VINCA) della Regione Abruzzo. A queste vanno aggiunte alcune richieste del WWF pure accolte nella modifica del calendario venatorio come la restrizione del periodo di caccia alla beccaccia portata al 31 dicembre.

Dichiara Dante Caserta, vicepresidente del WWF Italia: “Vincere i ricorsi al TAR Abruzzo è oramai una prassi consolidata per il WWF e questo è dovuto non solo alla tenacia della nostra Associazione nel voler far rispettare le norme e i principi di tutela della fauna selvatica ma soprattutto alla nota e ormai cronica carenza di pianificazione faunistica della Regione. Cambiano i colori politici al governo ma purtroppo nella gestione venatoria i problemi restano immutati: mancanza del Piano Faunistico Regionale, Osservatorio Faunistico Regionale mai istituito, carenza di dati e di studi scientifici in grado di dimostrare la sostenibilità del prelievo, Comitati di Gestione degli ATC che spendono solo per ripopolamenti pronta-caccia. È ora di cambiare, anche per non far spendere inutilmente soldi ai contribuenti. La fauna, lo ricordiamo sempre, è un patrimonio indisponibile dello Stato, cioè di tutti i cittadini, non un trastullo per la piccola minoranza rappresentata dai cacciatori”.

Per concludere, un appello del WWF alla politica regionale: la manifestazione dei cacciatori abruzzesi dello scorso 6 settembre avvenuta a Pescara e che ha visto la partecipazione di meno di 50 cacciatori dovrebbe indurre i nostri amministratori pubblici ad avere meno timore di un mondo venatorio ormai in crisi generazionale e disgregato nelle sue diverse componenti associative.


WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

giovedì 13 settembre 2018

Abruzzo. Sulla gestione del cinghiale il WWF chiede di cambiare approccio. Anni di caccia senza regole non hanno risolto alcun problema

Comunicato stampa del 12 settembre 2018

Finora si è perso soltanto tempo: anni di caccia senza regole non hanno risolto alcun problema

Sulla gestione del cinghiale il WWF chiede di cambiare approccio

Assurdo continuare a chiedere di risolvere il problema a chi lo ha creato e ne trae solo benefici

La bozza di protocollo d’intesa per la gestione e il contenimento del cinghiale (Sus scrofa) elaborata dalla Regione Abruzzo dimostra che, purtroppo, permane la volontà di non cambiare approccio al problema: si continuano ad anteporre gli aspetti emotivi e gli interessi rappresentati dal mondo venatorio a una seria valutazione dell’efficacia e dell’efficienza di quanto fatto fino ad oggi. Si continua in altre parole a perdere tempo e a impiegare male i fondi pubblici. L’approccio finora seguito, secondo il WWF, è completamente a-scientifico visto che ci si è limitati ad allargare modalità e periodi di caccia, senza considerare minimamente l’etologia della specie, le differenze stagionali, il clima, le relazioni all’interno delle popolazioni, ecc.
Continuare a procedere senza avere dati certi, confrontabili e validati (inutilmente richiesti ormai da decenni!) con indicatori per monitorare l’efficacia degli interventi, non fa altro che produrre azioni inefficaci dal punto di vista della riduzione dei danni e deleterie dal punto di vista ecologico.
Il WWF chiede che si parta invece da una valutazione oggettiva dei risultati delle politiche portate avanti in questi ultimi 10 anni in base alle quali si è sostanzialmente arrivati a consentire la caccia al cinghiale in tutti i periodi dell’anno e in tutto il territorio regionale (a esclusione delle aree naturali protette).
Vorremmo conoscere: 1) il numero di cinghiali abbattuti durante il periodo di caccia aperta e quello dei cinghiali abbattuti con il selecontrollo; 2) quali verifiche sono state effettuate sulle attività di selecontrollo per verificarne l’efficacia e l’effettivo svolgimento: da segnalazioni che abbiamo ricevuto quelle che dovrebbero essere delle girate si trasformano sostanzialmente in vere e proprio braccate, deleterie, soprattutto in periodi di riproduzione, non solo per i cinghiali, ma per tutta la fauna che viene inseguita e spaventata da cani e spari.
Vorremmo avere e confrontare con i dati prima ricordati:
  • quali e quante volte prima di intervenire con i fucili si siano effettivamente impiegate, sapendo dove e come, misure dissuasive non cruente (che andrebbero adottate prima degli abbattimenti);
  • i risultati delle catture portate avanti in varie parti della regione (anche all’interno di aree naturali protette), verificandone l’efficacia e l’applicabilità su altri territori.
La ricerca della soluzione del problema attraverso le medesime strategie che lo hanno determinato (in sostanza l’attività venatoria) è stata fino ad oggi del tutto fallimentare all’esterno delle aree naturali protette e lo sarebbe ancora di più al loro interno. È fondamentale che la Regione proceda a sganciare totalmente l’aspetto della gestione dei danni dall’attività di caccia. Dopo anni di politiche basate sugli abbattimenti si continuano registrare problemi alle colture: ci si deve quindi interrogare sulla reale efficacia di affrontare il problema attraverso lo strumento dei cacciatori che, dopo essere stati l’origine del problema con l’introduzione in Abruzzo di cinghiali a scopo venatorio, vengono ora individuati come la soluzione nonostante siano i meno interessati a risolverlo essendo i primi beneficiari di questa situazione che ha consentito loro di andare a caccia anche in periodi in cui tale attività è vietata e che assicura, in molti casi, una fonte di reddito non secondaria.
E la necessità di sganciare la gestione dei danni dall’attività venatoria è tanto più vera all’interno delle aree naturali protette, dove l’interesse primario da tutelare è la salvaguardia di specie e habitat.
Noi pensiamo che questa “sfida” possa e vada vinta, insieme, e in tal senso, con spirito collaborativo, chiediamo di prendere a riferimento il decalogo che riportiamo qui di seguito.
Chiediamo in tal senso all’Osservatorio Regionale per la biodiversità di esprimersi sulle proposte e di assumere il coordinamento della stesura di un documento tecnico di indirizzo, in particolare per quanto di competenza diretta, coinvolgendo le Aree Protette Regionali e il mondo agricolo, affinché il cinghiale si trasformi da centro di conflittualità in un primo vero punto di incontro.

DIECI PROPOSTE ALLA REGIONE
  1. all'interno delle aree naturali protette sono da porre in essere e favorire attività di ripristino e restauro degli equilibri naturali. Gli obiettivi e le modalità di intervento devono essere quindi diversi da quelli usati all’esterno delle stesse;
  2. qualsiasi intervento sulle specie faunistiche (compreso il cinghiale) all’interno di aree naturali protette non può essere effettuato in assenza di un apposito Piano basato su dati certi con cognizione di numero, classi d’età e sesso dei capi da abbattere;
  3. il Piano deve:
  4. a) individuare e caratterizzare aree omogenee;
  5. b) definire densità obiettivo e indicare quanto si è lontano dall’equilibrio (numero, classi di età e sesso);
  6. c) attivare riqualificazione del paesaggio agro-silvo-pastorale tradizionale;
  7. d) prevedere mezzi di dissuasione e, in subordine, di cattura;
  8. e) prevedere una diversificazione cuscinetto dei sistemi di prelievo venatorio ordinario;
  9. f) prevedere azioni secondo criteri temporali e dimensionali omogenei rispetto a quanto fatto all’esterno delle aree naturali protette, al fine di evitare disparità di interventi per giunta mal coordinati con i periodi di caccia collettiva;
  10. g) in caso di mancato raggiungimento delle densità obiettivo, prevedere che il sistema risarcitorio debba essere sostenuto dai responsabili del mancato raggiungimento degli obiettivi (anche per questo deve essere messo in piedi un sistema che in base a indicatori e monitoraggi possa evidenziare le inefficienze e gli interventi inefficaci);
  11. qualsiasi piano che riguardi la gestione del Cinghiale all’interno di aree naturali protette deve partire dall’applicazione di sistemi definiti “non cruenti”;
  12. nel caso di dimostrata inefficacia dei sistemi definiti “non cruenti” si potrà procedere a interventi di cattura basati su studi puntuali con obiettivi predefiniti, effettivamente gestiti dietro il controllo dell’area naturale protetta e affidati agli agricoltori;
  13. qualora anche la cattura dovesse risultare non efficace, va comunque escluso il selecontrollo attraverso abbattimento di capi affidato ai cacciatori. Il selecontrollo deve essere gestito, quale forma residuale e puntuale, da personale dell’area naturale protetta e da operatori dei corpi di polizia;
  14. non sono pertanto ipotizzabili interventi di “pronto intervento cinghiale” all’interno delle aree naturali protette, poiché incompatibili con le finalità stesse delle aree e con una gestione della specie, ameno che tale forma di intervento non sia limitata a eccezionali casi puntuali per motivi di incolumità e sicurezza;
  15. gli interventi di gestione del Cinghiale all’interno delle aree naturali protette, pur avendo diversi obiettivi e modalità di attuazione, devono sempre coordinarsi con i sistemi di gestione previsti nel restante territorio in relazione ai diversi istituti faunistici soggetti o meno al prelievo venatorio (attualmente questi non sono strutturati da poter essere considerati come efficaci e monitorabili o valutabili tramite indicatori di prestazione: continuare ad intervenire senza dati e in maniera scoordinata non può che aumentare il problema);
  16. in assenza di dati certi su numeri, consistenza e dinamiche di prelievo-obiettivo, un sistema di filiera di trasformazione delle carni di cinghiale rischia di essere un ulteriore elemento di perturbazione. Il soggetto chiamato ad investire per la creazione della filiera, volendo giustamente ammortizzare l’investimento fatto e mettere in funzione una attività remunerativa, richiederà un apporto di cinghiali costante (obiettivo di chi investe nella filiera non è ridurre il numero di cinghiali, ma averne un flusso costante);
  17. da ultimo, vanno ovviamente vietati interventi di sparo da automezzi o in periodo notturno all’interno di aree naturali protette poiché potenzialmente dannosi per le altre specie animali protette presenti e pertanto incompatibili con le finalità di conservazione delle aree protette.

WWF Italia Onlus, Abruzzo

domenica 9 settembre 2018

Cinghiali, Legambiente Abruzzo: siano gli Atc a pagare i danni

L’allarme dei sindaci della Val di Sangro e l’avversione ai cinghiali, per Legambiente, è stata innescata dai danni alle colture e dai ripetuti incidenti stradali causati dagli ungulati, con danni di carattere economico e sociale oltre che ecologico alla comunità e in particolare agli operatori economici, agricoli e turistici.

“La gestione inadeguata della fauna selvatica nella nostra regione oltre a dilapidare soldi pubblici e minacciare la conservazione della biodiversità, provocando una sovrappopolazione di cinghiali come conseguenza di politiche venatorie ad esclusivo vantaggio dei cacciatori – dichiara Luzio Nelli di Legambiente – Sono i cacciatori i responsabili di questa situazione e non saranno certo loro, o le loro proposte inaccettabili, a risolvere i problemi”.

No all’abbattimento a caso, i lupi insegnano. I cinghiali vivono in branco, spiegano gli esperti, con gli abbattimenti controllati e programmati dalla Provincia, si fa più danno perché potrebbe capitare che, nonostante personale esperto e formato, a finire nel mirino sia proprio la femmina che nel branco comanda ossia l‘individuo che tiene sotto controllo nascite e accoppiamenti, perché è lei che vigila sulla riproduzione e le nascite gestendo tutte le altre femmine del gruppo. Una femmina Alfa, insomma, che i lupi individuano e non si azzardano a colpire proprio per la funzione che svolge nel branco che, in mancanza, potrebbe ingigantirsi a tal punto da rendersi invincibile rispetto a qualsiasi altro branco o predatore. E potrebbe tranquillamente dominare su tutti devastando ogni cosa dato che di cibo ce n’è abbastanza ovunque per i cinghiali tra discariche abusive e non. Gli animali sanno ragionare e, a quanto pare, l’esperienza in campo insegna al lupo, ma non all’uomo.

Anche l’associazione ambientalista dice basta alla gestione venatoria del cinghiale e chiede di mettere in atto un modello innovativo per il controllo della specie domandando: “Piani di gestione della specie conformi alle linee guida emanate dall’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra) con selecontrollo da personale formato e autorizzato e con catture attraverso gabbie o recinti – spiega Nelli – Una specie invasiva, i cinghiali, che meglio si adatta ai cambiamenti climatici a scapito di altre specie di maggiore valore ecologico. Consideriamo sbagliato il ricorso alla tecnica della braccata proposta dai sindaci – continua l’ambientalista – La gestione della fauna selvatica è completamente nelle mani dei cacciatori, sono loro che decidono dove, come e quando cacciare. Gli ambiti territoriali di caccia (Atc) sono da riformare perciò speriamo che anche gli agricoltori ne prendano, come noi, le distanze uscendo dai consigli di gestione. Per il sovrappopolamento del cinghiale devono essere gli stessi Atc a pagare i danni causati dalla fauna selvatica in eccesso. Questa nostra convinzione nasce dalla presa d’atto della recente decisione del Consiglio di Stato, del 5 luglio, che addossa ai cacciatori l’onere risarcitorio dei danni prodotti dalla fauna selvatica alla produzione agricola e zootecnica”. Legambiente potrebbe mettere in campo azioni risarcitorie ed è orientata ad una class action.


Fonte: report-age del 08 settembre 2018

sabato 8 settembre 2018

giovedì 6 settembre 2018

Abruzzo. Un flop la protesta dei cacciatori contro il calendario venatorio, nemmeno 50 a Pescara

Un flop la protesta dei cacciatori contro il calendario venatorio, nemmeno 50 a Pescara



Pescara. Meno di una cinquantina i manifestanti che stamane nel capoluogo adriatico sono scesi in piazza per protestare contro le scelte della Regione Abruzzo per un calendario venatorio classificato dai partecipanti: “Tra i più restrittivi d’Italia“.
Nei siti tematici per i cacciatori abruzzesi e molisani non è mancata la chiamata alle armi, annunciando una manifestazione di protesta organizzata per questa mattina, per contestare l’avvio della stagione venatoria 2018-2019 fissato al 16 settembre e che potrebbe slittare il primo ottobre se il Tribunale amministrativo regionale darà ragione al Wwf, Il 12 settembreil Tar Abruzzo si esprimerà sulla sospensiva richiesta dall’associazione ambientalista. Parte del mondo venatorio però è un po’ confuso visto che in alcuni siti ufficiali, gestiti dalle associazioni di categoria, risulta già che: “I cacciatori abruzzesi sono letteralmente furiosi per la mancata concessione dell’apertura della stagione venatoria 2018-2019 alla data del 16 settembre. Il no della Regione ha indispettito il mondo venatorio..“. Il mini corteo di cacciatori e familiari è partito dal piazzale della stazione ferroviaria poco dopo le ore 10, e a tanta solitudine di corso Umberto I si è aggiunto il vuoto cosmico di piazza Salotto, tralasciando il massiccio schieramento di forze dell’ordine che ha fatto da contorno. Alcuni rappresentanti dei cacciatori abruzzesi sono intervenuti criticando, in breve, le scelte della Regione Abruzzo. Forfait di alcune associazioni venatorie, altre hanno declinato l’invito a partecipare alla protesta di stamane, in sostanza, un flop smisurato e le ragioni potrebbero essere legate anche alla inadeguata capacità organizzativa, alla crisi che attraversa la categoria e le associazioni che non sembrano riuscire più a fare presa sugli iscritti, il numero si starebbe assottigliando, probabilmente i cacciatori non si sentono rappresentati, non mancano poi le divisioni. L’insuccesso di questa manifestazione rischiara aspetti del mondo venatorio poco dibattuti e dati per scontato che parlano di grandi numeri e di una vera e propria lobby che a guardare quanto è accaduto oggi sembra un tantino in crisi. Eppure al vertice c’è chi ancora accondiscende alle richieste delle doppiette. E se è solo il numero a fare la differenza, che influenza l’attività del legislatore e delle amministrazioni, allora andrebbe fatta una opportuna verifica anche delle vocazioni. In questa lobby sono piuttosto frequenti le crisi di coscienza se nel mirino finiscono animali innocui e riesce difficile spesso premere il grilletto. Di rado accade tra i produttori di armi che navigano però su altri lidi. Che nei cacciatori sia maturata una coscienza ecologista sono loro stessi a dirlo, ma questa volta non mancano indizi significativi. Di questo passaggio epocale le istituzioni dovrebbero tener conto. La Regione Abruzzo ci sta provando, grazie ad associazioni ambientaliste attente all’argomento. Proprio in questi giorni l’Abruzzo ha emanato un secondo calendario venatorio, a rettifica del precedente, che prevede ulteriori restrizioni per i cacciatori recependo così le prescrizioni del comitato regionale di Valutazione d’incidenza ambientale (Vinca), molte delle quali condivise dal Wwf, l’associazione che ha presentato ricorso al Tribunale amministrativo regionale d’Abruzzo sottolineando diverse irregolarità nel calendario appena approntato. Il 12 settembre il Tar Abruzzo si esprimerà sulla sospensiva richiesta dal Wwf che il 10 agosto ha annunciato anche di voler segnalare alla Corte dei Conti le scelte, già bocciate da precedenti sentenze del Tar, di politici e funzionari che continuano a sostenerle determinando uno sperpero di denaro a carico della comunità. L’elenco è lungo, di seguito, la cronistoria dei ricorsi al Tribunale amministrativo regionale per il calendario venatorio d’Abruzzo.

Fonte: Report-age.com del 06 settembre 2018

sabato 11 agosto 2018

Abruzzo. Passi indietro nel calendario venatorio 2018-2019 e il WWF si rivolge al TAR

Comunicato stampa del 10 agosto 2018

Incaricato l’avv. Michele Pezone che ha già redatto i ricordi vincenti degli scorsi anni

Passi indietro nel calendario venatorio 2018-2019 e il WWF si rivolge al TAR


La fauna è un patrimonio indisponibile dello Stato e non un trastullo per i cacciatori. Sarà predisposta anche una segnalazione alla Corte dei Conti: assurdo insistere su scelte già bocciate da precedenti sentenze; politici e funzionari non possono sprecare in tal modo denaro pubblico senza risponderne personalmente 
 

Il WWF ha ufficialmente incaricato l’avv. Michele Pezone di predisporre un ricorso contro il calendario venatorio 2018-2019 così come approvato dalla Regione Abruzzo.

“Un calendario – spiega il delegato Abruzzo dell’associazione Luciano Di Tizio – che purtroppo ci riporta al passato, avendo nuovamente previsto il via libera alle doppiette già da settembre, senza alcuna ragione se non quella di accontentare la parte più retrograda del mondo venatorio. L’anno scorso avevamo elogiato l’assessore Pepe e il suo assessorato per il fatto di aver consentito l’apertura solo dal 1 ottobre. In una regione travolta dagli incendi era anche poco, ma rappresentava comunque un segnale di buona volontà. Quest’anno sono tornati a prevalere gli interessi della piccola minoranza dei cacciatori rispetto a quelli della collettività e dell’ambiente”.

Aggiunge Dante Caserta, vicepresidente WWF Italia: “Non ci stancheremo mai di ripeterlo: la fauna è considerata dalla legge italiana un patrimonio indisponibile dello Stato e non è un trastullo per i cacciatori. Il calendario venatorio di conseguenza deve tenere conto in primo luogo dell’esigenza di tutelare questa fauna e non può ignorare le indicazioni di ISPRA e, peggio, far finta che non siano state emesse sentenze precedenti che hanno sancito precise disposizioni”.

L’avv. Michele Pezone da anni cura i ricorsi del WWF sul tema della caccia, con ottimi risultati: tutte le sentenze a vari livelli emesse dal 2010 a oggi sono state favorevoli alle tesi portate avanti dagli ambientalisti ed è semplicemente assurdo che la Regione cerchi costantemente di non tenerne conto.

“Ci rivolgeremo – annuncia Luciano Di Tizio – anche alla Corte dei Conti, forti del precedente recente di una condanna al risarcimento di un assessore e di un dirigente proprio su tematiche legate alla caccia. Ci sembra assurdo che si possa insistere su scelte già bocciate in sentenze passate in giudicato: politici e funzionari non possono sprecare in tal modo denaro pubblico senza risponderne personalmente”.

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

Approvato il calendario venatorio regionale Abruzzo per la stagione 2018-2019

Delibera di Giunta Regionale n. 542 del 23 luglio 2018, recante '' Approvazione del Calendario Venatorio regionale per la stagione 2018-2019 in applicazione dell'articolo 43, della L.R.
10/2004''.

https://www.regione.abruzzo.it/caccia/index.asp?modello=eventoSingolo&servizio=LEE&stileDiv=sequence&b=evento181&tom=181

venerdì 3 agosto 2018

Il Wwf al tavolo per la protezione delle colture dalla fauna selvatica

Il Wwf al tavolo per la protezione delle colture dalla fauna selvaticaSarà un confronto sulle linee di indirizzo per la gestione del cinghiale nelle aree protette che la Regione vuole mettere a punto

Il Wwf al tavolo per la protezione delle colture dalla fauna selvatica


Il Wwf parteciperà, in quanto associazione che gestisce una serie di riserve regionali, al “Tavolo tecnico regionale permanente per la protezione delle colture e degli allevamenti dalla fauna selvatica” convocato dall’assessore Lorenzo Berardinetti per domani all’Aquila: tema dell’incontro sarà un confronto sulle linee di indirizzo per la gestione del cinghiale nelle aree protette che la Regione vuole mettere a punto.

Apprezziamo molto l’invito dell’assessore e la volontà di confrontarsi su un tema importante, spesso purtroppo contraddistinto da semplificazioni che non facilitano la risoluzione del problema. È indispensabile, infatti, che la tematica sia affrontata su basi tecnico-scientifiche, mettendo da parte sia gli aspetti emotivi sia gli interessi rappresentati dal mondo venatorio.

L’esperienza maturata negli anni, in qualità di gestori di aree naturali protette, ci spinge a considerare un grave errore consentire di cacciare in parchi e riserve, scelta la cui concreta praticabilità giuridica è peraltro tutta da dimostrare. Appaiono molto più efficaci l’adozione di strumenti di dissuasione non cruenta (recinti elettrificati, dissuasori con luci e rumori, campi a perdere) e, qualora questi non funzionassero, la cattura attraverso chiusini, relegando solo in casi puntuali legati all’incolumità pubblica o a situazioni circoscritte, il ricorso ad abbattimenti veramente selettivi effettuati su capi determinati ma sempre e soltanto da parte di personale specializzato appartenente o ai parchi o alle Forze dell’ordine.

In ogni caso, come facciamo da anni, la prima cosa che chiederemo è che il confronto parta da dati reali e verificati. Se si vuole veramente affrontare una volta per tutte il problema e provare a trovare delle soluzioni concrete e percorribili, è indispensabile:

avere un quadro della presenza dei cinghiali nella regione e nei singoli territori compresi quelli nei quali sono comprese anche aree protette;

confrontarsi sui risultati delle politiche portate avanti in questi ultimi 10 anni in base alle quali oggi si è sostanzialmente arrivati a consentire la caccia al cinghiale in tutti i periodi dell’anno e in tutto il territorio regionale (a esclusione finora delle aree naturali protette);

sganciare totalmente l’aspetto della gestione dei danni dalla caccia. Dopo anni di politiche tutte basate sugli abbattimenti si continuano registrare danni alle colture, che in alcuni casi addirittura aumentano. Ci si deve quindi chiedere quale reale efficacia abbia affrontare il problema attraverso lo strumento dei cacciatori che, dopo essere stati l’origine del problema con l’introduzione in Abruzzo di cinghiali a scopo venatorio, vengono ora individuati come la soluzione nonostante non siano affatto interessati a risolverlo, essendo i primi beneficiari di questa situazione che ha consentito loro di andare a caccia anche in periodi in cui tale attività è vietata (traendone anche, alcuni di loro, introiti dalla vendita delle carni degli animali uccisi);

verificare che tipo di controlli vengono effettuati sulle attività di selecontrollo attualmente consentite, considerato che quelle che dovrebbero essere delle girate si trasformano sostanzialmente in vere e proprio braccate, deleterie, soprattutto in periodi di riproduzione come questo, non solo per i cinghiali, ma per tutta la fauna che viene inseguita e spaventata da cani e spari;

analizzare in quanti casi sono state adottate le misure dissuasive non cruente, che appunto si dovrebbero sperimentare prima di passare agli abbattimenti, e che tipo di risultati queste hanno comportato;

studiare le relazioni tra lupo e cinghiale considerato che, essendo il cinghiale alla base della dieta del lupo, l’eliminazione di un numero consistente di cinghiali spingerebbe i lupi a predare maggiormente pecore o altri animali da allevamento;

verificare i risultati delle catture che alcune realtà locali hanno portato avanti verificandone l’applicabilità su altri territori, non legandola a motivi economici di vendita delle carni, ma più opportunamente all’efficacia rispetto agli obiettivi della riduzione del danno e del superamento di eventuali squilibri ecologici per sovrannumero di capi.

Come WWF ci rendiamo conto che si tratta di un programma di attività estremamente complesso, ma la logica e l’esperienza ci spingono a lavorare in questa direzione al fine di dotare l’Abruzzo finalmente di un sistema di gestione della specie che miri a risolvere efficacemente il problema, percorrendo finalmente la strada della ricerca e del confronto tecnico e tralasciando le altre vie che fino a oggi non hanno evidentemente portato ai risultati sperati.

Fonte: cityrumors.it del 18 luglio 2018




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giovedì 2 agosto 2018

Pepe scrive a ministri per danni a fauna selvatica. Necessario tavolo di concertazione permanente con le Regioni

(REGFLASH) Pescara, 1 ago. "La caccia in braccata 5 mesi l'anno al posto dei tre attuali e un tavolo di concertazione permanente tra Regioni e Ministeri competenti con azioni concrete da mettere in campo, per fronteggiare l'insostenibile carico di cinghiali nella nostra regione".
L'assessore all'Agricoltura, Dino Pepe, lo richiede nella lettera inviata al Ministro per le Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, ed al Ministro per l'Ambiente, Sergio Costa, dopo aver sollecitato in merito i predecessori alla guida dei due Dicasteri. Autonomia gestionale delle Regioni, per poter valutare ed implementare le strategie più opportune e funzionali al proprio assetto socio-economico e territoriale, netta distinzione tra l'esercizio dell'attività venatoria e quella di controllo; possibilità per le Regioni di ampliare i periodi di caccia di alcune specie di selvatici, in particolare degli ungulati, in presenza di esigenze riscontrate dall'Osservatorio Faunistico Regionale o dall'ISPRA; un numero maggiore di giornate di caccia settimanali per gli ungulati ed altre specie molto dannose; il controllo, la prevenzione e il risarcimento dei danni sia nelle aree a gestione programmata della caccia sia all'interno delle aree ove l'esercizio venatorio è vietato; la possibilità per le Regioni di avvalersi del parere tecnico-scientifico dell'Osservatorio Faunistico Regionale (se ne sono dotate) per il monitoraggio delle specie e la definizione degli interventi da realizzare sul territorio al fine di garantire l’equilibrio; l'avvio dell'attività venatoria nelle aree contigue ai Parchi con una modulazione della pressione venatoria; l'affidamento alle Regioni della gestione della fauna selvatica nelle aree contigue ai Parchi con appositi regolamenti.
"La regione Abruzzo ha messo in campo tutto quanto la norma consente per il controllo della specie cinghiale ma questi strumenti sono chiaramente insufficienti. E' pertanto necessario andare oltre" afferma l’assessore Pepe. "Ormai l'emergenza cinghiali, - continua l'assessore - richiede azioni decisive che non possono essere più rinviate. Il punto cruciale di questo inizio, è la riorganizzazione dell'ormai 'obsoleta' normativa nazionale con particolare riferimento alle leggi 394 del 1991 e 157 del 1992. Tuttavia, gli obiettivi desiderati, - conclude l'assessore, - si possono raggiungere solo attraverso un maggiore coordinamento tra le diverse realtà istituzionali preposte alla gestione della pianificazione faunistico-venatoria e delle aree protette (Regione-Enti Parco) e tra quelle deputate alla gestione dell'attività venatoria e del territorio a caccia programmata come Associazioni professionali agricole, associazioni venatorie ed Ambiti Territoriali di Caccia". (REGFLASH) US180801
 

Osservazioni WWF al Calendario venatorio 2018/19. Basta regali ai cacciatori: no a preapertura e prolungamenti dei periodi di caccia

Comunicato stampa del 23 luglio 2018


Osservazioni WWF al Calendario venatorio Abruzzo 2018/19

Basta regali ai cacciatori: no a preapertura e prolungamenti dei periodi di caccia

Indispensabile essere più incisivi sulla tutela dell’Orso ormai a rischio estinzione


Il WWF Abruzzo ha inviato questa mattina alla Regione le proprie osservazioni sul calendario venatorio per la stagione 2018/19. Le osservazioni partono da una premessa di carattere generale per poi scendere nei dettagli di alcune problematiche specifiche.

Nella premessa si sottolinea una ormai cronica inadempienza della Regione che, benché la legge consenta il prelievo venatorio sulla sola base del criterio della caccia programmata, continua a disattendere tale normativa “persino in merito alla redazione del più importante strumento di pianificazione faunistico-venatoria di cui dovrebbe dotarsi: il Piano Faunistico Venatorio Regionale, in prorogatio da oltre 10 anni (2007)”. Una grave carenza di pianificazione che è stata tra l’altro più volte censurata dai giudici amministrativi in varie sentenze emesse a seguito di ricorsi presentati dal WWF e che è ancora più grave visto che non ha mai visto la luce neppure l’Osservatorio Faunistico Regionale (OFR), importante strumento di studio monitoraggio e tutela previsto dalla legge regionale n. 10/2004.

Per queste ragioni il WWF ritiene che la Regione Abruzzo non possa legittimamente svolgere la propria azione amministrativa di programmazione dell’attività venatoria per la stagione 2018/19 in mancanza dei dati che attestino l’effettiva presenza della fauna sul proprio territorio: dati che non possono essere limitati a quelli cosiddetti “di carniere”, insufficienti per qualsiasi valutazione di merito.

In assenza di un quadro scientifico di riferimento sarebbe indispensabile richiamarsi al principio di precauzione (ribadito anche dalla recente Ordinanza del Consiglio di Stato n. 8713 del 2016) approvando un calendario venatorio che tenga conto della mancanza di dati che non permettono di superare i limiti della tutela stabiliti dall’ordinamento nazionale. In caso contrario, si creerebbe un grave danno alla fauna selvatica e agli equilibri biologici.

Scendendo nel dettaglio, il WWF ricorda di aver apprezzato, nel 2017, l’iniziativa presa dalla Giunta Regionale abruzzese di eliminare finalmente la preapertura a settembre e di effettuare una apertura unica al 1° ottobre. Purtroppo, nella proposta di calendario venatorio in esame, la Giunta Regionale reintroduce l’apertura dal 16 settembre, vanificando la scelta innovativa e coraggiosa dello scorso anno, dimenticando tra l’altro che l’apertura generale a ottobre era stata chiesta anche dall’ISPRA. Eliminando la preapertura torneranno a crearsi impatti negativi della caccia sulla fauna selvatica, anche su quella non cacciabile, in quanto, come è noto, a settembre molte specie sono ancora nella fase di cura della prole. Aumenterà il fenomeno del bracconaggio che avviene soprattutto quando la caccia è consentita solo ad alcune specie.

Il WWF ritiene inoltre che sia un grave errore prevedere di estendere la caccia alla Beccaccia sino al 10 gennaio nonostante i pareri contrari di ISPRA (vedi da ultimo quello con protocollo n. 35919 del 30/05/18) e la decisione dell’Ordinanza del Consiglio di Stato (n. 8713 del 2016) che chiedono di fissare come data ultima il 31 dicembre.

Il calendario venatorio proposto prevede inoltre la possibilità di estendere il periodo di caccia alla specie Colombaccio fino al 10 febbraio 2019. Ciò è incompatibile con le carenze di cognizioni scientifiche della Regione Abruzzo e delle Province, già in passato censurate dai giudici amministrativi che hanno evidenziato come l’estensione dei periodi di caccia non può essere decisa solo sulla base di alcuni dati relativi agli abbattimenti e senza un Piano Faunistico Venatorio vigente. La caccia a febbraio è estremamente dannosa e pertanto da non consentire.

Circa la caccia alla Coturnice, come già evidenziato in precedenti note indirizzate agli Uffici regionali e all’ISPRA, si spiega come recenti studi abbiano dimostrato una distribuzione della specie frammentaria e con nuclei tra loro isolati, situazione che implica uno scarso o assente scambio d’individui. In una tale situazione l’unica proposta possibile è la sospensione della caccia alla Coturnice in Abruzzo, per un periodo di tempo sufficiente alla raccolta di dati puntuali e aggiornati sulla diffusione e sul trend della specie.

Da alcuni anni l’ISPRA indica poi come sia indispensabile impedire la caccia vagante sul territorio dal 1° gennaio in poi, indistintamente dalle specie cacciate. Si ritiene infatti, giustamente, che in tal modo si riduca l’impatto dell’attività venatoria sul territorio e sulle specie animali in genere. Va dunque introdotta nel calendario una disposizione che preveda dal 1° gennaio la caccia sul territorio abruzzese possa essere esercitata esclusivamente sotto forma di appostamento fisso o temporaneo, peraltro ciò consentirebbe un migliore controllo dell’attività da parte degli organi di polizia.

Il WWF ricorda anche che, con Deliberazione n. 480 del 5/7/2018, la Regione Abruzzo ha approvato la perimetrazione dell’area contigua al Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. È opportuno che il calendario in approvazione recepisca quanto definito dalla relativa normativa di attuazione. Va poi portato il carico venatorio a 1 a 40 in tutta la ZPE abruzzese del Parco, adeguandosi al carico di Lazio e Molise.

Ancora: va abolita la possibilità di effettuare la caccia in forma collettiva con l’utilizzo di tre cani (cosiddetta “mini-braccata”) nella Zona di Connessione ed Allargamento (ZPC) e vanno uniformate le modalità e le forme di caccia tra ZPC e ZPE (Zona di Protezione Eesterna al Parco d’Abruzzo), aree nelle quali è accertata la presenza dell’Orso Bruno Marsicano.

“Proprio per la salvaguardia dell’Orso bruno marsicano dal pericolo di estinzione vanno adottati provvedimenti più incisivi”, dichiara Dante Caserta, vicepresidente del WWF Italia. “Appare quanto mai opportuno estendere le misure previste per la ZPE a tutto l’areale dell’Orso nonché adottare nell’area contigua del Parco Nazionale d’Abruzzo tecniche di caccia a minor impatto (caccia di selezione). L’integrazione tra il calendario venatorio e il Piano d’Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano (PATOM), deve essere reale e concreta se la tutela della specie rappresenta effettivamente una priorità. L’attuazione di pratiche venatorie a minor impatto non può essere, quindi, relegata alla sola ZPE, ma va estesa a tutto l’areale della specie a cominciare dall’introduzione del divieto di braccata al cinghiale a vantaggio di tecniche venatorie a minor impatto”.

“Siamo alle solite”, conclude Luciano Di Tizio, delegato WWF Abruzzo. “Se lo scorso anno era stato fatto qualche passo avanti in materia di gestione faunistica, la Regione Abruzzo sembra ora voler tornare indietro. Ribadiamo per l’ennesima volta che la fauna è patrimonio di tutti e non dei soli cacciatori e che la sua gestione deve essere svolta su basi scientifiche e nel rispetto delle normative di tutela. Ci aspettiamo che la Regione riveda il calendario prima di approvarlo, altrimenti saremmo costretti a ritornare nelle aule giudiziarie che finora hanno sempre visto la Regione soccombente”.


WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

Abilitazione caccia, proteste contro assessore Pepe: «vuole bloccare tutto»

Abilitazione caccia, proteste contro assessore Pepe: «vuole bloccare tutto»

Un ricorso al Tar non è bastato per far ripartire la commissione d’esame



TERAMO. L’Ufficio Caccia Regionale e l’assessore Dino Pepe vogliono impedire alla Commissione d’esame per il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio venatorio, legittimamente costituita nella Provincia di Chieti, di funzionare.

Ne è convinto il presidente della Federazione Italiana Caccia Abruzzo, Ermano Conocchioli Morelli, che denuncia una serie di «illegittime ed inopportune decisioni» prese dall’assessore e dagli uffici tecnici.

Decisione che starebbero creando problemi a quanti voglio conseguire l’abilitazione.

La commissione d’esame è stata istituita a gennaio 2017 dalla giunta regionale ma Conocchioli Morelli contesta il fatto che ad un certo punto Pepe ed il dipartimento competente abbiano proposto la modifica della composizione della Commissione «prevedendo, in palese violazione del dettato normativo di riferimento, l’inserimento di Franco Perco quale membro effettivo (non più supplente come in principio)».

Sarebbe stato dunque ampliato, contesta la Federazione «in modo del tutto illegittimo, il numero dei componenti la Commissione». La modifica è stata poi approvata anche dalla giunta regionale a febbraio del 2018.

IL RICORSO AL TAR

L’Unione Nazionale Enalcaccia ha presentato ricorso al Tar chiedendo in via cautelare la sospensione dell’esecuzione del provvedimento.

Il tribunale amministrativo a maggio scorso ha sospeso l’efficacia della delibera e dunque la Federazione ha subito chiesto di ripristinare la vecchia commissione per consentire ai cittadini interessati, residenti nella provincia di Chieti, di sostenere l’esame per il conseguimento della licenza venatoria.

La Regione non è rimasta a guardare e Pepe ha chiesto ed ottenuto una delibera per rinnovare il procedimento di nomina della Commissione d’esame senza però revocare l’atto di costituzione. E’ stato anche stabilito che gli esami dei candidati teatini venissero effettuati dalla Commissione di Pescara, in trasferta a Chieti.

«L’illegittimità di tale deliberazione appare facilmente percepibile», contesta la Federazione Italiana Caccia. «E’ un malcelato escamotage per aggirare l’ordinanza cautelare del Tar. La Regione ha disposto la paralisi di ogni attività della Commissione già legittimamente costituita in Provincia di Chieti e la sua sostituzione con quella della Provincia di Pescara, con chiari disagi per i cacciatori del chietino».

Morelli fa notare che la Commissione d’esame di Chieti non è stata destituita e deve poter continuare ad operare nella sua composizione originaria. Da qui la richiesta di riportare tutto come era prima. La Federazione ha fatto anche una segnalazione alla procura di pescara, alla corte dei conti e pure al Tar.

Fonte: primadanoi.it del 20 luglio 2018

mercoledì 1 agosto 2018

Apertura stagione venatoria, Arci caccia Teramo: “Crescono le distanze dal mondo agricolo”

Apertura stagione venatoria, Arci caccia Teramo: “Crescono le distanze dal mondo agricolo”
 
In merito alla prossima apertura della stagione venatoria, il Presidente dell’ARCI Caccia di Teramo Massimo Sordini.

“Torna l’apertura ma, in Provincia, ai cacciatori si danno in pasto solo e sempre vecchie polemiche riciclate. La gestione della fauna selvatica da noi, sembra ritornata all’età della pietra. Parlano di caccia per assicurarsi di sopravvivere a se stessi e sfuggire al pensionamento per più che oltrepassati limiti di età di dirigenti di un tempo che fu.

La gestione degli ATC è sempre avvolta da “nebbie”, mentre crescono le distanze degli interessi del mondo agricolo. Non si investe in riproduzione naturale della piccola selvaggina, gli interessi buoni e talvolta meno buoni ruotano attorno al “cinghiale”, alla carne. C’è bisogno di cambiare, di avere politiche e tecnici che lavorino per produrre ambienti idonei alla riproduzione di selvaggina e per il governo dell’intero territorio agro-silvo-pastorale nell’equilibrio delle specie selvatiche.

Troppa ideologia, tanto fanatismo estremista si scarica sul calendario venatorio auspicando la propria foto su facebook. La moda prevale sulla conoscenza e sulla scientificità delle soluzioni tecniche. Piani faunistici operativi, lotta al bracconaggio, tutela della buona caccia, restano parole al vento da decenni.

Il rapporto con le nuove generazioni è sempre più difficile. Le Associazioni venatorie non trovano tra di loro la sintesi culturale perché il desiderio di qualcuno che ha sclerotizzato il suo pensiero: il grande che, per tirare a campare, vuole mangiare il piccolo (in realtà, il grande muore affamato).

L’ARCI Caccia confida nelle capacità dei cacciatori che vogliono la caccia sociale oggi e in futuro, sanno che possono ambire a riscattarsi nella Società e presso le future generazioni in barba a quanti sono “avanti Cristo nato” e pensano solo a se stessi. I cacciatori, ma anche i cittadini, hanno scoperto che il doppio estremismo, il fanatismo serve solo a sistemi di potere. Questi cominciano a scricchiolare, è tempo di demolirli”.
Fonte: cityrumors.it del 18 luglio 2018

sabato 14 luglio 2018

Gestione cinghiale. Il WWF: «Il problema è stato creato dal mondo venatorio: siano gli ATC a pagare»

Comunicato stampa del 14 luglio 2018


Gestione cinghiale, una sfida da affrontare insieme: le Aree Protette non sono una controparte

Il WWF: «Il problema è stato creato dal mondo venatorio: siano gli ATC a pagare»

L’attuale sistema di controllo della popolazione è fallimentare e va cambiato: non ha senso affidare la riparazione di un danno a chi ha determinato questo danno, come continua a fare la Regione


La recente proposta avanzata dalla Regione Abruzzo per attuare una filiera delle carni da cinghiale, attraverso l’utilizzo di gabbie di cattura e chiusini anche all’interno delle Aree Protette Regionali e Nazionali con l’obiettivo di prevenire e risolvere i problemi di danneggiamento causati alle coltivazioni agricole e alle attività antropiche sensibili ci obbliga a intervenire sull’argomento nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su un argomento certamente complesso ma del quale si continua a parlare con una preoccupante approssimazione. 

Due sono i punti fermi da tenere in debito conto: il primo riguarda le responsabilità della attuale situazione e i relativi conti da pagare. Il problema cinghiali esiste perché, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso e sino a pochi anni fa (vedi allegato 1 in calce al presente comunicato) ci sono state immissioni a scopo venatorio. I cinghiali si sono moltiplicati in Italia col solo scopo di consentire a una minoranza di cacciatori di divertirsi sparando e uccidendo. Ciò premesso appare evidente che chi ha creato il danno deve pagarne le conseguenze, anche in termini economici. Il risarcimento dei danni da cinghiale va di conseguenza attribuito interamente agli ATC, gli Ambiti Territoriali di Caccia. In questo modo sarebbe chi trae vantaggio dalla presenza di quella che agli occhi dei cacciatori è solo selvaggina a sopportare gli effetti collaterali negativi di immissioni praticate per decenni. In caso contrario, come avviene oggi, sarebbero gli stessi danneggiati a ripagare i propri danni attraverso le tasse, dirette e indirette, che gravano su tutti i cittadini onesti.

Il secondo punto da tenere ben fermo riguarda una constatazione sotto gli occhi di tutti: l’attuale sistema di controllo della popolazione dei cinghiali è risultato del tutto fallimentare visto che i danni non sono affatto diminuiti. Chi mai del resto affiderebbe la riparazione di un danno proprio a chi questo danno lo ha creato, come fa la Regione Abruzzo con i cacciatori?

È ora di cambiare radicalmente strategia, ma questo sarà possibile soltanto ragionando con criteri scientifici e non sulla spinta delle emozioni. La stessa proposta di filiera delle carni della Regione, avanzata senza un vero e proprio documento tecnico di indirizzo, rischia di diventare l’ennesimo elemento di perturbazione della popolazione del cinghiale allontanandoci dalla strada che si dovrebbe percorrere. È palese che a oggi la gestione faunistica della Regione Abruzzo presenta gravi criticità, a partire dai Piani redatti, da cui si evince chiaramente la mancanza di una solida strategia di intervento e la assoluta carenza di informazioni chiare e inserite in una banca dati unica sui capi abbattuti che potrebbe aiutare a verificare ed eventualmente correggere le azioni poco efficaci.

Tanti sono inoltre gli elementi di incertezza in merito all’effettiva assenza di nuove introduzioni e ai dati delle attività degli ATC in relazione alla caccia di selezione. Sarebbe, in particolare, di fondamentale importanza conoscere l’incidenza degli abbattimenti, ad esempio, sulla dieta del lupo, ma anche sugli habitat di interesse conservazionistico (Siti di Interesse Comunitario e Aree Protette).

Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, si continua a presentare l’attività di controllo numerico del cinghiale come necessaria a rispondere all’impatto della specie sulle coltivazioni agricole, tuttavia risulta completamente assente il coinvolgimento delle categorie professionali agricole: la questione cinghiale non potrà mai essere risolta da un’azione isolata del mondo venatorio, ma piuttosto deve prevedere il coinvolgimento di coloro che maggiormente subiscono i danni della convivenza con questa specie, ovvero gli agricoltori. È dimostrato largamente che il solo prelievo venatorio è assolutamente insufficiente a tenere sotto controllo il cinghiale, per cui deve essere favorito il coinvolgimento degli agricoltori nell’ambito della multifunzionalità dell’impresa agricola attraverso interventi di prevenzione e riduzione dei danni e contenimento delle popolazioni attraverso la pratica delle catture, affidando loro direttamente le gabbie o chiusini di cattura e rifinanziando il bando PSR per le recinzioni elettrificate poiché sono state presentate domande per circa 4,5 M€ a fronte di una dotazione di soli 1,5 M€.

In questo contesto non bisogna mai dimenticare che le Aree Protette (AAPP) non sono una “controparte”, come erroneamente vengono spesso pensate, anche dalla Regione, ma bensì sono “parte” del sistema regionale che dovrebbe concorrere alla gestione del cinghiale nel rispetto dei ruoli e delle competenze che la legge attribuisce ai vari soggetti pubblici e privati.

La gestione del cinghiale è una sfida che si può vincere. C'è necessità però di cambiare approccio e di fare “gioco di squadra” tra i vari soggetti, che a diverso titolo hanno un ruolo attivo. Ognuno con le proprie competenze e responsabilità deve concorrere, nel rispetto della normativa e del lavoro di tutti, ponendo in essere azioni convergenti verso gli stessi obiettivi. Azioni che devono essere identificate e definite secondo una metodologia e con dati che permettano di verificare efficacia ed efficienza della programmazione e nel caso di scostamenti dagli obiettivi prefissati permettere di correggere il tiro senza sprecare risorse economiche o danneggiare la biodiversità.

Allegato 1

Brano tratto dalla introduzione alle “Linee guide per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette” di Silvano Toso e Luca Pedrotti edito nel 2001 tra i Quaderni di Conservazione della Natura a cura del Ministero dell’Ambiente Servizio Conservazione della Natura e dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi” (oggi ISPRA).

«Le cause che hanno favorito l’espansione e la crescita delle popolazioni sono legate a molteplici fattori sulla cui importanza relativa le opinioni non sono univoche. Tra questi, le immissioni a scopo venatorio, iniziate dopo la metà del XX secolo, hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale. Effettuati dapprima con cinghiali importati dall’estero, in un secondo tempo i rilasci sono proseguiti soprattutto con soggetti prodotti in cattività in allevamenti nazionali. Tali attività di allevamento ed immissione sono state condotte in maniera non programmata e senza tener conto dei principi basilari della pianificazione faunistica e della profilassi sanitaria e, attualmente, il fenomeno sembra interessare costantemente nuove aree con immissioni più o meno abusive (come testimonia la comparsa della specie in alcune aree dell’arco alpino dove l’immigrazione spontanea sembra evidentemente da escludersi). Ancora oggi diverse Amministrazioni provinciali, soprattutto nella parte meridionale del Paese, acquistano direttamente cinghiali per il ripopolamento o autorizzano altri enti gestori (Ambiti territoriali di caccia, Aziende faunistico-venatorie, ecc.) a rilasciare regolarmente in natura animali prodotti in allevamenti».

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

domenica 25 marzo 2018

Sant’Eusanio del Sangro (Ch): selecontrollore denunciato per caccia abusiva

È stato denunciato per caccia abusiva un cacciatore di Sant’Eusanio del Sangro (Chieti), selecontrollore abilitato.

Gli agenti della Polizia provinciale di Chieti sono intervenuti in località Santa Lucia, su richiesta dei residenti allertati da colpi di arma da fuoco sparati nelle vicinanze delle case, alle 11.30 del mattino.

A casa del giovane, responsabile della caccia di selezione sul territorio per l’Atc, gli agenti della polizia provinciale hanno rinvenuto la carcassa dell’ungulato, un maschio adulto del peso di 120 kg, abbattuto con un fucile calibro 12 caricato a pallettoni, vietato per legge in quanto è consentito solo l’uso di carabine Bolt Action.

A seguito dei controlli è, inoltre, emerso che il selecontrollore non aveva registrato in bacheca l’uscita di caccia. Gli agenti della Polizia provinciale di Chieti gli hanno contestato anche altre irregolarità commesse dal cacciatore, in spregio al Disciplinare, che ora sono al vaglio dell’Autorità giudiziaria.
 

giovedì 8 febbraio 2018

In Abruzzo i risultati del censimento IWC 2018. Maggiori presenze nelle zone protette e comunque in quelle non disturbate dalla caccia

Comunicato stampa del 5 gennaio 2018 
 
 
Il coordinatore Carlo Artese rende noti i risultati del censimento IWC 2018

In Abruzzo oltre 19000 uccelli acquatici di ben 38 specie diverse

Maggiori presenze nelle zone protette e comunque in quelle non disturbate dalla caccia

Sono oltre diciannovemila gli uccelli acquatici, di ben 38 specie diverse, che hanno deciso di trascorrere l’inverno in Abruzzo. Li hanno contati uno a uno i 29 rilevatori che si sono sparsi lungo fiumi, laghi e coste della regione, armati di potenti binocoli, nel fine settimana tra il 13 e il 14 gennaio scorsi nell’ambito del censimento degli uccelli acquatici svernanti (IWC: International Waterfowl Census), coordinato in Italia da ISPRA, il braccio operativo scientifico del Ministero dell’Ambiente. Si tratta di una forma di monitoraggio a lungo termine lanciata a livello internazionale nel 1967 e che si effettua anche in Abruzzo ormai da quasi vent’anni. Il protocollo prevede un conteggio dettagliato, specie per specie, che si attua sempre nel mese di gennaio quando il movimento migratorio è minimo e gli uccelli svernano in massima parte in aree nelle quali è relativamente semplice osservarli. Il coordinatore IWC per l’Abruzzo è da diversi anni l’ornitologo Carlo Artese, la cui funzione è fondamentale per l’organizzazione del censimento. Perché questa attività abbia successo è importante infatti che si svolga in tempi ristretti e contemporaneamente per tutti i principali siti di presenza, che in Abruzzo sono ben 37 diffusi nell’intero territorio regionale. «Si tratta – spiega Artese - di una attività a base volontaria, con la partecipazione di oltre 30 appassionati ornitologi di Associazioni come il WWF con le sue Oasi e le sue Guardie ambientali, la Stazione Ornitologica Abruzzese, il gruppo Snowfinch dell'Aquila, personale delle Riserve Naturali Regionali e dei Parchi Nazionali… È interessante notare che da diversi anni il numero di specie rimane sostanzialmente stabile intorno alla quarantina ed è un numero importante».

I risultati censimento 2018 sono estremamente interessanti: come si accennava sono stati contati 19101 individui di 38 diverse specie. L’uccello con abitudini acquatiche maggiormente presente in Abruzzo è la Folaga: ne sono state censite ben 5589. Segue a ruota il Moriglione, a quota 4291. Interessante la presenza di specie di cui è stato osservato un solo individuo: Nitticora, Marzaiola, Corriere piccolo, Gabbiano reale pontico, Piro piro piccolo e Albanella reale; del Marrangone minore (2) e di Zafferano comune, Canapiglia e Garzetta (4).

In termini assoluti il sito umido più ricco di uccelli è il lago di Campotosto, Riserva Naturale Statale di ripopolamento animale dei Carabinieri Forestali all'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Qui sono stati censiti ben 10768 individui, ma c’era da attenderselo viste le dimensioni dell’invaso. La maggiore ricchezza di specie la vanta invece l’oasi WWF del Lago di Serranella, a quota 18, seguita a ruota proprio da Campotosto (17), da vari punti del litorale (tra 15 e 9) e dalle Sorgenti del Pescara (10). «Un dato – chiarisce Carlo Artese - semplice da interpretare: le specie sono più numerose e il numero degli individui è maggiore là dove non sono in azione le doppiette: le aree protette e la fascia costiera, lungo la quale è anche l’intensa presenza antropica a impedire la caccia. Al contrario in tutte le aree di media collina l’attività venatoria è intensa e rappresenta un formidabile deterrente per la presenza di avifauna».

Nelle prossime settimane Artese e gli altri volontari illustreranno i risultati del censimento in incontri che saranno organizzati presso Oasi e Riserve sparse nel territorio regionale mentre è in corso una elaborazione più accurata dei dati per valutare l’andamento dei censimenti nel corso degli anni. Potranno venirne fuori risultati interessanti. «L’Abruzzo – conclude Artese – ha un ruolo significativo nel programma IWC, inserendosi in una analisi prima a livello nazionale con l’ISPRA e poi a livello internazionale. Avere un quadro sulla variazione nel tempo delle presenze può essere in ogni caso estremamente importante anche a livello regionale, per la salvaguardia dell’avifauna e per una seria programmazione nella gestione delle sempre più minacciate zone umide e costiere».

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

sabato 3 febbraio 2018

Abruzzo – Il TAR dà ragione alle associazioni animaliste

ABRUZZO – IL TAR DÀ RAGIONE ALLE ASSOCIAZIONI

Enpa, LAV e LNDC ricorrono contro l’abbattimento cosiddetto selettivo delle volpi nella Provincia di Teramo. Il TAR conferma la possibile illegittimità di un articolo della Legge Regionale che consente ai cacciatori di occuparsi del controllo delle popolazioni selvatiche e rimanda la questione alla Corte Costituzionale.

Nel mese di marzo 2016 la Provincia di Teramo varò un piano di controllo triennale delle popolazioni delle volpi. Secondo quanto affermato dall’Ente, tale misura si rendeva necessaria per “ridurre l’entità dei danni arrecati alle altre specie di fauna, agli animali domestici e all’uomo e al fine di porre in essere un intervento a tutela della biodiversità”. L’esigenza, sempre secondo l’Ente, era stata sollevata dalle “molteplici sollecitazioni del mondo agricolo e venatorio per la predazione della piccola selvaggina e alle esigenze di riequilibrio delle alterazioni della flora e della fauna selvatica”. Infine, in base all’art. 44 della Legge Regionale 10/04, tale piano di abbattimento cosiddetto selettivo poteva essere realizzato direttamente dai cacciatori.

Enpa, LAV e LNDC, le principali Associazioni di protezione animali in Italia, non potevano certo restare a guardare e presentarono un ricorso al TAR de L’Aquila per sospendere il provvedimento e contestarne la legittimità. In particolare, tramite il lavoro degli avvocati Michele Pezone e Valentina Stefutti, le Associazioni hanno contestato la costituzionalità proprio dell’art. 44 della LR 10/04. La Legge Quadro 157/92, infatti, prevede che l’abbattimento selettivo possa essere realizzato solo da guardie venatorie, che possono avvalersi anche di proprietari dei fondi muniti di licenza di caccia, oltre a guardie forestali e guardie comunali. La Legge Regionale abruzzese, invece, allarga arbitrariamente tale facoltà ai cacciatori tout court, basta che siano nominati dall’Ente.

Finalmente, dopo due anni dalla presentazione del ricorso, il TAR de L’Aquila ha dato ragione a Enpa, LAV e LNDC, riconoscendo la dubbia legittimità di quella parte della Legge Regionale e rimandando la questione alla Corte Costituzionale. “Siamo molto soddisfatti di questa decisione del TAR”, affermano le associazioni. “Quella venatoria è una lobby abituata a ricevere trattamenti di favore da una parte del mondo politico, che spesso adotta provvedimenti palesemente illegittimi e in contrasto con le norme nazionali pur di accontentare i cacciatori, nel tentativo di racimolare consensi” . Portare la legge Regionale sulla caccia al giudizio della Corte Costituzionale, rappresenta un atto concreto di contenimento delle pretese dei cacciatori che pensano di poter avere il diritto di decidere della vita e della morte degli animali selvatici che, è bene ricordarlo, secondo la legge sono patrimonio indisponibile dello Stato e pertanto appartengono a tutti noi”.

02 febbraio 2018

ENPA – www.enpa.it
LAV – www.lav.it
LNDC ANIMAL PROTECTION – www.legadelcane.org