sabato 14 luglio 2018

Gestione cinghiale. Il WWF: «Il problema è stato creato dal mondo venatorio: siano gli ATC a pagare»

Comunicato stampa del 14 luglio 2018


Gestione cinghiale, una sfida da affrontare insieme: le Aree Protette non sono una controparte

Il WWF: «Il problema è stato creato dal mondo venatorio: siano gli ATC a pagare»

L’attuale sistema di controllo della popolazione è fallimentare e va cambiato: non ha senso affidare la riparazione di un danno a chi ha determinato questo danno, come continua a fare la Regione


La recente proposta avanzata dalla Regione Abruzzo per attuare una filiera delle carni da cinghiale, attraverso l’utilizzo di gabbie di cattura e chiusini anche all’interno delle Aree Protette Regionali e Nazionali con l’obiettivo di prevenire e risolvere i problemi di danneggiamento causati alle coltivazioni agricole e alle attività antropiche sensibili ci obbliga a intervenire sull’argomento nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su un argomento certamente complesso ma del quale si continua a parlare con una preoccupante approssimazione. 

Due sono i punti fermi da tenere in debito conto: il primo riguarda le responsabilità della attuale situazione e i relativi conti da pagare. Il problema cinghiali esiste perché, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso e sino a pochi anni fa (vedi allegato 1 in calce al presente comunicato) ci sono state immissioni a scopo venatorio. I cinghiali si sono moltiplicati in Italia col solo scopo di consentire a una minoranza di cacciatori di divertirsi sparando e uccidendo. Ciò premesso appare evidente che chi ha creato il danno deve pagarne le conseguenze, anche in termini economici. Il risarcimento dei danni da cinghiale va di conseguenza attribuito interamente agli ATC, gli Ambiti Territoriali di Caccia. In questo modo sarebbe chi trae vantaggio dalla presenza di quella che agli occhi dei cacciatori è solo selvaggina a sopportare gli effetti collaterali negativi di immissioni praticate per decenni. In caso contrario, come avviene oggi, sarebbero gli stessi danneggiati a ripagare i propri danni attraverso le tasse, dirette e indirette, che gravano su tutti i cittadini onesti.

Il secondo punto da tenere ben fermo riguarda una constatazione sotto gli occhi di tutti: l’attuale sistema di controllo della popolazione dei cinghiali è risultato del tutto fallimentare visto che i danni non sono affatto diminuiti. Chi mai del resto affiderebbe la riparazione di un danno proprio a chi questo danno lo ha creato, come fa la Regione Abruzzo con i cacciatori?

È ora di cambiare radicalmente strategia, ma questo sarà possibile soltanto ragionando con criteri scientifici e non sulla spinta delle emozioni. La stessa proposta di filiera delle carni della Regione, avanzata senza un vero e proprio documento tecnico di indirizzo, rischia di diventare l’ennesimo elemento di perturbazione della popolazione del cinghiale allontanandoci dalla strada che si dovrebbe percorrere. È palese che a oggi la gestione faunistica della Regione Abruzzo presenta gravi criticità, a partire dai Piani redatti, da cui si evince chiaramente la mancanza di una solida strategia di intervento e la assoluta carenza di informazioni chiare e inserite in una banca dati unica sui capi abbattuti che potrebbe aiutare a verificare ed eventualmente correggere le azioni poco efficaci.

Tanti sono inoltre gli elementi di incertezza in merito all’effettiva assenza di nuove introduzioni e ai dati delle attività degli ATC in relazione alla caccia di selezione. Sarebbe, in particolare, di fondamentale importanza conoscere l’incidenza degli abbattimenti, ad esempio, sulla dieta del lupo, ma anche sugli habitat di interesse conservazionistico (Siti di Interesse Comunitario e Aree Protette).

Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, si continua a presentare l’attività di controllo numerico del cinghiale come necessaria a rispondere all’impatto della specie sulle coltivazioni agricole, tuttavia risulta completamente assente il coinvolgimento delle categorie professionali agricole: la questione cinghiale non potrà mai essere risolta da un’azione isolata del mondo venatorio, ma piuttosto deve prevedere il coinvolgimento di coloro che maggiormente subiscono i danni della convivenza con questa specie, ovvero gli agricoltori. È dimostrato largamente che il solo prelievo venatorio è assolutamente insufficiente a tenere sotto controllo il cinghiale, per cui deve essere favorito il coinvolgimento degli agricoltori nell’ambito della multifunzionalità dell’impresa agricola attraverso interventi di prevenzione e riduzione dei danni e contenimento delle popolazioni attraverso la pratica delle catture, affidando loro direttamente le gabbie o chiusini di cattura e rifinanziando il bando PSR per le recinzioni elettrificate poiché sono state presentate domande per circa 4,5 M€ a fronte di una dotazione di soli 1,5 M€.

In questo contesto non bisogna mai dimenticare che le Aree Protette (AAPP) non sono una “controparte”, come erroneamente vengono spesso pensate, anche dalla Regione, ma bensì sono “parte” del sistema regionale che dovrebbe concorrere alla gestione del cinghiale nel rispetto dei ruoli e delle competenze che la legge attribuisce ai vari soggetti pubblici e privati.

La gestione del cinghiale è una sfida che si può vincere. C'è necessità però di cambiare approccio e di fare “gioco di squadra” tra i vari soggetti, che a diverso titolo hanno un ruolo attivo. Ognuno con le proprie competenze e responsabilità deve concorrere, nel rispetto della normativa e del lavoro di tutti, ponendo in essere azioni convergenti verso gli stessi obiettivi. Azioni che devono essere identificate e definite secondo una metodologia e con dati che permettano di verificare efficacia ed efficienza della programmazione e nel caso di scostamenti dagli obiettivi prefissati permettere di correggere il tiro senza sprecare risorse economiche o danneggiare la biodiversità.

Allegato 1

Brano tratto dalla introduzione alle “Linee guide per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette” di Silvano Toso e Luca Pedrotti edito nel 2001 tra i Quaderni di Conservazione della Natura a cura del Ministero dell’Ambiente Servizio Conservazione della Natura e dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi” (oggi ISPRA).

«Le cause che hanno favorito l’espansione e la crescita delle popolazioni sono legate a molteplici fattori sulla cui importanza relativa le opinioni non sono univoche. Tra questi, le immissioni a scopo venatorio, iniziate dopo la metà del XX secolo, hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale. Effettuati dapprima con cinghiali importati dall’estero, in un secondo tempo i rilasci sono proseguiti soprattutto con soggetti prodotti in cattività in allevamenti nazionali. Tali attività di allevamento ed immissione sono state condotte in maniera non programmata e senza tener conto dei principi basilari della pianificazione faunistica e della profilassi sanitaria e, attualmente, il fenomeno sembra interessare costantemente nuove aree con immissioni più o meno abusive (come testimonia la comparsa della specie in alcune aree dell’arco alpino dove l’immigrazione spontanea sembra evidentemente da escludersi). Ancora oggi diverse Amministrazioni provinciali, soprattutto nella parte meridionale del Paese, acquistano direttamente cinghiali per il ripopolamento o autorizzano altri enti gestori (Ambiti territoriali di caccia, Aziende faunistico-venatorie, ecc.) a rilasciare regolarmente in natura animali prodotti in allevamenti».

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

domenica 25 marzo 2018

Sant’Eusanio del Sangro (Ch): selecontrollore denunciato per caccia abusiva

È stato denunciato per caccia abusiva un cacciatore di Sant’Eusanio del Sangro (Chieti), selecontrollore abilitato.

Gli agenti della Polizia provinciale di Chieti sono intervenuti in località Santa Lucia, su richiesta dei residenti allertati da colpi di arma da fuoco sparati nelle vicinanze delle case, alle 11.30 del mattino.

A casa del giovane, responsabile della caccia di selezione sul territorio per l’Atc, gli agenti della polizia provinciale hanno rinvenuto la carcassa dell’ungulato, un maschio adulto del peso di 120 kg, abbattuto con un fucile calibro 12 caricato a pallettoni, vietato per legge in quanto è consentito solo l’uso di carabine Bolt Action.

A seguito dei controlli è, inoltre, emerso che il selecontrollore non aveva registrato in bacheca l’uscita di caccia. Gli agenti della Polizia provinciale di Chieti gli hanno contestato anche altre irregolarità commesse dal cacciatore, in spregio al Disciplinare, che ora sono al vaglio dell’Autorità giudiziaria.
 

giovedì 8 febbraio 2018

In Abruzzo i risultati del censimento IWC 2018. Maggiori presenze nelle zone protette e comunque in quelle non disturbate dalla caccia

Comunicato stampa del 5 gennaio 2018 
 
 
Il coordinatore Carlo Artese rende noti i risultati del censimento IWC 2018

In Abruzzo oltre 19000 uccelli acquatici di ben 38 specie diverse

Maggiori presenze nelle zone protette e comunque in quelle non disturbate dalla caccia

Sono oltre diciannovemila gli uccelli acquatici, di ben 38 specie diverse, che hanno deciso di trascorrere l’inverno in Abruzzo. Li hanno contati uno a uno i 29 rilevatori che si sono sparsi lungo fiumi, laghi e coste della regione, armati di potenti binocoli, nel fine settimana tra il 13 e il 14 gennaio scorsi nell’ambito del censimento degli uccelli acquatici svernanti (IWC: International Waterfowl Census), coordinato in Italia da ISPRA, il braccio operativo scientifico del Ministero dell’Ambiente. Si tratta di una forma di monitoraggio a lungo termine lanciata a livello internazionale nel 1967 e che si effettua anche in Abruzzo ormai da quasi vent’anni. Il protocollo prevede un conteggio dettagliato, specie per specie, che si attua sempre nel mese di gennaio quando il movimento migratorio è minimo e gli uccelli svernano in massima parte in aree nelle quali è relativamente semplice osservarli. Il coordinatore IWC per l’Abruzzo è da diversi anni l’ornitologo Carlo Artese, la cui funzione è fondamentale per l’organizzazione del censimento. Perché questa attività abbia successo è importante infatti che si svolga in tempi ristretti e contemporaneamente per tutti i principali siti di presenza, che in Abruzzo sono ben 37 diffusi nell’intero territorio regionale. «Si tratta – spiega Artese - di una attività a base volontaria, con la partecipazione di oltre 30 appassionati ornitologi di Associazioni come il WWF con le sue Oasi e le sue Guardie ambientali, la Stazione Ornitologica Abruzzese, il gruppo Snowfinch dell'Aquila, personale delle Riserve Naturali Regionali e dei Parchi Nazionali… È interessante notare che da diversi anni il numero di specie rimane sostanzialmente stabile intorno alla quarantina ed è un numero importante».

I risultati censimento 2018 sono estremamente interessanti: come si accennava sono stati contati 19101 individui di 38 diverse specie. L’uccello con abitudini acquatiche maggiormente presente in Abruzzo è la Folaga: ne sono state censite ben 5589. Segue a ruota il Moriglione, a quota 4291. Interessante la presenza di specie di cui è stato osservato un solo individuo: Nitticora, Marzaiola, Corriere piccolo, Gabbiano reale pontico, Piro piro piccolo e Albanella reale; del Marrangone minore (2) e di Zafferano comune, Canapiglia e Garzetta (4).

In termini assoluti il sito umido più ricco di uccelli è il lago di Campotosto, Riserva Naturale Statale di ripopolamento animale dei Carabinieri Forestali all'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Qui sono stati censiti ben 10768 individui, ma c’era da attenderselo viste le dimensioni dell’invaso. La maggiore ricchezza di specie la vanta invece l’oasi WWF del Lago di Serranella, a quota 18, seguita a ruota proprio da Campotosto (17), da vari punti del litorale (tra 15 e 9) e dalle Sorgenti del Pescara (10). «Un dato – chiarisce Carlo Artese - semplice da interpretare: le specie sono più numerose e il numero degli individui è maggiore là dove non sono in azione le doppiette: le aree protette e la fascia costiera, lungo la quale è anche l’intensa presenza antropica a impedire la caccia. Al contrario in tutte le aree di media collina l’attività venatoria è intensa e rappresenta un formidabile deterrente per la presenza di avifauna».

Nelle prossime settimane Artese e gli altri volontari illustreranno i risultati del censimento in incontri che saranno organizzati presso Oasi e Riserve sparse nel territorio regionale mentre è in corso una elaborazione più accurata dei dati per valutare l’andamento dei censimenti nel corso degli anni. Potranno venirne fuori risultati interessanti. «L’Abruzzo – conclude Artese – ha un ruolo significativo nel programma IWC, inserendosi in una analisi prima a livello nazionale con l’ISPRA e poi a livello internazionale. Avere un quadro sulla variazione nel tempo delle presenze può essere in ogni caso estremamente importante anche a livello regionale, per la salvaguardia dell’avifauna e per una seria programmazione nella gestione delle sempre più minacciate zone umide e costiere».

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

sabato 3 febbraio 2018

Abruzzo – Il TAR dà ragione alle associazioni animaliste

ABRUZZO – IL TAR DÀ RAGIONE ALLE ASSOCIAZIONI

Enpa, LAV e LNDC ricorrono contro l’abbattimento cosiddetto selettivo delle volpi nella Provincia di Teramo. Il TAR conferma la possibile illegittimità di un articolo della Legge Regionale che consente ai cacciatori di occuparsi del controllo delle popolazioni selvatiche e rimanda la questione alla Corte Costituzionale.

Nel mese di marzo 2016 la Provincia di Teramo varò un piano di controllo triennale delle popolazioni delle volpi. Secondo quanto affermato dall’Ente, tale misura si rendeva necessaria per “ridurre l’entità dei danni arrecati alle altre specie di fauna, agli animali domestici e all’uomo e al fine di porre in essere un intervento a tutela della biodiversità”. L’esigenza, sempre secondo l’Ente, era stata sollevata dalle “molteplici sollecitazioni del mondo agricolo e venatorio per la predazione della piccola selvaggina e alle esigenze di riequilibrio delle alterazioni della flora e della fauna selvatica”. Infine, in base all’art. 44 della Legge Regionale 10/04, tale piano di abbattimento cosiddetto selettivo poteva essere realizzato direttamente dai cacciatori.

Enpa, LAV e LNDC, le principali Associazioni di protezione animali in Italia, non potevano certo restare a guardare e presentarono un ricorso al TAR de L’Aquila per sospendere il provvedimento e contestarne la legittimità. In particolare, tramite il lavoro degli avvocati Michele Pezone e Valentina Stefutti, le Associazioni hanno contestato la costituzionalità proprio dell’art. 44 della LR 10/04. La Legge Quadro 157/92, infatti, prevede che l’abbattimento selettivo possa essere realizzato solo da guardie venatorie, che possono avvalersi anche di proprietari dei fondi muniti di licenza di caccia, oltre a guardie forestali e guardie comunali. La Legge Regionale abruzzese, invece, allarga arbitrariamente tale facoltà ai cacciatori tout court, basta che siano nominati dall’Ente.

Finalmente, dopo due anni dalla presentazione del ricorso, il TAR de L’Aquila ha dato ragione a Enpa, LAV e LNDC, riconoscendo la dubbia legittimità di quella parte della Legge Regionale e rimandando la questione alla Corte Costituzionale. “Siamo molto soddisfatti di questa decisione del TAR”, affermano le associazioni. “Quella venatoria è una lobby abituata a ricevere trattamenti di favore da una parte del mondo politico, che spesso adotta provvedimenti palesemente illegittimi e in contrasto con le norme nazionali pur di accontentare i cacciatori, nel tentativo di racimolare consensi” . Portare la legge Regionale sulla caccia al giudizio della Corte Costituzionale, rappresenta un atto concreto di contenimento delle pretese dei cacciatori che pensano di poter avere il diritto di decidere della vita e della morte degli animali selvatici che, è bene ricordarlo, secondo la legge sono patrimonio indisponibile dello Stato e pertanto appartengono a tutti noi”.

02 febbraio 2018

ENPA – www.enpa.it
LAV – www.lav.it
LNDC ANIMAL PROTECTION – www.legadelcane.org

mercoledì 17 gennaio 2018

Pallini da caccia contro un’abitazione, spavento a Tornareccio

TORNARECCIO. Pallini da caccia sono finiti contro un’abitazione, spaventando il proprietario che ha chiesto l’intervento dei carabinieri. L’episodio, curioso, è avvenuto ieri, in tarda mattinata, in località San Giovanni, a Tornareccio. Una zona prevalentemente boschiva, frequentata solitamente dai cacciatori. I pallini di piombo, molto piccoli, usati per la caccia ai piccoli volatili, vengono sparati in aria e, solitamente, ricadono in mezzo alla vegetazione. Ieri, invece, è probabile che alcuni cacciatori si fossero avvicinati troppo alle abitazioni. Alcuni pallini sono finiti contro il tetto dell’abitazione, mentre l’uomo era in giardino. Spaventato si è buttato a terra e poi ha chiamato i carabinieri denunciando l’episodio. Una volta sul posto la pattuglia non è riuscita, però, ad individuare gli incauti cacciatori.

giovedì 14 dicembre 2017

Pessolano (Arcicaccia): per ridurre davvero i cinghiali la braccata è inutile

Arci Caccia: niente fantasie! La caccia al cinghiale si fa in braccata. Ma il Parlamento aveva detto il contrario 

La caccia al cinghiale con la tecnica della braccata – mute di cani e “poste di cacciatori – è sotto accusa  sia per le vittime umane che provoca che per l’inefficacia dimostrata, visto che il numero dei cinghiali non fa altro che aumentare e che le loro popolazioni si sono ormai diffuse sull’intero territorio italiano grazie a scriteriate campagne di immissione di animali provenienti dal nord Europa e spesso ibridati con i maiali domestici per renderli ancora più prolifici.
Un tipo di caccia che sembra sempre più insostenibile e nel mondo venatorio hanno fatto molto scalpore  le dichiarazioni  del presidente provinciale dell’Arci Cacca di Chieti, Angelo Pessolano, secondo il quale l’emergenza cinghiali è provocata proprio da questo approccio venatorio sbagliato, Come dimostrano anche studi recenti  a un maggior numero di abbattimenti (e di densità venatoria) corrisponde in realtà una  maggiore attività riproduttiva delle femmine, soprattutto dove viene esercitata la braccata e Pessolano ha preso semplicemente atto che «quest’ultima non permette di selezionare in modo adeguato i capi che devono essere abbattuti». Per il presidente dell’Arci Caccia di Chieti l’unica soluzione giusta sarebbe quella di abbattere esclusivamente gli esemplari piccoli e i “rossi”, cioè i giovani porcastri, cosa impossibile con  la braccata. E il presidente dell’Arci Caccia chietina ha sottolineato che questa ipotesi viene fatta da tecnici e scienziati che si occupano del cinghiale come specie, «oltre a trattarsi di un elemento basilare di una buona gestione faunistico-venatoria» e aggiunge che «La caccia in braccata consente di uccidere i selvatici, ma non di ridurre il loro numero. Al suo posto dovrebbe invece essere introdotto un prelievo venatorio selettivo in grado di controllare la specie dal punto di vista scientifico».
Una presa di posizione basata sulla scienza e il buonsenso che però a sollevato le ira delle altre associazioni venatorie e anche di cacciatori dell’Arci Caccia, tanto che è dovuto intervenire il presidente nazionale dell’Arci Caccia Sergio Sorrentino  che c in una nota ufficiale sottolinea. «La posizione dell’Arci Caccia sulla caccia al cinghiale è una ed una sola. Quella che abbiamo affermato nei documenti e con forza in mille occasioni: La caccia al cinghiale si fa in braccata!!! La forma di caccia a cui sono legate le nostre tradizioni e che è l’unica in grado di garantire con più efficacia quel controllo della consistenza della specie, indispensabile per la tutela dell’agricoltura. Tutte le altre forme sono solo in grado di tamponare qualche emergenza momentanea o qualche situazione in cui non si può intervenire in altro modo o organizzare in tempo reale la braccata».ù
Le dichiarazioni di Pessolano, vengono “disinnescate” così: «L’articolo uscito sulla stampa, tra l’altro, pone l’accento su alcune frasi espresse in un contesto ben più generale e ampio; tutte da verificare. La nostra posizione è chiarissima e l’abbiamo ribadita reiteratamente, l’ultima volta non più tardi di venerdì scorso al convegno organizzato nella giornata di apertura della Fiera Caccia&Country di Forlì (che sarà visibile a breve e in formato integrale su www.agrilinea.tv). La caccia al cinghiale – cultura da trasferire alle nuove generazioni –  per Arci Caccia è quella della braccata con l’utilizzo dei cani da seguita. E questa è la posizione dell’associazione, valida dalle Alpi alla Sicilia e quindi anche in Abruzzo.  La selezione è altro, è un intervento mirato straordinario dove la braccata non riesce a intervenire, come è noto ai cacciatori, alle squadre».
Il comunicato si conclude con un richiamo all’ordine e al rispetto della gerarchia associativa venatoria: «La posizione dell’Arci  Caccia è frutto di processi democratici partecipati, di centinaia di Assemblee, di Congressi. La caccia al cinghiale è patrimonio unitario, insieme a tutte le altre forme di caccia, della migliore cultura rurale del nostro Paese, oggi e domani. Il Presidente dell’ARCI Caccia dell’Abruzzo, Massimiliano Di Luca, conferma di essere sulla stessa “lunghezza d’onda” del Presidente Sorrentino. Qualche volta si leggono tempeste in un bicchiere d’acqua….».
A dire il vero il bicchiere è molto grande e agitato  visto che in realtà quel che dice Pessolano è così noto da essere stato addirittura approvato da una risoluzione in Commissione agricoltura presentata da Susanna Cenni (PD) il 29 ottobre 2024, alla quale hanno contribuito numerosi esponenti del PD e del Movimento 5 Stelle e nella quale si legge: « in particolare, a differenza di quanto si sia erroneamente ritenuto fino ad oggi, l’ordinaria attività venatoria, così come viene organizzata e gestita in Italia, non rappresenta una forma di controllo delle popolazioni di cinghiale, tantomeno può rappresentarlo un’estensione del periodo di prelievo (deregulation dei calendari venatori) o la concessione del prelievo in aree altrimenti protette. Altresì, l’attività venatoria ha determinato negli anni una destrutturazione della piramide delle classi di età, agevolando la riproduzione degli esemplari più giovani, abbattendo i capi adulti con più di due anni di età».
Che poi il governo abbia ignorato queste indicazioni e che regioni come la Toscana siano andate (senza grande successo) in direzione opposta a quella indicata dalla Commissione agricoltura questo è un problema che riguarda la coerenza politica e istituzionale…
D’altronde anche  l’atto di intesa tra le sezioni regionali abruzzesi delle associazioni venatorie Arci Caccia, Eps, Liberacaccia  stipulato l’11 novembre ammette al punto 4 che qualche problema c’è:  «la gestione della specie cinghiale non appare in alcun modo adeguatamente affrontata secondo scelte di pianificazione e regolamentazione del prelievo non perfettamente operative sul territorio, nemmeno adeguatamente calate sulle diverse realtà usuali di prelievo e che, comunque, al cospetto della burocratizzazione operata, appaiono solo dei palliativi non in grado di corrispondere il necessario sistema adeguato d’intervento»

mercoledì 13 dicembre 2017

Atri, stop alla caccia al cinghiale. Il WWF: “Decisione giusta”

“La decisione del Sindaco di Atri di vietare ogni forma di attività venatoria di controllo della specie cinghiale nel territorio comunale dal tramonto sino ad un’ora prima del sorgere del sole sia un atto dovuto di assoluto buon senso che, per la salvaguardia dell’incolumità di tutti, anche gli altri sindaci dovrebbero adottare”. A dirlo è il WWF Teramo, in merito all’ordinanza firmata lo scorso 6 dicembre dal primo cittadino di Atri che ha fatto insorgere anche alcuni cacciatori, come segnalato da Cityrumors.

“L’errore è stato commesso dalla Regione Abruzzo che, con il Piano di controllo approvato dalla Giunta Regionale, sta consentendo la caccia anche nelle ore serali al buio – prosegue il WWF – Nel territorio di Atri, esattamente come avviene negli altri comuni abruzzesi, si procede a battute di caccia nelle ore serali, anche in assenza di luci e spesso con inseguimenti di cinghiali a bordo di fuoristrada in aree adiacenti ad abitazioni e insediamenti privati. I controlli sono ormai quasi del tutto assenti e la caccia alla cinghiale è praticamente consentita sempre e comunque. Con la scusa del contenimento del numero dei cinghiali, i cacciatori sono diventati i padroni assoluti del territorio. Proprio loro che con le liberazioni di cinghiali effettuate negli anni passati a scopo venatorio sono gli unici responsabili, insieme agli amministratori regionali e provinciali del tempo che le consentiranno, del sovrannumero della specie e di conseguenza dei danni ai coltivi. Sono tanti i cittadini che segnalano situazioni di pericolo in cui vengono a trovarsi a causa della continua presenza di cacciatori nei pressi delle abitazioni”.

E concludono: “Il problema dei danni da cinghiali non verrà mai risolto fino a quando si continuerà ad affidare ai cacciatori la ricerca della soluzione. È paradossale che coloro che hanno determinato il problema vengano premiati con la scusa di doverlo risolverlo. Senza considerare che la categoria che ha meno interesse a ridurre il numero dei cinghiali è proprio quella dei cacciatori che certo non vuole rinunciare al divertimento di poter sparare tutto l’anno, né tantomeno alle cospicue entrate in nero che provengono dalla vendita non regolamentata della carne dei cinghiali uccisi”.
 

mercoledì 6 dicembre 2017

L’assedio dei cinghiali: caos, danni e spese ingenti per non risolvere il problema

Quando il Parco spendeva 1.400 per abbattere ogni cinghiale (più gli indennizzi)

ABRUZZO. I cinghiali nei parchi d’Abruzzo: per ridurre la popolazione si è deciso di usare le gabbie per poi abbatterli e portarli al macello.


Un modo per arginare la presenza massiccia degli animali selvatici, che spesso si spingono sulle strade e nei centri abitati, creando anche parecchi danni alle imprese agricole del territorio. Non rarissimi anche gli investimenti in incidenti stradali.

Del caso che sta investendo il Parco della Majella si è occupato anche la trasmissione ‘Indovina chi viene dopo cena’, spin off della trasmissione Report, su Rai 3.

Come ha spiegato Simone Angelucci, veterinario dell’Ente, il cinghiale è stato introdotto sul territorio, a scopo venatorio, negli anni 60 e anni 70. Prima, praticamente, non c’erano.

In pratica per accontentare i cacciatori si sono spesi soldi per riportare i cinghiali e oggi se ne spendono altri per contenerli.

«Dove ci sono i predatori questa proliferazione viene contenuta», ha spiegato Angelucci. «Grazie alla presenza di lupi qui c’è una situazione di equilibrio: 100 lupi per 750 chilometri quadrati organizzati in una decina di branchi che esercitano pressione predatoria importante».

Quello che accade nel Parco del Gran Sasso, invece, è perfettamente ricostruito in una relazione tecnica di Federico Striglioni che PrimaDaNoi.it ha letto integralmente.

Nella relazione si analizza come negli anni si sia tentato di risolvere il problema, con le Province che hanno investito notevoli risorse per corsi di formazione per l'abilitazione alla caccia di selezione ma in realtà non c'è stata nessuna modifica sostanziale.


UNA MAREA DI SOLDI

E si sono spesi una marea di soldi: nel 2003 e 2004 sono state effettuate 12 ‘girate’ di controllo sperimentali (tecniche di caccia) e sono stati abbattuti complessivamente 54 cinghiali ovvero 4,5 capi per ogni girata. Sono stati esplosi 100 proiettili per abbattere 33 cinghiali.

«Dunque per eliminare gli oltre 8.000 cinghiali catturati tramite recinti nel periodo 1999-2015», analizza Striglioni, «si è calcolato che si sarebbero dovuti esplodere più di 24.000 colpi di arma da fuoco».

Decisamente troppi, come troppi sono i rischi per il disturbo dell'ambiente e di eventuali incidenti per i frequentatori delle aree protette.

È andata decisamente peggio pure con l'abbattimento selettivo con carabina da appostamento fisso, una tecnica che è stata sperimentata nel Parco nell'estate del 2006 per 73 giornate.

«C'è stato un ingente dispendio di risorse umane ed economiche e risultati deludenti», si legge nella relazione tecnica: appena 63 cinghiali abbattuti per un costo imputato all'ente parco di 1400 euro per ogni animale ucciso.

Poi si è arrivati alla scelta di utilizzare le gabbie-trappole di cattura che al momento sembrano essere il sistema più favorevole nel rapporto costi-benefici, con i minori impatti sugli ecosistemi del parco e per l'assenza di ogni rischio per l'incolumità pubblica.

In pratica le gabbie vengono sistemate tra la vegetazione, munite di un sofisticato congegno di scatto con chiusura a ghigliottina, innescato dal movimento del cinghiale catturato. Nella gabbia viene posizionata un’esca costituita da ortaggi e frutta ma anche mais per attirare l’animale che, in verità, ben si adatta a qualsiasi tipo di cibo.



SALVAGUARDARE GLI ANIMALI DEL PARCO

Il Parco del Gran Sasso ha puntato su questa soluzione anche calcolando che eventuali errori o incidenti legati all'utilizzo di armi da fuoco in territorio protetto avrebbero potuto avere conseguenze inaccettabili per l'Ente, ad esempio l'uccisione di un orso o il coinvolgimento di persone che potevano venire accidentalmente colpite.

«Anche perché c'è da considerare», analizza il tecnico nella relazione, «che le carabine utilizzate per gli abbattimenti selettivi hanno una gittata che può arrivare anche ad una distanza di 4 km e quindi avere conseguenze assolutamente imprevedibili».

I rischi di errore vengono ritenuti alti anche perché le operazioni vengono effettuate al crepuscolo in condizioni di luce non ottimale .

Per l'abbattimento con la carabina, secondo i rilievi dei tecnici, non ci sono zone del Parco sicure che offrono garanzie per l'incolumità pubblica e anche periti balistici confermarono la impossibilità di certificare la sicurezza dei siti di sparo.

«Nel 2006», è annotato nella relazione tecnica, «non sono mancati i problemi quando i selecontrollori non rimanevano fermi nei siti di sparo loro assegnati ma si spostavano in punti che giudicavano più idonei per seguire i cinghiali. In un caso si vede anche un selecontrollore che si sposta ed esplode 6 colpi di carabina senza colpire nessun cinghiale in direzione della strada statale salaria. Era una sera di luglio c'era ancora luce e la statale era trafficata».

La tecnica da sparo non piace ormai da 15 anni ai vari consigli direttivi, direttori, presidenti e commissari che si sono avvicendati alla guida dell'ente e che si sono occupati del problema.



I DANNI AL PATRIMONIO

Sta di fatto che la presenza del cinghiale crea danni al patrimonio agricolo: il picco si è registrato nel 2011 con oltre 725 mila euro di indennizzi, poco meno l'anno successivo con 647 mila euro.
Anni da dimenticare anche il 2007 e il 2010.
Nel 2015, ultimo anno disponibile nella relazione tecnica, si è arrivati a 578 mila euro.
Ma la distribuzione dei danni non riguarda soltanto il territorio del parco ma anche la zona fuori dal perimetro dell'area protetta, ai confini con l’Ente.
Si calcola che il fenomeno riguardi anche e fasce collinari attigue alle aste fluviali e si spinge fino ad oltre 30 km dal confine dell'area protetta.

Nel corso delle ultime riunioni del Parco che ha affrontato la questione il vicepresidente ha evidenziato che il problema esiste e le gabbie di cattura «non bastano, bisogna trovare strade alternative».

Secondo Stefano Allavena, però, il problema esiste ma la situazione all'interno è migliore di quella fuori anche perché nell'area protetta ci sono in funzione recinti di cattura «molto efficienti» e si stima il prelievo di «centinaia di esemplari ogni anno». La caccia come metodo di controllo, proprio secondo Allavena, è da evitare in quanto il Parco è intensamente frequentato da escursionisti, ricercatori di funghi e tartufi ma anche fotografi. E c’è pure il rischio che i selecontrollori possono uccidere i cervi, caprioli, lupi, orsi di passaggio oltre a disturbare la fauna.
Un danno troppo grande.
Insoddisfatti da tempo, ormai, gli imprenditori del settore agricolo che vorrebbero essere maggiormente tutelati.


«MANCA IL BREVETTO DELLE GABBIE»

Come Dino Rossi del Cospa: «il Parco si è impuntato sull’utilizzo delle gabbie di cattura su indicazioni di Federico Striglioni, Project manager del progetto Life, gabbie non a norma e non brevettate, tanto da subire modifiche in corso d’opera a seconda dei danni provocati alla fauna durante la cattura, senza tenere conto della sicurezza dell’operatore al quale viene affidata l’attrezzatura per la cattura degli animali selvatici. Ancora oggi, dopo anni di utilizzo di questi metodi, oltre che a risultare inefficaci sono privi di brevetto. Ormai nelle aree parco», continua Rossi, «è praticamente impossibile coltivare come gli anni passati rimasto un ricordo per le persone più anziane. Una volta la selezione delle sementi venivano fatte in alta montagna, i contadini si scambiavano i raccolti, oggi sono costretti a rivolgersi alla multinazionale Monsanto (la più grande rivenditrice di sementi agricole al mondo, ndr), determinando la scomparsa di molte varietà di cereali e legumi autoctoni».

Alessandra Lotti

lunedì 6 novembre 2017

Acciano (Aq): cervo e capriolo scuoiati. Pubblicati i nomi dei tre cacciatori scoperti dai Carabinieri.

L’AQUILA - La procura della Repubblica di Sulmona (L’Aquila) ha iscritto sul registro degli indagati Carmine Santilli, (classe '79) Antonio Cercarelli, (classe '67), e Diego Pace, (classe '79), tutti e tre di Acciano (L’Aquila), nell’ambito dell’inchiesta scattata dopo il blitz dei carabinieri della stazione di Castelvecchio Subequo (L'Aquila) della Compagnia di Sulmona che qualche giorno hanno individuato in un locale un cervo e un capriolo appena cacciati e scuoiati dai bracconieri all’interno di un locale.

Le ipotesi di reato contestate sono di esercizio di caccia di specie protette e detenzione di animali selvatici appartenenti a specie protette.

Le indagini dei carabinieri, comunque, continuano per verificare se possano emergere altre responsabilità e soprattutto se, come sospettano fonti investigative, l’episodio faccia parte di un fenomeno preoccupante sul territorio.

Dai primi accertamenti dei militari è emerso che tutto fosse riconducibile ai tre soggetti che avevano ucciso le prede all’imbrunire, trasportandole poi nel garage per prepararle alla macellazione.

Con l’ausilio di personale del servizio veterinario della Asl dell’Aquila, i carabinieri hanno proceduto al sequestro delle carcasse, poi trasferite presso l’Istituto zooprofilattico di Avezzano (L’Aquila) per le analisi e il successivo smaltimento, e a denunciare i tre cacciatori.

Sequestrato anche il fucile utilizzato per la caccia di frodo con le munizioni e sofisticati congegni di mira mentre, in via cautelare, ai cacciatori sono state ritirate tutte le altre armi legalmente detenute per le successive valutazioni delle autorità sulla sospensione o revoca delle licenze rilasciate.

Fonte: abruzzoweb.it del 06 novembre 2017

giovedì 2 novembre 2017

Acciano (Aq). Beccati mentre scuoiano un cervo e un capriolo. Ad un cacciatore dei 3 sono ritirate tutte le altre armi legalmente detenute.



Acciano (Aq). Nella serata di ieri hanno trovato, in un locale, un cervo ed un capriolo appena cacciati e scuoiati.

Tre le persone sospetrate che avrebbero ucciso le prede all’imbrunire, trasportandole poi nel garage preparandole per la macellazione. Sul posto sono stati rinvenuti i 2 animali di specie protetta appesi, scuoiati, privi del capo e gli arnesi utilizzati per ammazzarli. I Carabinieri, con l’ausilio del personale veterinario della Asl, hanno sequestrato le carcasse per il trasferimento presso l’istituto zooprofilattico di Avezzano (Aq), per le analisi e lo smaltimento. Sotto sequestro anche il fucile forse utilizzato per la caccia di frodo con munizionamento e congegni di mira sofisticati. Cautelativamente ad un cacciatore dei 3 sono ritirate tutte le altre armi legalmente detenute per le successive valutazioni in merito alla sospensione o revoca delle licenze rilasciate. I tre uomini sono deferiti, in stato di libertà, alla procura della Repubblica di Sulmona per caccia di fauna selvatica protetta.


Fonte: report-age.com del 02 novembre 2017

giovedì 19 ottobre 2017

L'Aquila, assalito dal cinghiale a cui aveva sparato: grave cacciatore

Incidenti provocati dai cinghiali: la regione Abruzzo condannata a risarcire gli automobilisti

Incidenti provocati dai cinghiali: la regione Abruzzo condannata a risarcire gli automobilisti
La Regione Abruzzo è stata condannata in appello a risarcire i danni subiti alle autovetture degli automobilisti che hanno avuto incidenti causati dalla presenza di cinghiali e altra fauna selvatica sulle strade.

L’avvocato Michele Accettella (foto) di Francavilla al Mare, insieme ai colleghi Angelo Manzi e Alderico Di Giovanni del foro di Lanciano, dopo aver ottenuto numerose sentenze favorevoli dei vari giudici di pace del territorio abruzzese ha vinto i due appelli presso il tribunale dell'Aquila, che hanno confermato le sentenze di primo grado costituendo un precedente quasi unico in materia.

"Queste pronunce sono importantissime perché, oltre a ribadire il principio, riconosciuto ormai dalla giurisprudenza maggioritaria, della responsabilità della Regione quale Ente preposto al controllo della fauna selvatica, entrano nel merito della questione, statuendo l'avvenuta prova di tutti gli elementi costitutivi dell'illecito aquilano ex art. 2043 c.c., applicabile in materia di danni da fauna" commenta l'avvocato, da anni impegnato in materia di risarcimento per danni da sinistro stradale derivanti da fauna selvatica, in particolare cinghiali.

Fonte: chietitoday.it del 16 ottobre 2017


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lunedì 9 ottobre 2017

Il WWF elogia la scelta dell’Abruzzo di impedire la caccia a settembre

Comunicato dell’8 ottobre 2017 
 

Ieri l’ennesima vittima della caccia nel cosentino. Nello scorso mese 5 morti e 9 feriti

Il WWF elogia la scelta dell’Abruzzo di impedire la caccia a settembre

Una bambina colpita nel giardino di casa. Il problema degli spari nei pressi di zone abitate


 
La notizia del cacciatore ucciso accidentalmente in provincia di Cosenza da un collega, riporta nuovamente l’attenzione sul gran numero di incidenti che costellano ogni anno la stagione venatoria. Al di là delle singole tragedie (il giovane colpito al volto nelle campagne cosentine lascia nella disperazione la moglie incinta di cinque mesi di un bambino che non conoscerà mai suo padre), il problema per la pubblica incolumità rappresentato dalla caccia è di notevole impatto e purtroppo spesso incoscientemente sottovalutato.

L’Abruzzo quest’anno, con una scelta di civiltà, ha impedito, unica regione italiana, la caccia nel mese di settembre. Non è ancora sufficiente perché non sono state poste ulteriori limitazioni, in particolare in un periodo siccitoso come quello che stiamo vivendo e dopo un’estate tormentata dagli incendi, e soprattutto perché sono state comunque autorizzate battute di caccia al cinghiale mascherandole come “caccia di selezione” in periodi e luoghi non adatti a questo tipo di attività. Ma è comunque almeno qualcosa.

Alla luce di quanto accaduto durante quel mese, il WWF dà dunque atto al presidente D’Alfonso, all’assessore Pepe, alla Giunta e al Consiglio regionale di aver fatto la scelta giusta, anche e soprattutto per la pubblica incolumità.

Secondo i dati raccolti dall’Associazione vittime della caccia (AVC), relativi appunto ai disastri provocati dai fucili in tutto il resto d’Italia nel mese di settembre, sono state infatti 14 le persone colpite dai proiettili, 5 delle quali morte, mentre tra i feriti c’è anche una bambina. Scendendo in dettaglio in meno di un mese (la stagione è iniziata il 17 settembre ma ci sono state preaperture in diverse regioni) l’AVC segnala tra i cacciatori 5 morti e 7 feriti, cui vanno aggiunti 2 feriti non cacciatori, colpiti accidentalmente. Tra questi la bambina di cui si diceva, raggiunta dai proiettili nel giardino di casa.

Quest’ultimo problema (la caccia in prossimità di aree abitate) è presente anche in Abruzzo. I cittadini lo segnalano frequentemente al WWF – ad esempio dalle contrade Cese di Avezzano e Collalto di Pianella -, anche per la cosiddetta caccia di selezione, che dovrebbe essere svolta sotto rigido controllo delle autorità, cosa che non sempre avviene a causa delle difficoltà nella fase di riorganizzazione dei Carabinieri-Forestali e delle Polizie provinciali.

Dal computo delle vittime sono ovviamente esclusi gli animali non cacciabili che vengono uccisi in gran numero a dispetto di divieti, anche in questo caso per carenze nei controlli.

L’Abruzzo quest’anno ha limitato i danni. L’auspicio è che nelle prossime stagioni possa fare qualcosa di più ricordando sempre che la fauna è patrimonio di tutti e non bersaglio di una minoranza armata.

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it
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venerdì 6 ottobre 2017

Cermignano (Te). Cacciatore spara a una pietra e si ferisce


Un altro incidente di caccia nelle campagne teramane, il secondo nel giro di due giorni dopo quello avvenuto domenica Campovalano. Questa volta l’incidente è avvenuto nelle campagne di Cermignano, in particolare nella zona di Monteverde. Un cacciatore di 59 anni di Notaresco è rimasto ferito nel pomeriggio di ieri dalle schegge di un colpo di fucile. Secondo una prima ricostruzione, il colpo partito accidentalmente dall'arma, avrebbe centrato una pietra, frantumandosi in tante schegge, alcune delle quali hanno raggiunto il cacciatore all'addome e ad una gamba. L'uomo è stato immediatamente soccorso dai compagni e poi dal personale del 118 . L’uomo è stato trasportato in ambulanza all’ospedale Mazzini e qui ricoverato anche se le sue condizioni, fortunatamente, non sono gravi. Domenica pomeriggio un altro cacciatore si è ferito nelle campagne di Campovalano: in questo caso l’uomo si è accidentalmente sparato un colpo alla gamba. L’uomo è stato prima soccorso dalle persone che erano con luin e successivamente dall’ambulaza del 118 arrivata sul posto.
 

Campli, incidente di caccia: ferito dal colpo di fucile che porta in spalla

Dal fucile che porta in spalla parte un colpo accidentale che lo ferisce alla gamba.

Un uomo di 53 anni di Campli, nel pomeriggio di oggi, è rimasto ferito in maniera accidentale mentre era impegnato in una battuta di caccia nelle campagne di Campovalano. La dinamica esatta dell’incidente di caccia, in ogni caso, è ancora al vaglio dei carabinieri della locale stazione.

In ogni caso, il 53enne è rimasto ferito, in maniera non grave, da un colpo di arma da fuoco partito dal suo stesso fucile, che poi lo ha colpito al polpaccio della gamba sinistra. Il cacciatore è stato immediatamente soccorso e trasferito all’ospedale di Teramo. Successivamente ricoverato nel reparto di ortopedia con una prognosi di 30 giorni.

Fonte: cityrumoprs.it del 01 ottobre 2017

giovedì 14 settembre 2017

Cambia la Commissione Caccia della Provincia di Chieti. Il WWF aveva presentato alla Regione una formale diffida.

Comunicato del 5 settembre 2017

Il WWF aveva presentato alla Regione una formale diffida, l’11 agosto scorso, segnalando la mancata presenza di un laureato in scienze biologiche o naturali, obbligatoria per legge

Cambia la commissione che abilita all’esercizio venatorio in provincia di Chieti

Resta un nodo: sono da annullare tutti gli eventuali provvedimenti assunti da gennaio a oggi


Cambia la composizione della Commissione d’esame per il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio venatorio della Provincia di Chieti. Con una lettera inviata al WWF in questi giorni, il direttore del Dipartimento regionale competente (Politiche dello Sviluppo Rurale e della Pesca), annuncia che «riesaminando il combinato disposto dell’art. 22 della l.r. 10/2004 e dell’art. 22 della l. 157/92, si ravvisa l’esigenza di completare la qualificazione in termini di esperienza e competenza della commissione di cui si tratta; si provvederà pertanto a proporre variazione alla sua composizione elevando a rango di effettivo il membro segnalato dall’Ente produttore di Selvaggina, Franco Perco, unico tra i commissari che la compongono ad essere dotato di laurea nelle materie previste dalla legge n. 157/92».

Il “ravvedimento” nasce da una diffida inviata l’11 agosto scorso dal WWF alla Regione nella quale l’Associazione ricordava appunto che nelle Commissioni per l’abilitazione all’esercizio venatorio, nominate dalle Regioni in ciascun capoluogo di provincia, deve esserci, in base a un obbligo di legge, almeno un componente effettivo laureato in scienze biologiche o in scienze naturali esperto in vertebrati omeotermi, quelli volgarmente detti “a sangue caldo”. Obbligo che non era stato rispettato per la commissione provinciale di Chieti, istituita con DGR n. 21 del 26 gennaio 2017.

Prendiamo atto dell’intervento correttivo, anche se ci dispiace che debba essere una associazione a ricordare a un ente pubblico la necessità di rispettare la legge. Resta infine un nodo: non sappiamo al momento se da gennaio a oggi la Commissione abbia o meno abilitato cacciatori (sarà necessario un accesso agli atti per accertarlo), ma se lo avesse fatto sarà indispensabile annullare ogni provvedimento emesso da una Commissione nominata in palese violazione di legge.


WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

venerdì 11 agosto 2017

Arci Caccia Abruzzo: Le papere della FIdC

Arci Caccia Abruzzo: Le papere della FIdC
La FIDC in Abruzzo aggredisce persone che avrebbe espulso e che sarebbero passate ad altra associazione venatoria. Regione che vai, giudizio che dai! Ancora più incoerente, a dir poco, è che FIDC dica: “siamo un’associazione venatoria che opera senza l’appoggio di animalisti e ambientalisti”. Più che dedicarsi alla caccia sceglie la polemica, FIDC nasconde il rapporto stretto (e tanto) tra FIDC ed “Ekoclub” financo a distribuirne le tessere e ad avere nelle sedi questa associazione ambientalista riconosciuta. Se ci sbagliamo occorre avvisare urgentemente il Ministero dell’Ambiente, affinché ponga rimedio all’improprio riconoscimento dell’Ekoclub e ne siano fatti dimettere dagli ATC e dai CA i rappresentanti che siedono tra gli Ambientalisti.

Il Presidente regionale FIDC, così poco informato, sembrerebbe inoltre essere stato membro degli organismi di controllo di questa associazione ambientalista a lui ignota. Farne parte serviva alla caccia?

Gli iscritti FIDC sapranno sicuramente anche della partecipazione convinta e del sostegno della loro associazione al Tavolo della fauna selvatica con Legambiente, FIdC, ANUU, ARCI Caccia, nonché del lavoro con l’ISPRA o con i Parchi. Stupisce che non ne abbia consapevolezza uno storico dirigente (anche se non dall’età della pietra), alla guida della FIDC in tutti i livelli ove si decide.

Fonte: cacciando.com del 01 agosto 2017

giovedì 10 agosto 2017

WWF SCRIVE A GOVERNATORI E A MINISTRO AMBIENTE NECESSARIO STOP CACCIA PER FAR RIPRENDERE FAUNA

“DOPO CALDO ESTREMO, INCENDI ESTESI E SICCITÀ, ANIMALI SELVATICI ALTAMENTE VULNERABILI”. IN ABRUZZO BRUCIATI IN 7 GIORNI 10 MILIONI DI METRI QUADRI 

“L’esclusione di qualsiasi ipotesi di apertura anticipata della caccia a qualsiasi specie; il divieto di attività venatoria per tutto il mese di settembre per consentire agli habitat e alla fauna di recuperare condizioni fisiologiche soddisfacenti; una verifica dopo il mese di settembre per valutare la situazione; un’azione capillare di contrasto al bracconaggio”. È quanto chiede il WWF in una lettera inviata al Ministro dell’Ambiente e ai presidenti di tutte le Regioni italiane per chiedere una limitazione dell’attività venatoria nella stagione 2017-2018. 

“Come noto, l’estate 2017 si sta caratterizzando con eccezionali ondate di calore e conseguenti temperature medie molto elevate. Al caldo si somma una drammatica e perdurante siccità (si stima che il deficit a luglio di quest’anno risulti del 45% rispetto alla media dello stesso mese del periodo 1970/2000). Per quanto riguarda gli incendi risulta che sono andati distrutti dal fuoco nel solo mese di luglio oltre 65.000 ettari, comprese estese zone particolarmente pregiate per ricchezza di biodiversità come quelle di Parchi, Siti Natura 2000 e Oasi. Al momento non pare che questa complessa situazione muterà favorevolmente”. In Abruzzo nella sola settimana scorsa sono andati in fumo oltre 1000 ettari di boschi, macchie, prateria e diversi incendi stanno tuttora continuando a fare danni. 

Spiega il WWF nella lettera al ministro e ai governatori: “Un comprensibile allarme eÌ stato lanciato anche dalle associazioni degli agricoltori per lo stato di difficoltaÌ in cui versano gli animali da allevamento, a causa del caldo, della scarsità di acqua, di pascoli, di fieno. Se questa è la condizione degli animali allevati, curati dall’uomo, eÌ altamente plausibile che il patrimonio faunistico nazionale si trovi in larga misura in una condizione di stress che lo rende altamente vulnerabile rispetto ad ulteriori diverse pressioni”. 

“La situazione sarà ancora peggiore per gli uccelli migratori che, da questo mese, iniziano il viaggio verso l’Africa. Questi troveranno, in particolare nelle regioni del centro e del sud, in molte delle tradizionali aree di sosta e alimentazione situazioni altamente mutate e critiche (boschi distrutti dagli incendi, fiumi e zone umide in secca, diffusa siccitaÌ, inaridimento) - continua la lettera del WWF - “I numerosi incendi di questo anno, cosiÌ come gli incendi degli anni passati, comportano una riduzione degli spazi di caccia poiché le aree percorse da incendi devono essere per legge sottratte all’attività venatoria: questo comporta che un numero più elevato di cacciatori si concentri nelle restanti aree aperte alla caccia”. 

Il WWF conclude la sua lettera chiedendo a ogni Regione, in base alle condizioni locali, “un divieto dell’attività venatoria su tutto il territorio regionale, qualora le condizioni di siccità e l’estensione degli incendi abbiano determinato un calo sensibile degli habitat e delle risorse trofiche a disposizione della fauna selvatica; limitazioni temporali e/o spaziali alla caccia a determinate specie, in particolare agli uccelli acquatici, anche tramite il divieto di caccia da appostamento; il blocco dei ripopolamenti fino a data da destinarsi, per non sottrarre importanti risorse trofiche alla fauna già presente e blocco di qualsiasi forma di addestramento cani da caccia e di gare cinofile che costituiscono ulteriori fattori di stress per le popolazioni selvatiche”, come già suggerito in passato da autorevoli pareri ISPRA anche in condizioni ben più lievi delle attuali. 

WWF Italia Onlus, Abruzzo 

venerdì 28 luglio 2017

Caos caccia in Abruzzo. Federcaccia contro le altre associazioni venatorie

FEDERCACCIA DENUNCIA: “BARBARO MASSACRO DI CINGHIALETTI A TOSSICIA” E POI SI SCAGLIA CONTRO GADIT, LIBERA CACCIA, URCA, ARCI CACCIA ED ENALCACCIA

dal presidente regionale della federcaccia, Ermanno Morelli, riceviamo:

Federcaccia per mesi è rimasta in silenzio, nonostante la situazione relativa al contenimento dei cinghiali, alla redazione del piano venatorio e tante altre cose stessero degenerando in disprezzo alle leggi. Adesso è giunto il momento di affermare la nostra posizione stanchi delle offese gratuite che quotidianamente vengono offerte in pasto agli organi di informazione per creare confusione, tutelare interessi meramente personali e confondere le idee dell’opinione pubblica.

Prima di stilare un elenco di situazioni ai limiti dell’orrido ci teniamo a confermare il pieno appoggio ai presidenti degli Ambiti territoriali di caccia Vomano e Salinello che perseguono le strade del dialogo e della legalità. Crediamo che in Regione il presidente D’Alfonso debba dare seguito alle promesse che ha garantito davanti a centinaia di cacciatori, che non si faccia legare le mani da un assessore incompetente e da dipendenti incapaci di osservare la legge. Ci auguriamo inoltre che la Procura, dove giacciono denunce ben dettagliate, non insabbi tutto in nome di un falso quieto vivere.

Dopo questa prima premessa subito la questione più brutale e dispiace che solamente noi, che siamo un associazione venatoria, senza l’appoggio di animalisti e ambientalisti, dobbiamo denunciare l’uccisione barbara di cuccioli di cinghiale, partoriti morti da una scrofa incinta uccisa da chi parla di contenimento ma non rispetta tempi regole e soprattutto leggi. In allegato le foto dei cuccioli morti, possibile che nessuno si indigni di ciò a parte noi di Federcaccia? Allora vogliamo fare nomi e cognomi e sottolineare cosa succede nel Teramano.

Gli ultimi in ordine di tempo a sollevare la voce, senza averne titolo più di tanto sono stati gli esponenti della Gadit, il presidente Gaetano Ercole e suo fratello, dirigente Gadit, Ezio. La storia di Ezio Ercole la conoscono tutti nell’ambiente venatorio. Era iscritto di Federcaccia, da dove è stato cacciato, si è iscritto ad Arcicaccia, cacciato anche da lì, è passato a Enalcaccia con lo stesso risultato, sempre insieme al fratello Gaetano. Evidentemente non soddisfatti, sono riusciti a iscriversi a Italcaccia e a farsi espellere anche da questa Associazione. Ad abbundantiam, per alcuni anni Ezio Ercole (novello convinto animalista ambientalista) non ha rinnovato la licenza di caccia, ma all’improvviso, circa un paio di mesi fa ha rinnovato e si è iscritto con la squadra di girata per la caccia al cinghiale di Castel Castagna per attuare il piano di controllo in ossequio e al servizio di chi dalla regione ha ordinato la “tolleranza zero” sui cinghiali, anche se appena nati e quindi tutelati dalle leggi. Per avere un posto dove non poter essere cacciati i due fratelli hanno costituito la sezione Gadit.. Un’associazione dove alcune persone che credevano nell’ambientalismo si sono dimesse quando hanno capito che erano solo a sostegno del presidente che andava in accordo con un funzionario regionale dell’ufficio caccia. Dopo le loro dimissioni (abbiamo le prove) sono stati anche minacciati di non raccontare in giro cosa avevano visto.

Le azioni della Gadit le conosciamo sulla nostra pelle. Verbali fatti a cacciatori, censitori di beccaccia, che erano stati autorizzati dagli Atc e che poi sono stati archiviati. La Gadit dovrebbe controllare l’esecuzione corretta del piano di contenimento, invece preferisce solo attaccare gli Atc e Federcaccia.

Altro punto della questione: Libera Caccia chiede le dimissioni dei presidenti degli Atc. Negli Ambiti territoriali di Caccia c’è come loro rappresentante Bruno Santori, che è anche vicepresidente nazionale di Libera Caccia e in questa veste ha proposto di tutelare gli Atc, proposta votata all’unanimità da cacciatori, agricoltori e ambientalisti rappresentati all’interno. Parliamo di Urca, associazione ambientalista che dovrebbe tutelare gli animali e che si è costituita a sostegno della Regione che con quel piano di contenimento vuole distruggere gli animali (e le foto dei cuccioli uccisi ne sono la conferma). Urca ha scelto di essere difesa dall’avvocato Olivieri, che è anche presidente provinciale di Enalcaccia, che al Tar si è limitato (anche qui abbiamo le prove) a fare un copia e incolla delle memorie presentate dai legali della Regione che a loro volta avevano fatto un copia e incolla della relazione predisposta dal funzionario Castiglione. Come fa il presidente di Urca a chiedere le dimissioni dei presidenti Atc quando lui è presidente di una associazione ambientalista che dovrebbe tutelare i cuccioli di cinghiale?

L’Arci Caccia ( Segretario regionale Massimiliano De Luca e provinciale Massimo Sordini) che a parole ha sempre propugnato la caccia basata sulla “ GESTIONE”, in questa occasione preferisce avallare e tutelare ad ogni piè sospinto l’operato dell’Ufficio caccia regionale o, per essere più precisi le iniziative estemporanee del funzionario regionale Castiglione.

Queste associazioni anziché attaccare gli Atc che anche nei giorni scorsi davanti a centinaia di cacciatori hanno illustrato, leggi alla mano, gli errori e le incompetenze della Regione, dovrebbero preoccuparsi dell’operato degli uffici regionali su cui, speriamo, stia indagando la procura, anche in considerazione che loro e la Regione hanno già fatto indagare la Procura sull’operato degli Atc senza cavare un ragno dal buco.

Sembra che in questi giorni violare le leggi sia consentito. Nei giorni scorsi (anche qui ci sono prove) per ben tre volte è stato chiamato il 1515, la Forestale carabinieri di Torricella Sicura, la Forestale carabinieri di Crognaleto, la Forestale carabinieri di Teramo, per farli intervenire a Valle Canzano dove alcuni cacciatori avevano segnalato la presenza di cacciatori a fare battute che avrebbero dovuto fare battuta nel territorio di Tossicia. Nessun intervento di controllo. Abbiamo solamente assistito a uno scarica barile.

Per la cronaca i cinghialetti morti sono stati trovati martedì dalla squadra birillo a Tossicia. La madre è stata ammazzata sabato scorso mentre partoriva, i cuccioli abbandonati sul posto. Questo è quanto accade. Ogni commento mi sembra superfluo.

Ermano Morelli, presidente regionale di Federcaccia