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giovedì 7 dicembre 2023

CACCIA AI CERVI FUORI PARCO SIRENTE VELINO, WWF: “REGIONE ABRUZZO CONTINUA DERIVA FILO-VENATORIA”

L’AQUILA – “Da quanto si apprende dagli organi di stampa, sarebbe di recente arrivato il nulla osta dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), che autorizza la caccia di selezione dei cervi al di fuori del Parco Sirente Velino e il loro controllo numerico all’interno del territorio dell’area protetta. In attesa di consultare la documentazione presentata dalla Regione Abruzzo per richiedere tale parere e quanto riportato nel nulla osta dell’Ispra, perché attualmente nulla pare essere pubblicato sui siti della Regione Abruzzo e del Parco regionale, il Wwf Abruzzo reputa la scelta l’ennesimo regalo al mondo venatorio fatto passare come una gestione faunistica di cui non si sente alcuna necessità. Se i dati sui quali si basa la decisione di intraprendere la caccia di selezione al Cervo sono quelli presentati nel Piano Faunistico Venatorio della Regione Abruzzo, questi, come riportato nel Piano stesso, sono carenti e frammentari e non sono certo sufficienti i monitoraggi intrapresi dagli Atc per colmare tali lacune”.

Così in una nota il Wwf, in lerito alla caccia di selezione dei cervi al di fuori del Parco Regionale Sirente Velino e il loro controllo numerico all’interno del territorio dell’area protetta. Per il Wwf Abruzzo si tratta di “una scelta da contrastare con forza”, “una deriva filo-venatoria”: “si trovino sistemi alternativi per eliminare i danni da fauna senza ricorrere alla scorciatoia delle carabine e sparare a questi bellissimi animali”.

“Per definire la stima di popolazioni faunistiche e dunque, il loro eventuale prelievo – prosegue la nota del Wwf – sono necessarie informazioni esaustive e dettagliate in merito alla distribuzione sul territorio, così come in merito alla consistenza numerica delle popolazioni, alle rispettive variazioni temporali e ai rapporti numerici tra individui dei due sessi e tra le diverse classi di età. Tutte informazioni che si possono ottenere solo tramite monitoraggi ripetuti per diverse annualità con metodologie confrontabili e standardizzate e che se sono state messe in atto, avremo cura di leggerne risultati una volta che verrà pubblicato il Piano di prelievo elaborato dal Parco Regionale Sirente Velino”.

“Per quanto attiene ai danni provocati dai cervi, ben altri sono i sistemi da mettere in campo per contrastarli: recinzioni intorno ai campi nelle aree più colpite; dissuasori acustici, visivi e olfattivi per allontanare gli ungulati da colture e strade; ristori in tempi rapidi agli agricoltori colpiti; potenziamento dei sottopassi”.

“Ci si chiede quali siano state le azioni messe in atto dall’area protetta nell’ambito della prevenzione e con quali risultati prima di ricorrere alla scorciatoia delle carabine, che è tutt’altro una via certa da percorrere per il contenimento dei danni (e quello che avviene per il cinghiale in Abruzzo dovrebbe essere sufficientemente esaustivo). Viene, dunque, da chiedersi se il vero obiettivo di tali scelte sia quello di contenere effettivamente i danni da fauna o quello di dare via libera ai cacciatori su una specie che attualmente in Abruzzo non viene cacciata”.

“Una decisione che il Wwf Abruzzo e le sezioni locali contrasteranno fortemente. Questi animali sono patrimonio della nostra terra e simbolo della natura che rende la nostra Regione conosciuta e apprezzata: non sono bersagli per i cacciatori!”, conclude la nota del Wwf.

 Fonte: abruzzoweb.it del 06 dicembre 2023

 

domenica 25 giugno 2023

In Abruzzo i cacciatori fanno quello che vogliono mentre il governo regionale dorme

DISTURBO A ORSO E ALTRI ANIMALI PER L"ADDESTRAMENTO CANI A SCOPO VENATORIO IN ABRUZZO, ECCO IL DOSSIER E IL COMUNICATO DI SINTESI
 
SCARICARE IL DOSSIER QUI: https://we.tl/t-FLp8XGOiqi

Comunicato stampa del 24 giugno 2023

+++Tutela dell'orso e di altre specie protette dal disturbo antropico: sulla carta tanti obblighi ma i cacciatori fanno quello che vogliono.+++

+++Cinque associazioni presentano un dossier sulle 83 nuove aree cinofile istituite alla chetichella in Abruzzo dagli Ambiti Territoriali di Caccia.+++

+++Mentre a Villalago si pongono giusti limiti ai turisti per osservare l'orsa Amarena e i suoi cuccioli, lì vicino e in oltre 50.000 ettari di territorio si apre per mesi all'addestramento delle mute di cani di migliaia di cacciatori, in pieno periodo riproduttivo della fauna.+++

+++Per le associazioni serve azzerare tutto, in pericolo la nidificazione di specie rare come Ortolano, Calandro, Tottavilla e la connessione ecologica per l'Orso bruno marsicano. +++


"I cacciatori fanno praticamente quello che vogliono nonostante vi siano chiare norme che impongono di evitare il disturbo antropico dell'Orso bruno marsicano e delle altre specie protette! Mentre ai turisti vengono giustamente imposti vincoli e divieti per la semplice osservazione degli animali a migliaia di cacciatori viene consentito per mesi di andare con mute di cani in 83 aree su oltre 50.000 ettari di territorio, gran parte del quale di rilevante pregio ambientale in pieno periodo riproduttivo e di migrazione. La presenza di cani in addestramento costituisce inequivocabilmente una fortissima fonte di stress, disturbo e addirittura di predazione sulle specie che nidificano a terra, come Calandro, Allodola, Quaglia o tra gli arbusti, come la Tottavilla. L'Orso ora ha i cuccioli e la presenza di decine di cani con conduttori al seguito di fatto crea un enorme fattore di disturbo in aree critiche come quelle di connessione ecologica tra i parchi, in particolare nell'area tra i Simbruini e il Parco d'Abruzzo e nell'alto Sangro tra Parco d'Abruzzo e parco della Maiella, in piena violazione dell'accordo Patom per la tutela della specie"  così cinque associazioni, Salviamo l'Orso, LIPU, Stazione Ornitologica Abruzzese, Altura e CABS, che oggi con un dossier hanno aperto il vaso di Pandora dell'operato degli undici Ambiti Territoriali di Caccia abruzzesi in materia di addestramento cani.

Il dossier "TUTELA DELLA FAUNA E DISTURBO DELL'ADDESTRAMENTO CANI PER SCOPI VENATORI. LE AREE CINOFILE TEMPORANEE IN  ABRUZZO: UN VASO DI PANDORA!" di 25 pagine offre un dettagliato resoconto con dati e analisi normativa.

Attraverso forzature nonché quelle che appaiono come vere e proprie violazioni di norme comunitarie, nazionali e regionali gli ATC hanno addirittura quadruplicato le aree destinate all'addestramento cani dal Piano Faunistico Venatorio vigente, di fatto svuotandolo di significato. Infatti il Piano ha riconosciuto 21 aree cinofile permanenti dove addestrare i cani, su una superficie totale di 11.864 ettari. Aree dove poi durante la stagione venatoria la caccia è chiusa. Non soddisfatti per tali zone gli ATC hanno deliberato l'istituzione di altre 83 aree "temporanee" su oltre 50.000 ettari. Il record spetta all'ATC "Avezzano" con ben 20 aree, seguito dall'ATC "Vastese" con 14, quello "Pescarese" con 14. Poi quello di "L'Aquila" con 12. L'ATC Subequano appare quello con meno criticità con un'unica area perimetrata.

I provvedimenti istitutivi di solito vengono reiterati di anno in anno e decadono pochi giorni prima dell'apertura della caccia. Con questo escamotage per sette mesi si portano i cani ad allenare e per i restanti cinque si spara, generando una pressione antropica pazzesca su queste aree, del tutto insostenibile per le varie specie.

Le aree temporanee dovrebbero essere residuali rispetto a quelle permanenti. Lo stesso Piano Faunistico Venatorio impone che l'estensione massima di ciascun area sia di 350 ettari. Invece almeno 42 aree cinofile temporanee superano questo limite, con punte di aree estese per oltre 2.000 ettari.

L'attività di addestramento cani dovrebbe poi concludersi per legge il 30 giugno ma ben 7 ATC su 11 hanno allungato unilateralmente il periodo oltre questo termine.

Sconcertante la localizzazione di molte di queste aree dal punto di vista naturalistico. Ben 4, tre nell'ATC Roveto-Carseolano e una in quello L'Aquila, sono individuate addirittura dentro siti Natura2000 protetti dalla UE; 23 sono poste a confine con i siti Natura2000, in molti casi con i parchi nazionali del Gran Sasso e della Maiella e con il parco regionale Sirente-Velino; 21 sono all'interno di Important Bird Areas definite a scala europea.

Nonostante ciò non sono state attivate per la loro individuazione le procedure di Valutazione di Incidenza Ambientale obbligatorie sulla base della direttiva 43/92 "Habitat" dell'UE.

Paradossalmente, nonostante questi dati oggettivi e le informazioni scientifiche disponibili, al fine evidente di permettere modalità di addestramento più permissive, tutte le 83 aree istituite sono state surrettiziamente classificate come di scarso valore naturalistico, di tipo "B". Nelle zone "A", di alto valore, scatterebbero limitazioni più severe per giorni settimanali di apertura, numero di cani e orari.

L'ATC Sulmona ha perimetrato sette vastissime aree cinofile temporanee in zone come Monte Pratello, il Genzana oppure Monte Mitra di estremo valore per l'orso, con la conseguenza paradossale che in primavera ed estate si può andare in giro con mute di sei cani per ciascun conduttore mentre in periodi di caccia si può usare un solo cane grazie alle azioni delle associazioni sul calendario venatorio! Quello che per la tutela dell'orso è stato vietato "dalla porta" è rientrato alla chetichella "dalla finestra"!

Le associazioni ritengono quindi doveroso un intervento a vari livelli, dal Comitato VIA regionale che deve fare rispettare le prescrizioni date a suo tempo al Piano Faunistico Venatorio all'ufficio caccia regionale che deve imporre il rispetto del piano e della legge regionale, dal Ministero dell'ambiente e dai parchi che devono ottenere il rispetto del Patom ai Carabinieri-forestali a cui si chiede una verifica dell'azione degli ATC, con particolare riferimento alla mancanza della Valutazione di Incidenza Ambientale, e un controllo serrato sul campo. Nel frattempo bisogna azzerare tutto immediatamente, anche attraverso interventi di auto-tutela da parte degli ATC stessi.

La tutela del patrimonio faunistico italiano viene prima degli interessi dei cacciatori.

Si allega il dossier e una tabella riassuntiva con i dati per ATC.

SALVIAMO L'ORSO
STAZIONE ORNITOLOGICA ABRUZZESE
LIPU - del. Abruzzo
CABS
ALTURA
Info: 3683188739

giovedì 1 ottobre 2020

Il WWF diffida gli ATC: «Nelle aree contigue la caccia solo per i residenti»


Comunicato stampa del 25 settembre 2020

Nella regolamentazione venatoria “dimenticata” la fascia esterna del Parco d’Abruzzo

Il WWF diffida gli ATC: «Nelle aree contigue la caccia solo per i residenti»

Il WWF ha inviato ieri una diffida agli ATC presenti nel territorio dell’area contigua del versante abruzzese del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise (ATC Avezzano; Roveto-Carseolano; Sulmona; Subequano), perché si attivino al fine di evitare che siano ammessi nei propri territori cacciatori non residenti nell’area protetta e nell’area contigua.

L’istituzione delle aree contigue è prevista dall’art. 32 della Legge quadro sulle aree protette (394/1991). La norma riconosce a questi territori un importante valore dal punto di vista della conservazione. Sono, infatti, “aree-cuscinetto” limitrofe ai parchi nazionali, fungono da corridoi faunistici e garantiscono una protezione maggiore per gli animali rispetto alle zone più lontane dai Parchi grazie alla predisposizione di regolamentazioni che limitano il rischio di mortalità dovuto a cause antropiche. In particolare nelle aree contigue è di fondamentale importanza far sì che l’attività venatoria sia limitata, così come la norma nazionale definisce chiaramente, ai soli residenti. Una limitazione ancor più necessaria quando nei territori sono presenti specie dall’elevato interesse conservazionistico quali l’Orso bruno marsicano. È noto, infatti, che la sfida per la conservazione dell’Orso si gioca ben oltre le aree protette e si può vincere soltanto se si darà a questo animale la possibilità di espandere e consolidare il proprio areale al fuori dei Parchi.

La Regione Abruzzo con la Deliberazione di Giunta n. 480/2018 ha perimetrato l’area contigua e non può “dimenticarsene” nel momento della predisposizione dei calendari venatori: in quello 2020/2021 ne fa solo un veloce accenno, mentre con una nota dell’11/09/2020 il Dipartimento Agricoltura chiede agli ATC presenti nei territori dell’area contigua la ridefinizione del nuovo carico venatorio.

Il WWF ricorda invece le indicazioni normative presenti nella legge quadro nazionale, negli stessi atti della Regione Abruzzo (oltre al riferimento presente nel calendario venatorio) e chiede che gli ATC facciano in modo di ammettere all’attività venatoria in area contigua del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise esclusivamente i residenti nell’area protetta e nell’area contigua stessa.

La Regione Abruzzo e il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise dal canto loro intervengano per le rispettive competenze affinché le aree contigue (che si attendono dal 1991!), perimetrate nel 2018 e lasciate da allora nel limbo, vengano finalmente anche formalmente istituite e se ne predisponga la regolamentazione necessaria perché specie come l’Orso bruno marsicano abbiano le tutele che le leggi nazionali impongono e che a livello locale non si possono ignorare né far finta di non conoscere.



WWF Italia ONLUS, Abruzzo
abruzzo@wwf.it
Facebook: WWF Abruzzo

mercoledì 30 ottobre 2019

Aree contigue, il WWF replica duramente a Mariani: le leggi si rispettano, non farle danneggia cacciatori aree interne

L’Aquila. “Assolutamente inadeguato ed eccessivamente limitante risulterebbe introdurre, in un territorio come quello abruzzese, le cosiddette aree contigue”. Queste dichiarazioni del consigliere regionale Sandro Mariani della Lista “Abruzzo in Comune”, diffuse nei giorni scorsi, che offrono lo spunto per una riflessione da parte del WWF Abruzzo.

“È innanzitutto paradossale che un rappresentante delle Istituzioni chieda la non applicazione di una legge”, tuona il WWF nella nota, “l’istituzione delle “aree contigue” è prevista infatti dalla legge quadro sulle aree naturali protette del 1991 e quindi dovrebbero essere operative da quasi 30 anni. La lobby dei cacciatori e la totale accondiscendenza della classe politica regionale alle loro richieste hanno di fatto impedito l’applicazione di questo strumento, fondamentale per assicurare una corretta gestione della fauna (ma non solo) nelle fasce di rispetto intorno ai tre grandi parchi nazionali presenti nella nostra regione”.

“All’interno delle aree contigue infatti”, precisa l’associazione ambientalista italiana, “possono andare a caccia solo i residenti. Si tratta di una misura importante dal punto di vista faunistico perché limita la pressione venatoria sulle aree a margine di quelle tutelate, ma anche auspicata dai cacciatori dell’entroterra che vedono in qualche modo compensato il fatto che le aree protette, dove la caccia è vietata, si trovano quasi tutte nelle zone interne. Chiederne la non istituzione vuol dire cercare di tutelare gli interessi dei cacciatori della costa e delle città che evidentemente per qualcuno rappresentano un target elettorale interessante”.

“Il consigliere Mariani racconta poi dei cinghiali che mangiano nei bidoni di immondizia dei centri urbani e da questo fa discendere l’esigenza di aumentarne ancora di più la caccia”, sottolinea il WWF, “nulla di più sbagliato come dimostrano i fatti e le ricerche scientifiche condotte in tutta Europa. I cacciatori sono infatti i principali responsabili dell’aumento del numero dei cinghiali, sia perché sono stati coloro che li hanno introdotti in gran parte d’Italia a scopo venatorio (peraltro facendoli arrivare dall’est Europa e immettendoli senza alcun protocollo scientifico), sia perché è proprio l’attività venatoria a creare dispersione nei branchi con il conseguente aumento del numero dei nati ogni anno”.

“Il problema dei cinghiali”, spiega l’associazione, “che riguarda effettivamente alcune aree della nostra regione, non si risolve aumentando la caccia, ma anzi limitandola e procedendo caso mai a catture mirate che vadano a ridurre i danni alle colture e a incidere direttamente sulle dinamiche riproduttive. Del resto non si capisce di quanto si voglia ulteriormente aumentare l’attività venatoria sul cinghiale visto che ormai tra la stagione ordinaria e la gestione della caccia di selezione del cosiddetto selecontrollo, che tutto è tranne che un controllo selezionato, il cinghiale viene cacciato praticamente tutto l’anno”.

“In ultimo una cosa il consigliere Mariani la dice giusta”, prosegue il WWF nella nota, “l’Abruzzo ha bisogno di un piano faunistico-venatorio. Fa piacere che anche il consigliere Mariani se ne sia accorto. Aggiungiamo solamente che sarebbe stato sicuramente più utile se il consigliere Mariani lo avesse detto nei 5 anni in cui è stato al governo della Regione e se lo avesse fatto approvare quando era nelle sue facoltà. Detto questo il WWF auspica che il nuovo piano nasca nell’interesse del patrimonio faunistico regionale, che appartiene a tutti, e non nell’interesse dei cacciatori. Se la Giunta regionale vorrà lavorare nella direzione dell’interesse collettivo e non a tutela di quello particolare”, conclude, “come WWF saremo pronti a dare il nostro contribuito al confronto”.

Fonte: abruzzolive.it del 16 ottobre 2019

martedì 29 ottobre 2019

Il consigliere regionale Mariani chiede subito un nuovo piano faunistico e dice no alle aree contigue

L’Aquila. Sandro Mariani, consigliere regionale nonché capogruppo consiliare dei “Abruzzo in Comune”, dice la sua sull’istituzione di un nuovo e aggiornato piano faunistico e si scaglia contro l’istituzione delle aree contigue del parco “Il piano faunistico in discussione nella nostra regione e gli interventi di associazioni che con posizioni diverse, a livello nazionale, hanno portato nuovamente alla ribalta i temi dell’attività venatoria e della tutela dei parchi, obbligano oggi ad una attenta riflessione per assicurare da una parte, che le comunità faunistiche siano distribuite sul territorio regionale nelle migliori condizioni quantitative e qualitative e dall’altra, garantire a chi caccia l’esercizio dell’attività venatoria.


La regione Abruzzo ha bisogno, in tempi brevi, di un piano faunistico che sia nuovo e aggiornato punto di riferimento per coordinare e armonizzare tutti gli interventi di gestione e pianificazione che riguardano la fauna selvatica presente sul nostro territorio, assegnando maggiori responsabilità gestionali e di controllo agli Atc territoriali, le strutture più adeguate poiché a contatto diretto e costante con le aree di riferimento. Assolutamente inadeguato ed eccessivamente limitante risulterebbe introdurre, in un territorio come quello abruzzese, le cosiddette Aree contigue.

Oggi, come già nel 2018, quando peraltro eravamo al governo della Regione, ribadisco la necessità di ritirare la delibera 480, delibera non pubblicata che prevede l’istituzione delle aree contigue, che avrebbe come unico risultato quello di un insopportabile aggravio per numerosi Comuni e privati cittadini di zone già sottoposte a limiti, progetti e restrizioni di diverso tipo. È utile ricordare che la legge quadro sulle aree contigue non fu altro, già dalla sua apparizione nell’ordinamento giuridico, che il frutto di un conflitto ideologico fra mondo venatorio e associazioni ambientalistiche: da una parte si riteneva necessario mantenere l’attività di caccia per controllare alcune popolazioni di specie, dall’altra si escludeva a priori l’attività venatoria nei parchi. Riproporre, oggi, questo conflitto in Abruzzo non porterebbe a nessun risultato, tranne quello negativo di inasprire la tensione tra due diritti. L’esperienza degli ultimi anni e le immagini dei cinghiali che mangiano nei bidoni della spazzatura in diverse città, ci insegnano che se è fondamentale difendere le aree dei Parchi regionali e nazionali lo è altrettanto non escludere la presenza e l’attività dell’uomo come azione regolatrice e di controllo su alcune specie. Pertanto, l’unica discussione seria e analitica da fare è quella in seno alla Commissione regionale che dovrà celermente licenziare il piano faunistico abruzzese”.

Fonte: abruzzolive.it del 13 ottobre 2019

domenica 28 luglio 2019

WWF: la Regione fermi la caccia notturna nell’area peri-urbana di Penne

Comunicato stampa del 27 luglio 2019

Non esiste alcuna autorizzazione prefettizia. Urgente impedire gli spari prima che accadano tragedie

La Regione fermi la caccia notturna nell’area peri-urbana di Penne

L’attività venatoria notturna in aerea peri-urbana a Penne non è stata in alcun modo autorizzata dalla Prefettura di Pescara: il Prefetto del capoluogo adriatico, dott.ssa Gerardina Basilicata, ha inviato alla direzione dell’Oasi WWF e Riserva “Lago di Penne” e al sindaco della città una precisazione al riguardo nella quale spiega che le competenze in tal senso sono della Regione. “Mi sono immediatamente scusato con il Prefetto – spiega Fernando Di Fabrizio, direttore dell’Oasi – ma ero stato tratto in inganno da informazioni verbali avute da un dipendente regionale al quale avevo incautamente creduto”.

Al di là dell’involontario errore resta un problema di fondo: la caccia cosiddetta di selezione nelle ore notturne in un’area prossima alla Riserva e accanto a sentieri frequentati da turisti e residenti, oltre a essere sostanzialmente inutile per il contenimento dei cinghiali, è certamente pericolosa per la pubblica incolumità. Non a caso il sindaco di Penne aveva proibito gli spari in quella zona proprio per tutelare cittadini e turisti.

Del resto il pressapochismo con il quale la Regione da anni gestisce l’attività venatoria ha portato a decine di ricorsi, del WWF e di altre associazioni ambientaliste ma a volte anche delle organizzazioni dei cacciatori, nei quali l’Ente è stato quasi sempre sconfitto. Ogni azienda o organizzazione diffiderebbe dei consigli di presunti tecnici che hanno portato a esiti puntualmente negativi. Il governo regionale, di qualsiasi colore politico sia la maggioranza di turno, invece insiste e colleziona brutte figure a ripetizione, quasi con tutti i calendari venatori dell’ultimo decennio.

In questo caso la situazione è ancora più grave visto l’allarme suscitato in decine di residenti e vista l’oggettiva pericolosità dei ripetuti spari nella notte a due passi dalla città e ancora più vicino al Sentiero Serafino Razzi, ripristinato nel 2018, che collega il centro storico con la Riserva.

“Ci spiace dell’equivoco che si è creato con il Prefetto di Pescara”, sottolinea il delegato regionale del WWF Abruzzo Luciano Di Tizio, “A questo punto chiediamo però alla Regione di sospendere immediatamente ogni forma di caccia a ridosso delle aree urbane. È chiaro che chi ha sbagliato dovrà risponderne ma è intanto importante fermare comportamenti a rischio prima che accadano tragedie e non dopo, quando potrebbe essere troppo tardi”. 
 

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

Spari nella notte lungo il sentiero tra l’Oasi di Penne e il centro urbano. La denuncia del WWF

Spari nella notte lungo il sentiero tra l’Oasi di Penne e il centro urbano. La denuncia del WWF Abruzzo: messa in pericolo incolumità visitatori

Penne. “Spari nella notte a due passi dalla città e ancora più vicino al Sentiero Serafino Razzi, ripristinato nel 2018, che collega il centro storico con la Riserva naturale regionale e Oasi WWF “Lago di Penne”. Il sentiero con soli due km lungo il Fosso della Sardella conduce numerosi visitatori, sportivi, escursionisti e ciclisti nella zona della Pinetina dove si sviluppano, ad anello, dieci km di percorsi attorno al lago ed è, soprattutto in questo periodo di grande caldo, frequentato anche di notte”, questa la segnalaziono contenuta in una nota diramata dal WWF Abruzzo.

“Spesso pure i bambini ospiti del CEA “A. Bellini” per i campi estivi del WWF (organizzati dalla cooperativa Samara) frequentano nottetempo i sentieri della riserva (ovviamente anche il Serafino Razzi) per ascoltare usignoli e fare esperienze sensoriali al buio. Questo da anni, senza alcun problema -prosegue la nota – In questi giorni invece sono in atto battute selettive notturne al cinghiale nella zona del Carmine e lungo il sentiero Serafino Razzi, battute in deroga alle leggi ordinarie sulla caccia che sembra siano state autorizzate dalla Prefettura di Pescara”.

“Le cooperative che operano nel territorio e i residenti lo hanno ben notato e la Riserva si è fatta portavoce delle loro allarmate segnalazioni scrivendo ieri una articolata lettera, con diversi allegati, indirizzata al Prefetto di Pescara Gerardina Basilicata e al sindaco di Penne Mario Semproni, per segnalare l’enorme pericolo per la inclumità pubblica (oltre all’ovvio disturbo dato da spari a notte fonda in aree peri-urbane). Nel testo si ricorda che la Riserva si occupa del monitoraggio della popolazione di cinghiali dal 2012; ebbene negli ultimi due anni si è registrato un calo dovuto soprattutto alla nevicata eccezionale del 2017, con la terribile valanga su Rigopiano, che ha decimato i piccoli e i giovani e alla presenza sempre più frequente del lupo: circa il 70% delle prede di questo carnivoro è rappresentato infatti proprio dai cinghiali. La caccia al di fuori dei periodi consentiti e più che mai di notte rappresenta dunque una inutile fonte di pericolo senza apportare alcun serio contributo al contenimento dei cinghiali che, se davvero necessario, potrebbe essere garantito con altri metodi: l’attivazione di recinti di cattura all’interno della Riserva ha consentito ad esempio il prelievo di 23 esemplari su 31 catturati, in un solo giorno di sperimentazione (8 giugno 2019)”.

“È invece ben noto – conclude il WWF – che la sola pressione venatoria comporta risultati di segno opposto a quelli attesi: studi compiuti in tutta Europa dimostrano che la caccia destruttura i branchi causando un aumento dei danni alle colture e, colpendo le femmine adulte, accelera la maturazione delle giovani, con crescita numerica dei capi. “Un danno più che un vantaggio, ma ciò nonostante – osserva il delegato regionale del WWF Abruzzo Luciano Di Tizio – una politica miope continua a guardare ai fucili come unica soluzione rincorrendo il consenso elettorale di poche centinaia di cacciatori a dispetto del rispetto della legge e del buonsenso e degli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini”.

Fonte: pescaralive.it del 24 luglio 2019

giovedì 31 gennaio 2019

L’area faunistica di Lecce dei Marsi affidata ai cacciatori. Il WWF: i cervi sono fauna selvatica da tutelare e non selvaggina


Comunicato stampa del 31 gennaio 2019

La strana decisione assunta da Comune e Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise

L’area faunistica di Lecce dei Marsi affidata ai cacciatori

Il problema è l’approccio: i cervi sono fauna selvatica da tutelare e non selvaggina


Il cervo (Cervus elaphus hippelaphus) per il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise è un importante rappresentante della fauna selvatica nonché la dimostrazione vivente di un successo conservazionistico: è stato proprio il Parco, nei primi anni ’70 del secolo scorso, a curarne la reintroduzione nel proprio territorio nel quale si era estinto anche, diciamolo, a causa di un intenso bracconaggio. Già perché per i cacciatori, o almeno per molti tra loro il cervo è invece selvaggina. Lo dimostra il fatto che il mondo venatorio abruzzese in più occasioni, ha espresso la volontà di renderlo cacciabile, al pari di altre specie di ungulati. Volontà che fino ad oggi non si è tramutata in realtà solo grazie all'impegno del mondo ambientalista che si è sempre opposto

Fatta questa premessa appare abbastanza sconcertante la notizia, di pochi giorni fa, dell’accordo firmato dall’amministrazione comunale di Lecce dei Marsi insieme al Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, per concedere la gestione dell’area faunistica del Cervo alla sezione locale di cacciatori.

Fermo restando che l’area faunistica è collocata nel perimetro della ZPE dell’area protetta e che l’accordo comporterà uno sgravio di investimento di risorse da parte del Parco, sia dal punto di vista economico sia per le ore lavorative del personale, la collaborazione con il mondo venatorio nella gestione di strutture faunistiche del Parco solleva non poche perplessità.

Siamo consapevoli che l’Ente pubblico debba mantenere aperto il dialogo con tutti gli attori del territorio e considerare ogni realtà presente nei comuni del Parco. In tal senso i cacciatori locali possono anche rivestire un ruolo di interlocutori, soprattutto per quanto attiene le modalità di istituzione e di governo delle aree contigue che attendono di vedere attivata una reale gestione. Questo non toglie che condividere la responsabilità di strutture che ospitano specie faunistiche è tutt’altra questione. Per dirigere azioni, attività e strutture in modo congiunto, bisogna avere perlomeno, gli stessi obiettivi e le stesse visioni. Non si può far finta di non sapere che molti tra i cacciatori abruzzesi al Cervo sparerebbero volentieri. Al di là, quindi, delle questioni pratiche di gestione, il dubbio è nell’impostazione stessa del provvedimento: si va ad affidare la cura di animali a chi, se ne avesse la possibilità, li renderebbe oggetto di abbattimento per semplice divertimento.

La speranza è che prendersi cura dei cervi induca almeno qualche cacciatore ad abbandonare il fucile e a convertirsi a un sano ambientalismo. In attesa di tali auspicati ripensamenti, la questione merita tuttavia una attenta riflessione. Le aree faunistiche necessitano sicuramente di una revisione e di un ripensamento generale sulla loro reale funzione, vanno indubbiamente adeguate e aggiornate rispetto alla situazione odierna di presenza delle specie in natura e di modalità di presentazione al pubblico. Nel frattempo, però, a chi le visita, si propone comunque un messaggio educativo e di conoscenza, che deve essere quanto più possibile chiaro e rappresentativo dell’area protetta. Un messaggio che non deve diventare un cavallo di Troia per cominciare a diffondere tra i cittadini e i turisti una visione sbagliata e pro-abbattimenti del ruolo dei grandi ungulati sulle montagne d’Abruzzo.


WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

domenica 16 dicembre 2018

La posizione del Consiglio Direttivo del Pnalm sulle polemiche relative al Patom.

La posizione del Consiglio Direttivo del Pnalm sulle polemiche relative al Patom. 
"L’iniziativa contro il PATOM, svoltasi nel Comune di Picinisco, è puramente strumentale e finalizzata evidentemente ad altri obiettivi, come quello di evitare qualsiasi controllo sull’attività dell’Azienda faunistica venatoria."

In riferimento alle manifestazioni di contrarietà rivolte, in maniera del tutto strumentale, al PATOM (Piano d'Azione nazionale per la tutela dell'Orso bruno Marsicano) che hanno avuto luogo nel versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e alle dichiarazioni del vice presidente, oggetto di polemiche e richiesta di dimissioni, il consiglio direttivo del Parco, all’unanimità, ha approvato il documento seguente. 
“Il PATOM è il principale protocollo per la definizione delle strategie di conservazione dell’Orso marsicano e rappresenta il documento programmatico di riferimento per il consiglio direttivo del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, che svolge la propria azione di organo di gestione dell’area protetta, finalizzata alla conservazione della specie. La sua redazione si è basata sulle migliori e più aggiornate conoscenze scientifiche e su un processo di ampia partecipazione per la definizione degli obiettivi, dei metodi e delle azioni necessarie a garantire un migliore stato di conservazione dell’Orso marsicano in tutto l’Appennino centrale. 
Il PATOM è stato sottoscritto, già a partire dal 2006, da numerosi Enti (Ministero dell’Ambiente, Regioni, Province, Aree protette, ISPRA, Carabinieri Forestali), Università e organizzazioni non governative, che hanno sentito la necessità, condivisa, di intervenire in modo coordinato sul territorio, per il raggiungimento del comune obiettivo di tutela della specie. Ogni indirizzo e decisione di questo Consiglio, rispetto alla gestione dell’Orso marsicano, si inserisce nelle linee di pianificazione individuate dal PATOM e dalle normative per la gestione della fauna. La tutela della popolazione residua di Orso marsicano, sottospecie unica al mondo, dallo straordinario valore conservazionistico, ecologico e simbolico, rappresenta una priorità nell’indirizzo di gestione ed è responsabilmente condivisa da tutti i membri del Consiglio.
L’iniziativa contro il PATOM, svoltasi nel Comune di Picinisco, è puramente strumentale e finalizzata evidentemente ad altri obiettivi, come quello di evitare qualsiasi controllo sull’attività dell’Azienda faunistica venatoria. Quali limitazioni a zootecnia, selvicoltura, raccolta funghi, turismo montano, attività edilizie o artigianali, i territori hanno subito da quando il PATOM è in vigore? Quali sindaci hanno dovuto vietare in nome del PATOM queste attività? Creare cortine fumogene per non affrontare i problemi non aiuta le comunità locali a difendere i propri interessi, come dimostrano le decisioni dei giudici amministrativi di questi ultimi 2 mesi sulla caccia in Zona di Protezione Esterna. Continuare ad attardarsi a rimettere in discussione la legittimità degli atti e l’autorità del Parco e del suo servizio di sorveglianza risponde ad interessi che non sono quelli dei cittadini che vivono nel Parco.
Una delle attività che nel territorio deve trovare una nuova e più efficace programmazione è sicuramente quella venatoria, ma per essa servono strumenti normativi, come l’istituzione dell’area contigua, che attende di vedere la luce dall’emanazione della Legge Quadro sulle Aree Protette. Nell’area contigua, l’attività venatoria viene esercitata dai cacciatori residenti e, dunque, per essi non si determina alcuna restrizione.
L’Ente Parco non si è mai sottratto all’ascolto e al dialogo con i territori e si mette a disposizione per incontrare e spiegare pubblicamente le decisioni gestionali intraprese, nella consapevolezza che un confronto costruttivo interessa la maggioranza dei cittadini. Pertanto, la chiarezza e correttezza sul PATOM, evitando messaggi non corretti, è utile a tutti. Ancora una volta, i documenti, le norme, le indicazioni, hanno senso se trovano concretezza in chi li vede come un’opportunità di crescita e di confronto ed è disposto a raccogliere la sfida di rendere il territorio appenninico un modello di gestione delle aree protette. 
Comunicato stampa n. 33/2018

venerdì 5 ottobre 2018

Legambiente Abruzzo: “Basta favori alle lobby dei cacciatori e dei politici che non sanno di cosa parlano”

In una nota diffusa a mezzo stampa, l’associazione ambientalista spiega in maniera dettagliata le ragioni di un auspicabile cambio di gestione della caccia al cinghiale.

“Troviamo assurde le polemiche di questi giorni in merito al Protocollo sottoscritto tra le Aree protette e la Regione Abruzzo, per il contenimento e la gestione delle popolazioni in sovrannumero dei cinghiali dentro e fuori le aree protette. Anziché apprezzare lo sforzo compiuto da quasi tutto il sistema delle aree protette della regione e la serietà e la responsabilità con cui anche noi ci siamo fatti carico di contribuire alla risoluzione del problema e garantire la sicurezza dei cittadini, c’è chi ancora utilizza in chiave elettorale il mondo venatorio e le sue richieste fuori luogo e oramai fuori dal tempo.

Nel Protocollo sono chiari i punti di azione e di tutela, messi in atto attraverso il coinvolgimento dell’ISPRA e l’azione diretta delle aree protette per contenere un fenomeno che innanzitutto danneggia la biodiversità, oltre agli agricoltori e ai cittadini tutti. In questo documento non si fa altro che ribadire il richiamo e il rispetto delle leggi in vigore e l’adozione di pratiche di controllo della popolazione del cinghiale, attraverso le catture e gli abbattimenti selettivi, previsti dalla legge in materia di aree protette.

Se proprio è necessario polemizzare, chiediamo noi a tutta la classe politica, attuale e passata, quali azioni hanno messo in campo per fermare la deriva venatoria, utilizzata come unica modalità di gestire la fauna in Abruzzo, le risorse spese senza ottenere risultati e il perché ci ritroviamo sempre gli stessi funzionari pubblici a occuparsi di caccia, nonostante i palesi fallimenti.

Ci aspettiamo che non solo le associazioni agricole, ma soprattutto quelle venatorie, dimostrino apprezzamento per quanto le aree protette hanno intenzione di fare per un problema che non hanno creato queste ultime.

Un mondo venatorio che deve necessariamente interrogarsi sul fallimento del modello di gestione della caccia, di cui sono gli unici responsabili e che in Abruzzo, in particolare, non ha saputo dare nessuna risposta concreta, ma ha invece contribuito a produrre e aggravare il disastro attuale.

Infine, troviamo imbarazzo ogni volta che dobbiamo commentare le prese di posizioni dell’assessore Pepe, che a differenza dei sui colleghi, Beradinetti e Lolli, rappresenta la parte più arretrata della maggioranza di governo regionale. Interrogarsi sul silenzio venatorio anche la domenica, non può essere inteso come una mera scelta tra ambientalisti contro i cacciatori, ma deve essere inquadrata nella riflessione politica in atto, che vede la regione Abruzzo capofila di una nuova strategia per il turismo attivo e sostenibile, una scelta strategica al di sopra delle parti, che fa della regione dei Parchi anche quella dell’ecoturismo e del vivere gli spazi naturali in libertà. E’ chiaro che questo trend di presenze turistiche si concentra maggiormente nei week-end e quindi bisogna ragionare tutti insieme su come far collimare la crescita positiva di queste presenze e l’attività venatoria in sicurezza. Perciò, consigliamo all’assessore Pepe, prima di abbandonarsi alle banalità filo cacciatori, di consultarsi con i suoi colleghi di giunta, Lolli e Berardinetti, di cui apprezziamo l’impegno e l’operato”.
 

giovedì 4 ottobre 2018

Cinghiali Abruzzo: firmato protocollo Regione-Parchi per Piano di contenimento

L'AQUILA - Firmato il protocollo d’Intesa per la gestione e il contenimento del cinghiale nelle aree protette nazionali e regionali e sui territori ad esse contigui.

Esprime soddisfazione l’assessore regionale ai Parchi e Riserve, Lorenzo Berardinetti, per la sottoscrizione del protocollo "frutto di un vero e proprio lavoro di squadra, portato avanti con metodo e costanza, che ha beneficiato del contributo in termini di contenuti apportato da tutti i soggetti referenti dei parchi e delle riserve e delle associazioni ambientaliste nel corso delle numerose riunioni del tavolo tecnico regionale permanente per la protezione delle colture e degli allevamenti dalla fauna selvatica".

Un ottimo risultato che permetterà di gestire un fenomeno che continua a preoccupare l'intero Abruzzo.

"Il protocollo è stato firmato da Antonio Carrara in rappresentanza del parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise", ha continuato Berardinetti, "Claudio D’Emilio per il parco nazionale della Majella, Igino Chiuchiarelli per il Parco regionale Sirente-Velino, Giuseppe Di Marco componente del direttorio delle riserve regionali e rappresentante di Legambiente e Antonio Innaurato presidente della commissione Agricoltura che insieme a me ha rappresentato la Regione".

Il protocollo resta aperto alla sottoscrizione di tutti coloro che hanno condiviso l’iter di definizione dell’intesa, nello specifico i rappresentanti di: Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, Wwf, lega Coop e Ambiente e Vita.

"Per la prima volta le aree protette attueranno azioni concrete di gestione e di contenimento del cinghiale in rete", ha precisato ancora l'assessore ai Parchi e alle Riserve, "acconsentendo in maniera condivisa alle operazioni di prelievo per il contenimento della specie sulla base di un piano di gestione regionale integrato. Il protocollo, con l’obiettivo di riequilibrare e contenere la popolazione di cinghiale, definisce attività e interventi operativi, integrati e coordinati tra le aree Protette e la Regione. Il risultato della sottoscrizione del protocollo porterà alla riduzione dei danni da cinghiale all'agricoltura, al ripristino della sicurezza stradale e della sicurezza nei centri abitati e all'attivazione di una filiera delle carni del cinghiale abruzzese che renda fattibile, e anche economicamente sostenibile, la valorizzazione di un prodotto controllato per lo sviluppo di economie locali. Viene inoltre previsto, a cura della Regione Abruzzo, l’emanazione di un bando per la predisposizione del piano di gestione integrato. Questo strumento è un ulteriore segnale di attenzione che la Regione da agli agricoltori ed alle popolazioni residenti che subiscono, con apprensione, l’elevata presenza del cinghiale. Voglio ringraziare i rappresentanti delle aree protette e delle associazioni ambientaliste che oggi hanno firmato l’intesa dimostrando lungimiranza nella ricercare di soluzioni condivise e non scontate".

Fonte: abruzzoweb.it del 29 settembre 2018

sabato 14 luglio 2018

Gestione cinghiale. Il WWF: «Il problema è stato creato dal mondo venatorio: siano gli ATC a pagare»

Comunicato stampa del 14 luglio 2018


Gestione cinghiale, una sfida da affrontare insieme: le Aree Protette non sono una controparte

Il WWF: «Il problema è stato creato dal mondo venatorio: siano gli ATC a pagare»

L’attuale sistema di controllo della popolazione è fallimentare e va cambiato: non ha senso affidare la riparazione di un danno a chi ha determinato questo danno, come continua a fare la Regione


La recente proposta avanzata dalla Regione Abruzzo per attuare una filiera delle carni da cinghiale, attraverso l’utilizzo di gabbie di cattura e chiusini anche all’interno delle Aree Protette Regionali e Nazionali con l’obiettivo di prevenire e risolvere i problemi di danneggiamento causati alle coltivazioni agricole e alle attività antropiche sensibili ci obbliga a intervenire sull’argomento nel tentativo di fare un po’ di chiarezza su un argomento certamente complesso ma del quale si continua a parlare con una preoccupante approssimazione. 

Due sono i punti fermi da tenere in debito conto: il primo riguarda le responsabilità della attuale situazione e i relativi conti da pagare. Il problema cinghiali esiste perché, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso e sino a pochi anni fa (vedi allegato 1 in calce al presente comunicato) ci sono state immissioni a scopo venatorio. I cinghiali si sono moltiplicati in Italia col solo scopo di consentire a una minoranza di cacciatori di divertirsi sparando e uccidendo. Ciò premesso appare evidente che chi ha creato il danno deve pagarne le conseguenze, anche in termini economici. Il risarcimento dei danni da cinghiale va di conseguenza attribuito interamente agli ATC, gli Ambiti Territoriali di Caccia. In questo modo sarebbe chi trae vantaggio dalla presenza di quella che agli occhi dei cacciatori è solo selvaggina a sopportare gli effetti collaterali negativi di immissioni praticate per decenni. In caso contrario, come avviene oggi, sarebbero gli stessi danneggiati a ripagare i propri danni attraverso le tasse, dirette e indirette, che gravano su tutti i cittadini onesti.

Il secondo punto da tenere ben fermo riguarda una constatazione sotto gli occhi di tutti: l’attuale sistema di controllo della popolazione dei cinghiali è risultato del tutto fallimentare visto che i danni non sono affatto diminuiti. Chi mai del resto affiderebbe la riparazione di un danno proprio a chi questo danno lo ha creato, come fa la Regione Abruzzo con i cacciatori?

È ora di cambiare radicalmente strategia, ma questo sarà possibile soltanto ragionando con criteri scientifici e non sulla spinta delle emozioni. La stessa proposta di filiera delle carni della Regione, avanzata senza un vero e proprio documento tecnico di indirizzo, rischia di diventare l’ennesimo elemento di perturbazione della popolazione del cinghiale allontanandoci dalla strada che si dovrebbe percorrere. È palese che a oggi la gestione faunistica della Regione Abruzzo presenta gravi criticità, a partire dai Piani redatti, da cui si evince chiaramente la mancanza di una solida strategia di intervento e la assoluta carenza di informazioni chiare e inserite in una banca dati unica sui capi abbattuti che potrebbe aiutare a verificare ed eventualmente correggere le azioni poco efficaci.

Tanti sono inoltre gli elementi di incertezza in merito all’effettiva assenza di nuove introduzioni e ai dati delle attività degli ATC in relazione alla caccia di selezione. Sarebbe, in particolare, di fondamentale importanza conoscere l’incidenza degli abbattimenti, ad esempio, sulla dieta del lupo, ma anche sugli habitat di interesse conservazionistico (Siti di Interesse Comunitario e Aree Protette).

Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, si continua a presentare l’attività di controllo numerico del cinghiale come necessaria a rispondere all’impatto della specie sulle coltivazioni agricole, tuttavia risulta completamente assente il coinvolgimento delle categorie professionali agricole: la questione cinghiale non potrà mai essere risolta da un’azione isolata del mondo venatorio, ma piuttosto deve prevedere il coinvolgimento di coloro che maggiormente subiscono i danni della convivenza con questa specie, ovvero gli agricoltori. È dimostrato largamente che il solo prelievo venatorio è assolutamente insufficiente a tenere sotto controllo il cinghiale, per cui deve essere favorito il coinvolgimento degli agricoltori nell’ambito della multifunzionalità dell’impresa agricola attraverso interventi di prevenzione e riduzione dei danni e contenimento delle popolazioni attraverso la pratica delle catture, affidando loro direttamente le gabbie o chiusini di cattura e rifinanziando il bando PSR per le recinzioni elettrificate poiché sono state presentate domande per circa 4,5 M€ a fronte di una dotazione di soli 1,5 M€.

In questo contesto non bisogna mai dimenticare che le Aree Protette (AAPP) non sono una “controparte”, come erroneamente vengono spesso pensate, anche dalla Regione, ma bensì sono “parte” del sistema regionale che dovrebbe concorrere alla gestione del cinghiale nel rispetto dei ruoli e delle competenze che la legge attribuisce ai vari soggetti pubblici e privati.

La gestione del cinghiale è una sfida che si può vincere. C'è necessità però di cambiare approccio e di fare “gioco di squadra” tra i vari soggetti, che a diverso titolo hanno un ruolo attivo. Ognuno con le proprie competenze e responsabilità deve concorrere, nel rispetto della normativa e del lavoro di tutti, ponendo in essere azioni convergenti verso gli stessi obiettivi. Azioni che devono essere identificate e definite secondo una metodologia e con dati che permettano di verificare efficacia ed efficienza della programmazione e nel caso di scostamenti dagli obiettivi prefissati permettere di correggere il tiro senza sprecare risorse economiche o danneggiare la biodiversità.

Allegato 1

Brano tratto dalla introduzione alle “Linee guide per la gestione del cinghiale (Sus scrofa) nelle aree protette” di Silvano Toso e Luca Pedrotti edito nel 2001 tra i Quaderni di Conservazione della Natura a cura del Ministero dell’Ambiente Servizio Conservazione della Natura e dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica “Alessandro Ghigi” (oggi ISPRA).

«Le cause che hanno favorito l’espansione e la crescita delle popolazioni sono legate a molteplici fattori sulla cui importanza relativa le opinioni non sono univoche. Tra questi, le immissioni a scopo venatorio, iniziate dopo la metà del XX secolo, hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale. Effettuati dapprima con cinghiali importati dall’estero, in un secondo tempo i rilasci sono proseguiti soprattutto con soggetti prodotti in cattività in allevamenti nazionali. Tali attività di allevamento ed immissione sono state condotte in maniera non programmata e senza tener conto dei principi basilari della pianificazione faunistica e della profilassi sanitaria e, attualmente, il fenomeno sembra interessare costantemente nuove aree con immissioni più o meno abusive (come testimonia la comparsa della specie in alcune aree dell’arco alpino dove l’immigrazione spontanea sembra evidentemente da escludersi). Ancora oggi diverse Amministrazioni provinciali, soprattutto nella parte meridionale del Paese, acquistano direttamente cinghiali per il ripopolamento o autorizzano altri enti gestori (Ambiti territoriali di caccia, Aziende faunistico-venatorie, ecc.) a rilasciare regolarmente in natura animali prodotti in allevamenti».

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

mercoledì 6 dicembre 2017

L’assedio dei cinghiali: caos, danni e spese ingenti per non risolvere il problema

Quando il Parco spendeva 1.400 per abbattere ogni cinghiale (più gli indennizzi)

ABRUZZO. I cinghiali nei parchi d’Abruzzo: per ridurre la popolazione si è deciso di usare le gabbie per poi abbatterli e portarli al macello.


Un modo per arginare la presenza massiccia degli animali selvatici, che spesso si spingono sulle strade e nei centri abitati, creando anche parecchi danni alle imprese agricole del territorio. Non rarissimi anche gli investimenti in incidenti stradali.

Del caso che sta investendo il Parco della Majella si è occupato anche la trasmissione ‘Indovina chi viene dopo cena’, spin off della trasmissione Report, su Rai 3.

Come ha spiegato Simone Angelucci, veterinario dell’Ente, il cinghiale è stato introdotto sul territorio, a scopo venatorio, negli anni 60 e anni 70. Prima, praticamente, non c’erano.

In pratica per accontentare i cacciatori si sono spesi soldi per riportare i cinghiali e oggi se ne spendono altri per contenerli.

«Dove ci sono i predatori questa proliferazione viene contenuta», ha spiegato Angelucci. «Grazie alla presenza di lupi qui c’è una situazione di equilibrio: 100 lupi per 750 chilometri quadrati organizzati in una decina di branchi che esercitano pressione predatoria importante».

Quello che accade nel Parco del Gran Sasso, invece, è perfettamente ricostruito in una relazione tecnica di Federico Striglioni che PrimaDaNoi.it ha letto integralmente.

Nella relazione si analizza come negli anni si sia tentato di risolvere il problema, con le Province che hanno investito notevoli risorse per corsi di formazione per l'abilitazione alla caccia di selezione ma in realtà non c'è stata nessuna modifica sostanziale.


UNA MAREA DI SOLDI

E si sono spesi una marea di soldi: nel 2003 e 2004 sono state effettuate 12 ‘girate’ di controllo sperimentali (tecniche di caccia) e sono stati abbattuti complessivamente 54 cinghiali ovvero 4,5 capi per ogni girata. Sono stati esplosi 100 proiettili per abbattere 33 cinghiali.

«Dunque per eliminare gli oltre 8.000 cinghiali catturati tramite recinti nel periodo 1999-2015», analizza Striglioni, «si è calcolato che si sarebbero dovuti esplodere più di 24.000 colpi di arma da fuoco».

Decisamente troppi, come troppi sono i rischi per il disturbo dell'ambiente e di eventuali incidenti per i frequentatori delle aree protette.

È andata decisamente peggio pure con l'abbattimento selettivo con carabina da appostamento fisso, una tecnica che è stata sperimentata nel Parco nell'estate del 2006 per 73 giornate.

«C'è stato un ingente dispendio di risorse umane ed economiche e risultati deludenti», si legge nella relazione tecnica: appena 63 cinghiali abbattuti per un costo imputato all'ente parco di 1400 euro per ogni animale ucciso.

Poi si è arrivati alla scelta di utilizzare le gabbie-trappole di cattura che al momento sembrano essere il sistema più favorevole nel rapporto costi-benefici, con i minori impatti sugli ecosistemi del parco e per l'assenza di ogni rischio per l'incolumità pubblica.

In pratica le gabbie vengono sistemate tra la vegetazione, munite di un sofisticato congegno di scatto con chiusura a ghigliottina, innescato dal movimento del cinghiale catturato. Nella gabbia viene posizionata un’esca costituita da ortaggi e frutta ma anche mais per attirare l’animale che, in verità, ben si adatta a qualsiasi tipo di cibo.



SALVAGUARDARE GLI ANIMALI DEL PARCO

Il Parco del Gran Sasso ha puntato su questa soluzione anche calcolando che eventuali errori o incidenti legati all'utilizzo di armi da fuoco in territorio protetto avrebbero potuto avere conseguenze inaccettabili per l'Ente, ad esempio l'uccisione di un orso o il coinvolgimento di persone che potevano venire accidentalmente colpite.

«Anche perché c'è da considerare», analizza il tecnico nella relazione, «che le carabine utilizzate per gli abbattimenti selettivi hanno una gittata che può arrivare anche ad una distanza di 4 km e quindi avere conseguenze assolutamente imprevedibili».

I rischi di errore vengono ritenuti alti anche perché le operazioni vengono effettuate al crepuscolo in condizioni di luce non ottimale .

Per l'abbattimento con la carabina, secondo i rilievi dei tecnici, non ci sono zone del Parco sicure che offrono garanzie per l'incolumità pubblica e anche periti balistici confermarono la impossibilità di certificare la sicurezza dei siti di sparo.

«Nel 2006», è annotato nella relazione tecnica, «non sono mancati i problemi quando i selecontrollori non rimanevano fermi nei siti di sparo loro assegnati ma si spostavano in punti che giudicavano più idonei per seguire i cinghiali. In un caso si vede anche un selecontrollore che si sposta ed esplode 6 colpi di carabina senza colpire nessun cinghiale in direzione della strada statale salaria. Era una sera di luglio c'era ancora luce e la statale era trafficata».

La tecnica da sparo non piace ormai da 15 anni ai vari consigli direttivi, direttori, presidenti e commissari che si sono avvicendati alla guida dell'ente e che si sono occupati del problema.



I DANNI AL PATRIMONIO

Sta di fatto che la presenza del cinghiale crea danni al patrimonio agricolo: il picco si è registrato nel 2011 con oltre 725 mila euro di indennizzi, poco meno l'anno successivo con 647 mila euro.
Anni da dimenticare anche il 2007 e il 2010.
Nel 2015, ultimo anno disponibile nella relazione tecnica, si è arrivati a 578 mila euro.
Ma la distribuzione dei danni non riguarda soltanto il territorio del parco ma anche la zona fuori dal perimetro dell'area protetta, ai confini con l’Ente.
Si calcola che il fenomeno riguardi anche e fasce collinari attigue alle aste fluviali e si spinge fino ad oltre 30 km dal confine dell'area protetta.

Nel corso delle ultime riunioni del Parco che ha affrontato la questione il vicepresidente ha evidenziato che il problema esiste e le gabbie di cattura «non bastano, bisogna trovare strade alternative».

Secondo Stefano Allavena, però, il problema esiste ma la situazione all'interno è migliore di quella fuori anche perché nell'area protetta ci sono in funzione recinti di cattura «molto efficienti» e si stima il prelievo di «centinaia di esemplari ogni anno». La caccia come metodo di controllo, proprio secondo Allavena, è da evitare in quanto il Parco è intensamente frequentato da escursionisti, ricercatori di funghi e tartufi ma anche fotografi. E c’è pure il rischio che i selecontrollori possono uccidere i cervi, caprioli, lupi, orsi di passaggio oltre a disturbare la fauna.
Un danno troppo grande.
Insoddisfatti da tempo, ormai, gli imprenditori del settore agricolo che vorrebbero essere maggiormente tutelati.


«MANCA IL BREVETTO DELLE GABBIE»

Come Dino Rossi del Cospa: «il Parco si è impuntato sull’utilizzo delle gabbie di cattura su indicazioni di Federico Striglioni, Project manager del progetto Life, gabbie non a norma e non brevettate, tanto da subire modifiche in corso d’opera a seconda dei danni provocati alla fauna durante la cattura, senza tenere conto della sicurezza dell’operatore al quale viene affidata l’attrezzatura per la cattura degli animali selvatici. Ancora oggi, dopo anni di utilizzo di questi metodi, oltre che a risultare inefficaci sono privi di brevetto. Ormai nelle aree parco», continua Rossi, «è praticamente impossibile coltivare come gli anni passati rimasto un ricordo per le persone più anziane. Una volta la selezione delle sementi venivano fatte in alta montagna, i contadini si scambiavano i raccolti, oggi sono costretti a rivolgersi alla multinazionale Monsanto (la più grande rivenditrice di sementi agricole al mondo, ndr), determinando la scomparsa di molte varietà di cereali e legumi autoctoni».

Alessandra Lotti

sabato 15 ottobre 2016

L’Ente Parco Nazionale Gran Sasso-Laga apre all’ingresso dei cacciatori nel Parco

L’Ente Parco Nazionale Gran Sasso-Laga apre all’ingresso dei cacciatori nel Parco

Molti speravano che con la recente nomina del nuovo presidente del Parco, l’avv. Tommaso Navarra di Teramo, nel Consiglio Direttivo dell’Ente Parco si sarebbe vista una maggiore attenzione per la conservazione dell’ambiente del Parco. Purtroppo si sbagliavano.

Infatti una delle prime preoccupazioni del neo-presidente è stata quella di proporre al Consiglio una delibera relativa al Piano di gestione del cinghiale, nella quale si conferma, per chi non lo avesse capito, quanto già deliberato nella riunione del Consiglio direttivo del maggio 2016, che “Nelle aree del Parco dove si concentrano i danni al patrimonio agricolo verranno attivate, laddove possibile, anche misure di contenimento basate su abbattimenti selettivi da appostamento fisso o in girata”.

Questa delibera servirà forse a qualcuno per spendersi politicamente il consenso di qualche cacciatore ma non serve a nulla per quanto riguarda il problema dei danni alle colture arrecati dai cinghiali. Infatti nel Parco esiste un efficientissimo sistema di cattura dei cinghiali mediante recinti di cattura che sono già in funzione da anni, messo a punto dal Parco stesso che consentono la cattura, ogni anno di poco meno di un migliaio di capi.

Va poi considerato che la stessa caccia in braccata, assai più efficiente rispetto all’appostamento e alla girata (ma non certo ai recinti), ma anche estremamente invasiva ed a forte impatto ambientale, esercitata all’esterno del Parco non risolve certamente il problema in questo confermando le conclusioni a cui sono giunte recentissime ricerche scientifiche che dimostrano come un’intensificare degli abbattimenti spesso indiscriminati alteri la struttura demografca delle popolazioni di cinghiale spingendo le femmine a figliare piu’ spesso ed in eta’piu prematura.

Ricordiamo inoltre che gli agricoltori che operano all’interno del parco si trovano in una situazione privilegiata rispetto a quelli delle aree circostanti, in quanto nel Parco si pagano i danni arrecati dalla fauna selvatica, al contrario di quanto succede ormai da tempo al di fuori. Negli ultimi anni risulta senza tema di smentita che nel Parco le catture con i recinti siano aumentate e parallelamente le richieste di danni siano diminuite.

Ricordiamo poi che gli abbattimenti con il fucile risultano pericolosi in quanto il Parco è intensamente frequentato dai turisti, dagli escursionisti in genere, dai ricercatori di funghi e tartufi. I cacciatori autorizzati agli abbattimenti potrebbero poi, in condizioni di erba alta, scambiare i cinghiali con altre specie protette come cervi, caprioli, lupi o addirittura qualche orso, senza contare che i controlli che dovrebbero essere necessariamente effettuati quando fossero in corso gli abbattimenti sarebbero necessariamente a carico dei forestali che operano nel Parco, che sono già pochi e che dovrebbero essere distolti da altri servizi essenziali.

Il Parco poi costituisce una forte attrazione turistica importante per le comunità locali. Ma i visitatori dei parchi nazionali si aspettano di vedere animali vivi e non certo di sentire spari, che tra l’altro spaventano la fauna e la rendono quindi più difficilmente osservabile. Non sarebbe una bella immagine per il Parco e per l’Ente che lo gestisce , non solo, il provvedimento potrebbe avere una ricaduta negativa sull’afflusso di escursionisti e turisti naturalistici vanificando il buon lavoro di promozione del territorio svolto dalle cooperative e dai giovani locali negli ultimi anni.......perchè mai visitare un Parco Nazionale dove al sui interno si gira armati e si e’ autorizzati a sparare ??
 

giovedì 11 agosto 2016

Problematica “Cinghiali”. Il WWF: togliere la gestione ai cacciatori e affidarla a esperti della fauna selvatica

COMUNICATO STAMPA 9 AGOSTO 2016
 
 
Prendendo spunto dall’articolo sui cinghiali apparso il 6 agosto scorso su ecoaltomolise.net

Problematica “Cinghiali”
Il WWF: togliere la gestione ai cacciatori e affidarla a esperti della fauna selvatica


“Le immissioni a scopo venatorio, iniziate dagli Anni ’50, hanno sicuramente giocato un ruolo fondamentale nel creare la situazione di espansione e crescita delle popolazioni di cinghiale” (autori Pedrotti & Toso, 2001).

Non sono le considerazioni di associazioni ambientaliste, ma le conclusioni di diversi studi e rapporti dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), l’organismo governativo deputato istituzionalmente a effettuare ricerca sulla fauna selvatica e a emanare pareri tecnici a favore delle pubbliche amministrazioni. È evidente, quindi, la responsabilità storica sulla proliferazione dei cinghiali delle associazioni venatorie e delle amministrazioni pubbliche loro compiacenti.

Il problema è che fino ad oggi la gestione dei cinghiali non è stata affrontata in termini scientifici, ma esclusivamente in termini di ricerca del consenso della lobby dei cacciatori. Imputare alle aree protette la responsabilità dell’aumento della specie è una sciocchezza che non ha alcun fondamento. Chi si occupa di gestione faunistica sa che i cinghiali si muovono in aree di circa 2/3 km di raggio: andrebbero fatti quindi degli studi sul posizionamento delle zone di ripopolamento e cattura e delle aree cinofile, distribuite a macchia di leopardo e create proprio dagli Ambiti Territoriali di Caccia, con l’avallo delle Province.

“La santa alleanza stipulata in questi anni tra cacciatori e Regione Abruzzo ha portato al disastro nella gestione faunistico-venatoria”, dichiara Luciano Di Tizio, delegato regionale del WWF Abruzzo. “L’esempio più evidente è proprio la gestione del cinghiale, inadeguata e carente sotto il profilo tecnico e organizzativo. La Regione Abruzzo, non da oggi, è incapace di pianificare e coordinare le attività faunistico-venatorie: da anni è priva di un Piano Faunistico Venatorio aggiornato e non si è dotata dell’Osservatorio Faunistico Regionale, previsto dal 2004 e mai realizzato. Chi parla di fauna, lo fa spesso senza avere dati certi. Come si fa a gestire un problema di cui non si conosce neppure la reale portata? È notizia di pochi giorni fa che la Regione Abruzzo non ha fornito all’ISPRA neppure i dati 2014/15 sui tesserini venatori. Come si fa a pianificare l’attività faunistico-venatoria e a ridurre l’impatto sulle attività antropiche delle specie problematiche in queste condizioni?”.

Da anni il WWF sostiene che alle imprese agricole andrebbe riconosciuto un ruolo più rilevante nella gestione del cinghiale, non solo perché costituiscono la categoria che maggiormente subisce disagi, ma perché, se coinvolte nel modo corretto, possono essere una componente strategica per la riduzione del danno. Purtroppo fino a quando le Organizzazioni agricole continueranno a farsi rappresentare da cacciatori all’interno dei comitati di gestione faunistica (Ambiti Territoriali di Caccia e Consulte provinciali per la caccia), prevarranno gli interessi venatori su quelli agricoli.

L’obiettivo, ora, di cacciatori e di alcuni funzionari della Regione Abruzzo sembra essere quello di aprire la caccia nei luoghi più agognati, le aree naturali protette. Si tratta di un’ipotesi ovviamente non condivisa dal mondo ambientalista che contiene in sé la prova del fallimento delle politiche gestionali in materia faunistico-venatoria della Regione che, oltre a non avere un Piano faunistico-venatorio da anni, non ha mai concretamente attuato le “Linee Guida per la Gestione del cinghiale nelle aree protette” (ISPRA), non ha mai fatto approvare le aree contigue dei Parchi dove gestire la caccia in modo razionale creando delle zone-cuscinetto tra parchi e resto del territorio.

In altre regioni si è riusciti a ridurre notevolmente i danni in agricoltura con una gestione un minimo più razionale delle dinamiche faunistiche. Sarebbe sufficiente decidersi a compiere le scelte sulla base delle evidenze scientifiche e non ascoltando solo le chiacchiere da bar dei cacciatori! Prevenzione dei danni, catture nelle situazioni problematiche e un sistema di indennizzi efficace proprio nelle aree protette sono soluzioni applicabili, se effettivamente si vuole ridurre il problema.

Il WWF rinnova l’invito alla Regione a organizzare, con tecnici indipendenti non legati alla lobby venatoria, un momento di confronto vero e non – come tante volte è accaduto in passato – precostituito per confermare una scelta già assunta aprioristicamente.

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

domenica 22 maggio 2016

Abruzzo: “Non addestrare cani in aree protette”

Federparchi, associazioni e riserve bocciano la Regione Abruzzo per la norma che consente attività cinofile all’interno delle aree protette: “Una subdola caccia senza fucile”.

WWF, Legambiente, Ambiente e/è vita, LIPU, Pro Natura, Mountain Wilderness, Salviamo l’Orso, Lipu, Italia Nostra, FAI, Appennino Ecosistema, Dalla parte dell’Orso chiedono alle Regione l’immediato ritiro del provvedimento e al Governo di impugnare la legge. Si tratta della n°11 che, spiegano gli ambientalisti, modifica la legge regionale 38 del 1996 sulle aree protette regionali e consente le attività cinofile all’interno del Parco Sirente Velino e delle altre riserve naturali di competenza regionale. Un provvedimento che, secondo le associazioni in questione, mette a gravissimo rischio la conservazione di specie faunistiche importanti, tutelate da norme europee e nazionali, a cominciare dall’orso e dal camoscio e che apre la prospettiva di uccisioni di cervi e caprioli, insomma, secondo le associazioni in questione, una sorta di caccia subdola, senza fucile e senza regolamentazione. In più, precisano, si rischia di incorrere anche in pesanti sanzioni da parte dell’Europa.

“La Regione Abruzzo cancella d’incanto ogni sua precedente scelta verde, – spiegano gli ambientalisti – votando all’unanimità un provvedimento legislativo in palese contrasto con almeno due leggi nazionali, con la stessa legge regionale 38, modificata in modo assurdo e incoerente, e con la delibera 451/2009 della Giunta: si tratta della legge regionale n. 11 di modifica della l.r. 38/1996 (approvata in Consiglio Regionale il 5 aprile scorso e pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 14 aprile) con la quale si consentono attività cinofile e cinotecniche all’interno delle aree protette regionali. La legge – proseguono gli ambientalisti – è passata quasi alla chetichella in Consiglio, senza alcun coinvolgimento delle associazioni e degli stessi dirigenti delle aree protette regionali.”

Federparchi, le associazioni ambientaliste e le riserve chiedono l’abrogazione della legge regionale.

“I provvedimenti pro-caccia – proseguono – insieme alla paralisi di una importante fetta della vigilanza ambientale con la cancellazione delle Polizie provinciale, la dicono lunga sulle recenti scelte della Regione Verde d’Europa. Chiediama di rivedere le proprie posizioni contrarie a una sana politica ambientale e persino al buon senso.”

https://www.youtube.com/watch?v=1I72bOkJAkY

Fonte: rete8.it del 12 maggio 2016

giovedì 28 aprile 2016

Abruzzo, addestramento cani permesso tutto l'anno in Parchi e Riserve regionali. Il WWF: legge da abrogare

Parchi: Wwf, legge su cani in aree protette da abrogare
 
(ANSA) - PESCARA, 28 APR - "La Regione Abruzzo cancella d'incanto ogni sua precedente scelta 'verde', votando all'unanimità un provvedimento legislativo in palese contrasto con almeno due leggi nazionali (legge quadro 394/91 sulle aree protette; legge 157/92 sull'attività venatoria), con la stessa legge regionale 38, modificata in modo assurdo e incoerente, e con la delibera 451/2009 della Giunta: si tratta della legge regionale n. 11 di modifica della l.r. 38/1996 (approvata in Consiglio Regionale il 5 aprile scorso e pubblicata sul Bollettino Ufficiale il 14 aprile) con la quale si consentono attività cinofile e cinotecniche all'interno delle aree protette regionali". A denunciarlo è il Wwf Abruzzo.
 
"In pratica diventerà possibile - se questo allucinante provvedimento non verrà immediatamente cassato - attività di addestramento e allenamento di cani, nonché lo svolgimento di gare cinofile, su tutto il territorio del Parco Regionale Velino Sirente e su quello delle Riserve regionali durante tutto l'anno. È un provvedimento di assoluta gravità che, come segnala con giusta indignazione anche Federparchi, non ha precedenti in alcuna regione italiana".
"Un provvedimento che mette a gravissimo rischio la conservazione di specie faunistiche importanti, tutelate da norme europee e nazionali, a cominciare dall'orso e dal camoscio. Si tratta inoltre di una norma illogica, illegale e ancora più assurda perché votata all'unanimità dai consiglieri regionali di quella che dovrebbe essere la regione verde d'Europa. La vergognosa legge è passata quasi alla chetichella in Consiglio, senza alcun coinvolgimento delle associazioni ambientaliste e degli stessi dirigenti delle aree protette regionali. Fa specie in particolare il voto favorevole di forze politiche che si dicono favorevoli alla tutela ambientale.
 
Evidentemente il sì alla norma che apre la prospettiva di uccisioni a danno di cervi e caprioli non è stato un errore di percorso ma una precisa scelta a favore della caccia e delle attività collaterali ad essa connesse".
"È impressionante - prosegue il Wwf - anche la rapidità con la quale questa leggina è passata a confronto con i tempi biblici che il Consiglio applica quando si tratta di provvedimenti di segno opposto come ad esempio l'approvazione dei Piani di gestione dei SIC (Siti di Importanza Comunitaria), che giacciono nei cassetti a dispetto di una procedura d'infrazione aperta dall'Unione Europea sulla mancata trasformazione dei SIC stessi in Zone Speciali di Conservazione".
 
WWF, Legambiente, Ambiente e/è vita, LIPU, Pro Natura, Mountain Wilderness e Salviamo l'Orso, "nel mentre si ripromettono di segnalare all'opinione pubblica i responsabili di questa vera e propria nefandezza e si riservano di contrastare in ogni sede una legge che minaccia le specie e le aree protette, si associano all'appello di Federparchi perché la norma venga immediatamente abrogata augurandosi che in seno al Governo e al Consiglio regionali torni a prevalere il buon senso". (ANSA).

giovedì 24 settembre 2015

Sirente-Velino: Acerbo, con ammazza emendamenti parco tagliato per ingraziarsi lobby dei cacciatori

L'AQUILA - "Oggi Il Centro riporta una meravigliosa foto di cervi in amore scattata sui Piani di Pezza del Parco Sirente-Velino. Come racconta il giornale da metà settembre a metà ottobre i cervi maschi si sfidano a cornate e risuonano i bramiti. Varrebbe da sola questa foto una campagna internazionale di promozione della nostra Regione".

"Approfitto per ricordare - dice Maurizio Acerbo di Rifondazione comunista - che senza il mio ostruzionismo durato settimane non avremmo salvato quelle aree preziosissime dal tentativo di riperimetrazione del parco proposto dall'allora maggioranza in Consiglio regionale".

"Di fronte a una scelta politica scellerata, sostenuta per ingraziarsi lobby dei cacciatori, e con un Consiglio che rischiava di approvarla senza rendersi conto della gravità della decisione fu indispensabile la presentazione di migliaia di emendamenti da parte del sottoscritto.
Durante la battaglia ostruzionistica le associazioni ambientaliste e animaliste ebbero il tempo di sensibilizzare opinione pubblica a livello regionale ma anche nazionale e internazionale (raccogliemmo 150.000 firme on line) e convincemmo la stessa maggioranza e il Presidente Chiodi che quella proposta di alcuni suoi consiglieri era sbagliata".

"Con la norma killer che D'Alfonso e D'Alessandro hanno introdotto nel regolamento del Consiglio Regionale - spiega Acerbo - quella battaglia sarebbe stata impossibile, i miei emendamenti sarebbero immediatamente decaduti e il Parco Sirente-Velino sarebbe stato riperimetrato".

"E' solo un esempio delle tante 'porcate' che sono state fermate nel corso degli anni con gli strumenti della democrazia.Spero aiuti a riflettere i tanti complici di questa iniziativa prepotente e antidemocratica di D'Alfonso".

"Doveroso aggiungere che la bellezza della foto dovrebbe indurre a un ravvedimento operoso l'assessore Pepe e i consiglieri PD, FI e M5S che hanno aperto la strada alla caccia ai cervi e caprioli in Abruzzo. Quanto dichiara al riguardo l'assessore è ridicolo come le autodifese dei consiglieri di Pd e M5S: il regolamento approvato consegna la gestione di cervi e caprioli ai cacciatori e questo chiarisce immediatamente quali siano le motivazioni di quella norma che, a suo tempo, proprio con l'ostruzionismo io e Caporale impedimmo di approvare all'allora centrodestra".