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domenica 17 agosto 2025

Troppi cinghiali, la Regione Abruzzo coinvolge i cacciatori

 Troppi cinghiali, la Regione Abruzzo coinvolge i cacciatori

Si muove la provincia di Teramo, incontro con i selecontrollori 
 
Con una nota inviata alle polizie provinciali di L'Aquila e Teramo, e datata giugno 2025, la Regione Abruzzo ha chiesto la creazione di gruppi permanenti di cacciatori specializzati pronti ad intervenire per il controllo e l'abbattimento dei cinghiali.

Una richiesta d'urgenza "motivata dall'elevato numero di incidenti stradali, nonché dal sempre crescente aumento dei danni alle colture" da parte degli ungulati. 

La richiesta, che fa seguito alla delibera di novembre 2024 sul piano straordinario per la gestione e il contenimento della fauna selvatica - in particolare dei cinghiali -, ha trovato una prima risposta dalla provincia di Teramo.

 Questa mattina, infatti, il presidente Camillo D'Angelo ha incontrato una rappresentanza dei cosiddetti "selecontrollori" per un confronto sulle problematiche e su come migliorare il servizio di controllo e abbattimento che in provincia di Teramo, da qualche anno, sono in capo agli Ambiti territoriali di caccia Vomano e Salinello. Dopo un ampio confronto, il presidente ha chiesto di far pervenire per iscritto proposte e volontà in vista della prossima riunione già fissata per il 25 agosto alle 10. 

Fonte: ansa.it  

domenica 27 luglio 2025

CITTADINI OFENA ESASPERATI: “CACCIA AI CINGHIALI, TROPPI SPARI, QUI E’ DIVENTATO IL FAR WEST”

OFENA – “L’area della  piana di Ofena sta diventando una specie di far west per troppi colpi di carabina da parte di  coloro che vanno a caccia di cinghiali nell’ambito della pur lecita attività selettiva. Non sono tanti ma  sparano troppi colpi secondo  la gente. Di recente una schioppettata ha danneggiato un tubo per l’irrigazione che è stato centrato in pieno come attesta la fotografia. Non si saprà mai se si tratta di un colpo andato a male per errore o se si voleva rompere l’irrigatore per far  uscire acqua nei pressi  poi sicura meta dei cinghiali da abbattere”.

Le lamentele arrivano dai residenti della zona e sono state raccolte da Dino Rossi portavoce del Cospa, una associazione di allevatori, agricoltore nel comune in provincia dell’Aquila, che vorrebbe evitare di presentare denunce

“Queste pur lecite  attività selettive”, questa la protesta,  “sono pericolose in quanto i cacciatori si muovono e operano di notte ma non considerano che per il caldo molta gente di queste parti è solita andare in giro. Ma questo avviene anche la mattina presto quando molti contadini e allevatori sono già in circolazione  per cui si creano involontariamente delle situazioni di pericolo da prevenire. Si dimentica che da queste parti ci sono molte aziende e abitazioni!”

Tra l’altro i cacciatori dovrebbero operare ognuno per conto suo nella zona assegnata  ma qualcuno afferma di averne visti ben tre insieme. Insomma per la popolazione servirebbe una maggiore disciplina per regolare l’attività selettiva che non va demonizzata: “Basta seguire le regole”.

Fonte:abruzzoweb.it del 20 luglio 2025 

domenica 3 luglio 2022

Il WWF: “Sui cinghiali la Giunta regionale continua a sbagliare”. L’attività venatoria notturna, e anche con l’arco, pericolosa per uomini e fauna protetta

Comunicato stampa del 2 luglio 2022

Decine di studi e l’esperienza dimostrano che la caccia non risolve il problema 

Il WWF: “Sui cinghiali la Giunta regionale continua a sbagliare” 

L’attività venatoria notturna, e anche con l’arco, pericolosa per uomini e fauna protetta  

Nei giorni scorsi la Giunta regionale ha approvato un nuovo disciplinare per la caccia di selezione al cinghiale. Le grandi novità introdotte, come si legge dalle dichiarazioni dell’Assessore Emanuele Imprudente, sarebbero la possibilità di caccia fino alle ore 24 con l’ausilio di strumenti per il miglioramento della visione notturna (sorgenti luminose suppletive come visori ad infrarossi, visori termici, torce e fari) e, per la prima volta in Abruzzo, l’utilizzo dell’arco. Il disciplinare è stato approvato con il parere favorevole dell’ISPRA. 

Quello che sconcerta, oltre all’utilizzo di tecniche venatorie mai sperimentate per l’Abruzzo, è il fatto che si continui a considerare la caccia (di selezione e non) quale unico strumento di contenimento dei danni da cinghiale, senza ipotizzare e programmare a larga scala nessuna altra azione che vada nell’ottica della messa in sicurezza delle colture agricole o della riduzione del rischio di impatto con autoveicoli. Si continuano solo ad allargare i periodi e le modalità di prelievo al cinghiale che ormai si può cacciare praticamente quasi tutto l’anno e con ogni metodologia venatoria, ma non si vedono certo i risultati sperati sul contenimento delle popolazioni. 

La caccia notturna poi, andrebbe attentamente valutata anche per il rischio di disturbo che può provocare al resto della fauna selvatica soprattutto in questo momento quando la stagione riproduttiva non è ancora del tutto conclusa e alla sua pericolosità per i cittadini. 

Lo scorso febbraio il WWF Abruzzo, insieme all’Università di Teramo, ha organizzato un convegno proprio sulla gestione del cinghiale. L’Associazione ha discusso sulla base dell’analisi di circa 80 pubblicazioni scientifiche, riguardo all’impatto dell’attività venatoria sulla struttura di popolazione del cinghiale. In particolare, si è rilevato che: 

  • La caccia costituisce la causa principale di morte per il Cinghiale (Keuling et al. 2013), ma il prelievo venatorio non è sufficiente a contenere l’incremento delle popolazioni (Servanty et al. 2011; Keuling et al. 2013).  
  • La caccia agisce sulle diverse classi di sesso e d’età in modo diverso dalla mortalità naturale (Toigo et al. 2008) con l’effetto di diminuire l’aspettativa di vita media degli animali e ringiovanire le popolazioni (Servanty et al. 2011).  
  • La caccia innesca risposte nella biologia riproduttiva della specie che, unitamente all’aumentata disponibilità trofica, causano un aumento della produttività delle popolazioni (Herrero et al. 2008; Servanty et al. 2011). 
  • La caccia in battuta ha conseguenze sulla demografia delle popolazioni cacciate (Monaco et al. 2003; Toïgo et al. 2008) e può anche influenzare il comportamento spaziale dei gruppi familiari in quanto la perdita di una femmina dominante può portare maggiore instabilità spaziale tra gli individui sopravvissuti (Maillard 1996). 
  • La caccia può anche indurre una risposta compensativa della popolazione, infatti sotto un'elevata pressione venatoria, una proporzione maggiore di femmine di un anno partorisce rispetto alle popolazioni in cui la pressione venatoria è meno pronunciata. 

    Alcune pubblicazioni fanno emergere che anche gli abbattimenti selettivi da punto fisso possono perturbare la struttura di popolazione tanto da sconvolgere gli accoppiamenti, la fecondità e il rapporto tra i sessi della prole che possono essere stravolti (review di Milner et al. 2007).  

    “In sostanza decine di studi scientifici hanno dimostrato che sperare di ridurre il numero dei cinghiali affidandosi esclusivamente alla caccia è sbagliato e illusorio, eppure la Giunta regionale – conclude Filomena Ricci, delegata WWF Abruzzo - continua a intervenire sulla gestione del cinghiale in modo caotico, aumenta i periodi venatori durante l’arco dell’anno e della giornata, allarga le possibilità dei metodi di caccia ricorrendo anche all’arco, tecnica mai usata in Abruzzo… sembra insomma che si proceda facendo regali ai cacciatori senza prendere contezza del fatto che questo tipo di gestione in atto da decenni non sta avendo il risultato sperato. È ora che il problema venga affrontato con dati ed evidenze scientifiche alla mano e che si sperimentino altre tipologie di intervento sul territorio, note e praticabili, per la messa in sicurezza di campi agricoli e infrastrutture lineari”. 

 



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domenica 13 febbraio 2022

Riflessioni dopo il convegno dell’Università di Teramo e del WWF sul cinghiale

 

Comunicato stampa del 7 febbraio 2022 

 

Riflessioni dopo il convegno dell’Università di Teramo e del WWF sul cinghiale 

Il prof. Amorena: «Non esistono soluzioni semplici per problemi complessi» 

Affidarsi solo alla caccia, come si fa da decenni, non risolve la situazione ma la peggiora. Un confronto aperto e tecnicamente supportato può aiutare a individuare azioni davvero efficaci 

 


Le problematiche legate all’aumento del numero dei cinghiali, nella nostra regione come nel resto d’Italia, sono state affrontate nel corso del convegno “Il cinghiale e il territorio: dalla ricerca scientifica alla gestione” organizzato dall’Università degli Studi di Teramo e dal WWF Abruzzo venerdì 4 febbraio scorso presso il campus di Medicina Veterinaria a Teramo. Un convegno inquadrato nel Progetto “Tante specie – un solo Pianeta” a cura delle strutture territoriali del WWF nella regione Abruzzo. 

 

La grande partecipazione testimonia l’importanza del tema: vi sono stati oltre 300 iscritti on line e diverse decine di partecipanti in presenza tra cui rappresentanti del mondo accademico, dei Carabinieri Forestali, delle ASL, delle aree naturali protette, delle associazioni ambientaliste e di categoria. 

La gestione del cinghiale è una questione complessa che investe e coinvolge molti settori della società e che proprio per la sua complessità richiede interventi basati sulle evidenze scientifiche e sull’analisi dei risultati delle pratiche messe finora in atto. Non a caso il convegno è stato aperto da una relazione del prof. Andrea Mazzatenta dell’Università di Teramo e da una review di oltre 80 pubblicazioni presentata da Filomena Ricci, delegato del WWF Abruzzo, e da Marco Galaverni, direttore scientifico del WWF Italia. 

In buona sostanza la caccia, così come il cosiddetto selecontrollo, intervenendo sulle dinamiche ecologiche della specie ottiene risultati opposti rispetto alle intenzioni: più abbattimenti e pressione sulla popolazione ci sono, più i cinghiali si riproducono (i numeri quindi aumentano anziché diminuire) mentre i gruppi familiari si destabilizzano. Di conseguenza crescono sia i danni all’agricoltura sia gli incidenti stradali. Lo dimostrano ormai numerosi studi, ma lo dimostra anche l’esperienza pratica: da anni l’emergenza cinghiali si contrasta affidandosi quasi soltanto a doppiette e carabine ma la situazione è tutt’altro che migliorata. Dai dati presentati nel convegno è pure emerso come le catture con i chiusini si sono dimostrate efficaci riuscendo a essere più selettive rispetto al prelievo venatorio come dimostrano alcune esperienze pratiche condotte sul campo nella riserva regionale e Oasi WWF del Lago di Penne. Anche le misure di prevenzione con i recinti elettrificati, laddove sono state attuate, hanno avuto effetti positivi, pur necessitando di alcune accortezze nella fase di installazione e per la manutenzione, come è stato illustrato dall’esperienza della riserva regionale e Oasi WWF dei Calanchi di Atri. Così come vi sono primi esperimenti di sterilizzazione, attraverso interventi però complessi da gestire su ampi spazi.  

Evidenze scientifiche che purtroppo difficilmente diventano elemento su cui basare le scelte. Si preferisce invece riproporre da anni sempre le stesse soluzioni anche se non hanno prodotto risultati. L’intero settore continua infatti a risentire dell’approccio per cui la gestione faunistica finisce per coincidere con la gestione venatoria: nulla di più errato! Il caso dei cinghiali dimostra esattamente il contrario: a causa della caccia dagli anni 60 del secolo scorso vi sono state enormi immissioni di cinghiali provenienti dall’Est Europa che hanno finito per determinare un disequilibrio che l’aumento della pressione venatoria non solo non ha risolto, ma ha addirittura fatto aumentare. Se quindi l’obiettivo dichiarato è quello di diminuire il numero dei cinghiali per far diminuire i danni alle colture (e in alcuni casi anche al patrimonio naturale) è inutile aumentare i periodi di caccia arrivando, come è oggi in Abruzzo, a consentire il prelievo venatorio – nella forma della caccia e in quella del selecontrollo – tutto l’anno. 

Sul punto va registrata la differente visione della Regione Abruzzo che è intervenuta al convegno con il Vicepresidente Emanuele Imprudente il quale ha ribadito come l’Ente intenda insistere sulla strada fin qui seguita ritenendo che non occorrano ulteriori studi e che sia invece necessario agire rapidamente per risolvere il problema. Una esigenza, quella della rapidità, condivisa da tutti. Non c’è del resto alcuna necessità di ulteriori ricerche, perché gli studi già ci sono! Si tratta solo di adottare le soluzioni che questi propongono, andando poi a costante verifica della loro efficacia. Come ha evidenziato il Prof. Michele Amorena dell’Università di Teramo, che ha introdotto e moderato il dibattito, «è sbagliato pensare di fornire soluzioni semplici a problemi complessi» ed è ancora più sbagliato, ha aggiunto nelle conclusioni Dante Caserta, vicepresidente del WWF Italia, continuare con strategie che fino ad oggi si sono dimostrate a dir poco inefficaci. 

Più volte nel corso dell’incontro sono state richiamate le difficoltà che il mondo dell’agricoltura sta incontrando a causa del proliferare dei cinghiali, ma proprio per rispetto a questo mondo è compito di tutti attuare soluzioni efficaci se l’obiettivo è davvero quello di risolvere il problema dei danni alle colture e non quello di consentire la caccia tutto l’anno, persino all’interno di aree naturali protette.  

Una vera soluzione è possibile solo attraverso una strategia che coinvolga tutti i portatori di interesse e che si basi esclusivamente sulle evidenze scientifiche e sulle modalità più efficaci. In caso contrario, il rischio è che tra qualche anno avremo tanti cinghiali uccisi in più, ma con ancora più danni di quelli registrati ad oggi. Per questo l’intenzione dell’Università di Teramo e del WWF Abruzzo è quella di continuare a offrire occasioni di riflessione chiedendo disponibilità al settore dell’agricoltura attraverso le associazioni di categoria: solo un confronto aperto e tecnicamente supportato potrà aiutare ad adottare soluzioni davvero efficaci.

domenica 16 maggio 2021

Cia Abruzzo: “Mondo agricolo trascurato dalla modifica della legge sui danni da fauna selvatica”

Chieti. Più che colpi di fucile sembrerebbero fermi e pungenti colpi di fioretto, quelli riportati verbalmente nelle ultime dichiarazioni di  Mia-Agricoltori Abruzzo: “Il mondo agricolo non è stato tenuto minimamente in considerazione nella modifica dell’art. 44 della Legge Regionale 10/04 nei punti in cui disciplina il controllo della fauna selvatica, eliminando dall’emendamento da noi proposto la parte nella quale venivano reinseriti i cacciatori formati, apportando, inoltre, ulteriori modifiche peggiorative alla legge in vigore creando solo confusione”. Lo ha affermato il Presidente di Cia-Agricoltori Italiani Abruzzo, Mauro Di Zio, in seguito all’ultima seduta del consiglio regionale che aveva come oggetto la modifica dell’art. 44 della legge “Normativa organica per l’esercizio dell’attività venatoria, la protezione della fauna selvatica omeoterma e la tutela dell’ambiente”.

“Fatto di assoluta gravità, dal momento che sappiamo che la Polizia Provinciale e le guardie venatorie, per l’esiguo numero in cui sono presenti in Abruzzo, non sono sufficienti per intervenire in maniera efficace per ridurre i danni alle colture agricole, provocati dalla massiccia presenza della fauna selvatica”, aggiunge Di Zio sottolineando il fatto che l’Abruzzo attualmente sia l’unica regione italiana a precludere agli agricoltori la possibilità di ricoprire il ruolo di Presidente negli Ambiti Territoriali di Caccia. Nel 2020, i danni da fauna selvatica risultavano superiori ai due milioni di euro e la crescita di questi ultimi sembra non volersi arrestare. “Ormai è stato superato ogni limite di buon senso”, dichiara l’associazione di categoria che chiede l’immediata modifica della legge così come richiesto lo scorso febbraio.“Su questo punto saremo intransigenti e non escludiamo manifestazioni di piazza, chiamando a raccolta tutto il mondo agricolo se non si provvede nell’immediato”, continua Di Zio, concludendo che “A breve saranno inoltre inviate ulteriori proposte per una revisione dei regolamenti e leggi regionali attinenti il settore agricolo, al fine di risolvere l’annoso problema dei danni alle colture agricole e dei relativi indennizzi provocati dalla fauna selvatica”.

 Fonte: abruzzolive.it del 15 maggio 2021

giovedì 28 gennaio 2021

La caccia in braccata non serve. Lo dice anche l'ISPRA. Il WWF: “Ora si cambi passo nella gestione venatoria”

Comunicato stampa del 25 gennaio 2021

La caccia in braccata non serve per contenere né le presenze di cinghiali né i danni da questi causati, questa volta è la voce autorevole dell’ISPRA ad affermarlo

Il WWF: “Ora si cambi passo nella gestione venatoria”


Nel parere richiesto dalla Regione Abruzzo per il prolungamento della caccia al cinghiale al 31 gennaio, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), unico ente dello Stato deputato al rilascio dei pareri alle Regioni su caccia e fauna selvatica, pur dando assenso alla proroga, evidenzia chiaramente che la caccia collettiva in braccata non è lo strumento utile per contenere né la popolazione di cinghiale né i danni provocati dalla specie. Anzi l’Istituto precisa che il prolungamento della caccia al cinghiale difficilmente “avrà un qualche tangibile effetto nel contenimento dei danni che ci potranno essere tra la primavera e l'estate prossime”.

Le motivazioni sono quelle che più volte il WWF Abruzzo ha sostenuto e portato all’attenzione delle amministrazioni regionali che si sono susseguite: la caccia in braccata modifica la struttura delle popolazioni, comporta cambiamenti al ciclo riproduttivo favorendo la prolificità delle femmine, rischia di frammentare i gruppi familiari ed è per questo spesso controproducente rispetto all’obiettivo conclamato di ridurre il numero degli individui e i relativi danni. Favorisce inoltre una maggior mobilità dei cinghiali verso aree meno disturbate come quelle più prossime ai centri urbani o zone agricole più antropizzate, dove aumenta il rischio di danni, di incidenti stradali e di diffusione di malattie portate dalla specie.

“È arrivato il momento di affrontare il problema con dati ed evidenze scientifiche alla mano – dichiara Filomena Ricci, delegato regionale del WWF Abruzzo - e non utilizzare il pretesto dei danni da cinghiale per concedere sempre di più all’attività venatoria ottenendo come risultato solo quello di destabilizzare ulteriormente le popolazioni, come chiaramente afferma anche l’ISPRA. In Abruzzo si potrà cacciare il cinghiale fino al 31 gennaio, ma difficilmente i danni all’agricoltura e il rischio di impatto con autoveicoli saranno ridotti e allora a chi giova? Solo a un piccolo gruppo di cittadini che tra l’altro utilizzano una tecnica di caccia invasiva e impattante che crea disturbo anche a molte altre specie di animali.”

Il mondo agricolo, ma anche tutti i cittadini che rischiano gli impatti con gli autoveicoli, hanno il diritto di vedere affrontanti in modo serio le problematiche inerenti le loro attività lavorative e la loro incolumità.

“Il parere dell’ISPRA sulla caccia in braccata – dichiara Dante Caserta, vicepresidente del WWF Italia – fa cadere gli assunti delle ultime ordinanze della Regione Abruzzo e di diverse altre regioni secondo i quali l’attività venatoria rappresenterebbe uno stato di necessità per conseguire l'equilibrio faunistico venatorio e limitare il pericolo potenziale per la pubblica incolumità. Questo parere deve essere l’occasione per rivedere gli interventi sul territorio in materia di fauna selvatica e attività venatoria e per aprire un confronto tra le parti che miri davvero a risolvere le problematiche cambiando l’impostazione che per troppo tempo ha considerato la caccia come unica soluzione: questo miope approccio in realtà ha solo peggiorato la situazione sia per la diffusione delle popolazioni di cinghiale sia per la gestione dei danni”.


WWF Italia ONLUS, Abruzzo
abruzzo@wwf.it 

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martedì 27 ottobre 2020

Coldiretti: «L’Atc Salinello riveda le ultime decisioni»

TERAMO. «Il numero dei cinghiali presenti in Italia ha superato abbondantemente i due milioni di cui almeno centomila in Abruzzo e circa il 30% in provincia di Teramo, con una diffusione che ormai si estende dalle campagne alle città mettendo a rischio la sicurezza sulle strade». È l’allarme lanciato dalla Coldiretti in riferimento alle lamentele e preoccupazioni scaturite nel Teramano dopo la decisione del consiglio dell’Atc (ambito territoriale di caccia) Salinello di istituire, pur con il voto contrario di Coldiretti, nuove e più ampie “zone di rispetto venatorio” precluse alla caccia in cui i cinghiali si riprodurranno indisturbati. «Una decisione scellerata che, determinando un aumento esponenziale degli esemplari in circolazione, favorirà di fatto solo i cacciatori (che avranno più cinghiali da cacciare) ma penalizzerà le imprese agricole, che già ora devono fare i conti con conseguenze economiche insostenibili», dice Giulio Federici, direttore Coldiretti Teramo, che chiede l’immediata convocazione di un nuovo consiglio e una rivisitazione delle decisioni prese.

 

Fonte: ilcentro.it del 25 ottobre 2020

domenica 21 giugno 2020

CINGHIALI, CONFAGRICOLTURA: CACCIATORI CONTRO CACCIATORI

L’AQUILA – “Una babele di interessi contrapposti, una guerra di posizione con in mezzo agricoltori e allevatori che alimentano gratuitamente la fauna selvatica per soddisfare i piaceri di cacciatori e cittadini, felici di vedere ripopolati i borghi montani, non di bambini, ma di ogni sorta di animale selvatico, felicità che immediatamente tramuta in sconforto, se non addirittura dolore nel vedere le proprie auto danneggiate dagli incidenti e dalla morte degli animali che, se sono cervi, caprioli e lupi creano strazio e titoli sui giornali ma se sono cinghiali gramaglie più attenuate”.

Così in una nota Confagricoltura L’Aquila.

“Ora, anche le prese di posizione del Cospa, per bocca del suo presidente Dino Rossi allevatore e cacciatore noto ai più come polemista pungente, lasciano trasecolati – continua la nota -. Il prefato, con le sue ultime uscite, vorrebbe incarnare i buoni sentimenti sul benessere degli animali destinati alle pallottole distinguendo i fucili a seconda di chi li imbraccia”.

“L’enclave della Valle Subequana circoscritta dai parchi è notoriamente quella dove alberga il numero maggiore di animali selvatici che man mano hanno sostituito gli abitanti passati in 10 anni da 3.035 a 2.704 dispersi in 6 paesi 5 dei quali non superano le cinquecento anime. Poche attività commerciali, qualche artigiano e una trentina di imprese agricole condannate a morte dagli animali selvatici e dalla contrapposizione degli interessi di cacciatori e sacerdoti dell’ambientalismo metropolitano ciechi davanti al fallimento complessivo delle loro pratiche e politiche del tutto ininfluenti allo sviluppo dei borghi rurali”.

“In assenza di certezze economiche e imprenditoriali non sarà l’agricoltura a rilanciare queste zone, in barba a tutti i soldi spesi dalla UE per sostenerla. Certamente i fondi comunatari a pioggia illudono taluni a sfruttare un assistenzialismo senza dignità ed altri a lucrare in modo spudorato ingenti risorse pubbliche senza produrre nulla – prosegue Confagricoltura – . Ma ostacolare gli agricoltori che vogliono svolgere con dignità il lavoro ereditato da tradizioni famigliari antiche, oltre che stupido è un affronto al principio costituzionale della libertà di impresa”.

“Perciò il buonismo di Dino Rossi sulle forme di esercizio della caccia non è compreso da chi vuole la riduzione della fauna selvatica in eccesso come previsto dalle norme, costantemente eluse a causa del tacito accordo tra gli ambientalisti nostrani e il mondo venatorio che spesso non traggono da questa pratica solo gioia ma profitti ben consistenti in grado di sostenere anche investimenti nelle ‘ottiche notturne’ che costano dai 1.400 ai 1.800 euro, come ci informa il Rossi”.

“Agli agricoltori non gli si può chiedere di essere disposti a fare distinzioni poetiche, interessa produrre e vendere i frutti dei loro sforzi imprenditoriali per sostenere le famiglie e continuare a vivere in questi paesi dove si trova la propria terra”, conclude Confagricoltura.

Fonte: virtuquotidiane.it del 20 giugno 2020

domenica 14 giugno 2020

Caccia di notte, Italcaccia boccia Imprudente: «Atto illegittimo, in contrasto con la legge 157»

Monta la rabbia di alcune associazioni venatorie per la decisione della giunta regionale d’Abruzzo di autorizzare la caccia al cinghiale nelle ore notturne.

« La Regione Abruzzo, attraverso una delibera a firma dell’assessore Emanuele Imprudente (nella foto di apertura, ndr), dà il via alla caccia di sele-controllo per la specie cinghiale nelle ore notturne. Un atto, quello emanato dalla Regione, che potrebbe ritenersi illegittimo perché in pieno contrasto con la legge nazionale 157/92 che vieta espressamente l’esercizio dell’attività venatoria nelle ore notturne, soprattutto con l’uso di strumentazione non contemplata e prevista nelle legge stessa».

Attacca duro il presidente dell’Italcaccia, Francesco Verì, che poi aggiunge: «A riflettere bene, si ha l’impressione che la Regione Abruzzo, non abbia molto chiaro il concetto di selezione e controllo della specie, poiché è inconcepibile autorizzare la pratica venatoria nelle ore notturne per salvaguardare le colture in atto ma, nello stesso tempo, creare un pericolo per l’incolumità pubblica. E’ inammissibile, poi, – incalza Verì – da parte della Regione, non concedere l’abbattimento della specie cinghiale anche al singolo cacciatore attraverso munizioni a palla, nel periodo consentito come da calendario venatorio.

Pertanto, il controllo degli ungulati può essere tranquillamente risolto con molteplici altre soluzioni che, sicuramente, non arrecano pericolo al prossimo e, soprattutto, non arrecano pericoli ai singoli imprenditori agricoli che, nelle ore notturne, molte volte, sono impegnati nell’irrigazione di campi. A fronte di una netta diminuzione degli agenti preposti alla vigilanza venatoria – aggiunge il massimo dirigente regionale dell’Italcaccia – la possibilità di abbattimento durante tutto l’anno porterà ad un aumento esponenziale del bracconaggio e del disturbo della fauna selvatica che, solitamente, nelle ore notturne, esce per cibarsi.

Per questo – conclude Verì – ci siamo opposti a una norma che introduce la possibilità di cacciare gli ungulati nelle ore notturne, per quasi 22 ore al giorno. Una enormità che non darà nessuno scampo ai cinghiali che, nelle ore notturne, sono decisamente più vulnerabili. Un provvedimento, quello adottato dalla Giunta regionale, che già fa storcere il naso ai tecnici e, soprattutto, allo stesso mondo venatorio, che, ormai, da diversi decenni, è stanco di sopportare i continui disallineamenti con la legge nazionale 157/92».

lunedì 25 maggio 2020

Deregulation venatoria in Abruzzo: si vuole far sparare di notte e usando mezzi non consentiti. L’appello del WWF alla Regione: scelte assurde e pericolose, tornate alla ragione!

Comunicato stampa del 25 maggio 2020

Deregulation venatoria in Abruzzo: si vuole far sparare di notte e usando mezzi non consentiti.
Nuovi pericoli per l’Orso bruno marsicano.
L’appello del WWF alla Regione: scelte assurde e pericolose, tornate alla ragione!

Con sconcerto apprendiamo che la Regione Abruzzo è in procinto di discutere modifiche al Disciplinare-tipo per la caccia di selezione che prevedono, nelle aree critiche di presenza della specie individuate nella Regione Abruzzo, il prolungamento dell’attività di caccia al Cinghiale anche durante la notte e il ricorso a dispositivi quali visori notturni.

La richiesta della Regione ha già ottenuto parere positivo dell’ISPRA. L’Istituto richiama l’art. 21 della L. n. 157/92 che non sancisce uno specifico divieto dell’uso di visori notturni, si tralascia di citare il precedente art. 13 della stessa legge che al comma 5 vieta tutte le armi e tutti i mezzi per l'esercizio venatorio non esplicitamente ammessi dall’articolo stesso e i visori non sono tra i mezzi citati (sul tema la Corte di Cassazione si è espressa chiaramente con la sentenza 48459/2015).
Le modifiche al disciplinare-tipo permetterebbero la caccia in orario notturno anche nella ZPE e nella ZPC del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise e nei SIC con presenza dell’Orso bruno marsicano, seppur specificando in un allegato modalità operative ed eventuali limitazioni da concertare con gli Enti gestori. L’Orso bruno marsicano, com’è noto, è una sottospecie a fortissimo rischio di estinzione che la Regione Abruzzo è chiamata, insieme ad altri Enti, a tutelare, mettendo in campo tutte le azioni possibili per la sua salvaguardia. Prolungando l’attività di caccia di selezione anche nelle ore notturne, si va ad aumentare la pressione sui territori visitati da questa specie, che si muove principalmente di notte, amplificando il rischio di interferenza con le sue abitudini di vita. Inoltre, l’Orso ha un ampio areale di espansione e non è raro osservarlo, soprattutto nelle ore notturne, anche al di fuori delle aree dei SIC dove è acclarata la sua presenza e in tali zone non è prevista alcuna possibilità di limitazione dell’intervento venatorio.
Un’altra modifica che la Regione vuole inserire nel Disciplinare-tipo è l’abolizione del certificato di taratura per le carabine utilizzate nella caccia di selezione e sostituirlo con una autocertificazione. Una disposizione che ha dell’incredibile ed è estremamente pericolosa, a discapito della pubblica sicurezza. Senza il certificato di taratura rilasciato dai poligoni o dai campi di tiro non è possibile infatti assicurare la precisione del colpo sparato che potrebbe arrivare a colpire anche diversi metri lontano dall’obiettivo.
Dichiara Filomena Ricci, Delegata regionale del WWF: “Le disposizioni in materia di caccia della Regione Abruzzo ormai sono contrarie alla legge e al buon senso da diversi anni e soltanto con i ricorsi ai giudici amministrativi si riesce a ristabilire la legittimità degli atti. La Regione Abruzzo rifiuta di confrontarsi su queste tematiche con le Associazioni Ambientaliste, ci costringe di fatto alle vie giudiziarie e spreca il denaro degli abruzzesi in cause che puntualmente perde. Tra l’altro da decenni si affronta il problema cinghiali affidandosi alla caccia senza prendere atto del sostanziale fallimento di una tale scelta: i fatti e le ricerche scientifiche condotte in tutta Europa dimostrano che la caccia è uno dei principali fattori responsabili dell’aumento del numero dei cinghiali, esattamente il contrario di quello che la Regione, prona agli interessi della parte più retriva del mondo venatorio, continua a pensare”.

WWF Italia ONLUS, Abruzzo
Facebook: WWF Abruzzo

domenica 15 dicembre 2019

Spara al cinghiale ma viene azzannato a gamba e polso

PALOMBARO. Spara al cinghiale senza ucciderlo, l’animale lo carica e lo ferisce. Tanta paura ma per fortuna conseguenze non gravi per un cacciatore 73enne di Pennapiedimonte. Ieri mattina A.D.G. si trovava insieme ad altri cacciatori in località Vallone, a Palombaro, per una battuta di caccia al cinghiale in braccata. Intorno alle 10,30 il gruppo si è trovato davanti a un esemplare del peso di oltre un quintale. Il cacciatore ha puntato e sparato con il suo fucile, ma senza colpire a morte l’animale che, ferito e dolorante, ha reagito con violenza. Secondo una prima ricostruzione A.D.G., colto alla sprovvista, ha provato a colpirlo di nuovo con un proiettile, ma l’arma si è inceppata. Allora il 73enne si è girato di spalle, d’istinto, per pararsi dall’assalto del cinghiale, che lo ha colpito con la zanna alla gamba e al polso sinistro. A quel punto sono intervenuti i compagni di braccata, che hanno abbattuto l’animale. Subito dopo hanno allertato i soccorsi.
Sul luogo dell’incidente sono arrivati prima un’ambulanza del 118 e poi l’elisoccorso, che ha trasportato il ferito al policlinico di Chieti. Qui l’uomo, titolare di un locale a Pennapiedimonte ed esperto cacciatore di cinghiali, è stato ricoverato. Le sue condizioni non sono gravi. I carabinieri di Palombaro hanno ricostruito la dinamica del ferimento. «I cinghiali sono diventati un’emergenza insostenibile», commenta il sindaco Consuelo Di Martino, «chi ricopre ruoli nelle istituzioni sovracomunali, a cui più volte abbiamo chiesto aiuto, non si rende conto di quella che è la nostra emergenza. E’ pericoloso anche fare una passeggiata la sera, perché i cinghiali raggiungono le abitazioni».

Fonte: ilcentro.it del 10 dicembre 2019

domenica 10 novembre 2019

CINGHIALI: 7,8% AFFETTI DA EPATITE E AREA CHIETINO-LANCIANESE, PERICOLI LEGATI A CONSUMO CARNE CRUDA

CHIETI - L'Abruzzo, con il 22,2% rispetto al totale dei casi registrati a livello nazionale, è la regione maggiormente colpita dall'Epatite E, malattia dei suidi sostenuta da un virus (HEV) in grado di trasmettersi da animale ad animale e che può passare all'uomo per via alimentare: in Abruzzo è infatti assai frequente il consumo di carne suina cruda o poco cotta (salsicce di carne e di fegato, anche di cinghiale).

Il Servizio veterinario di Sanità animale della Asl Lanciano Vasto Chieti, diretto da Giovanni Di Paolo, ha sviluppato uno studio sperimentale sui cinghiali cacciati al fine di determinare in tale popolazione (circa 6.000 esemplari) non tanto la positività sierologica di tali animali, segno di un contatto con il virus, ma la reale presenza del virus stesso dell'epatite E attraverso specifiche tecniche di isolamento.

I risultati dello studio sono stati giudicati molto interessanti dalla comunità scientifica internazionale e sono stati presentati alla "100^ Conferenza mondiale dei ricercatori delle malattie infettive animali" che si è appena tenuta a Chicago (Illinois), negli Stati Uniti.

Allo studio, insieme a Giovanni Di Paolo e ad Angelo Giammarino del Servizio veterinario di Sanità animale della Asl hanno collaborato Fabrizio De Massis, Giuseppe Aprea, Silvia Scattolini, Daniela D'Angelantonio, Arianna Boni, Francesco Pomilio e Giacomo Migliorati dell'Istituto zooprofilattico di Teramo e il tecnico della prevenzione Chiara Morgani.

In particolare, il virus è stato ricercato nel fegato e nella cistifellea di 102 cinghiali provenienti dai Comuni ricadenti nell'Ambito territoriale di caccia (Atc) Chietino Lancianese.

I risultati delle analisi hanno evidenziato la presenza del virus nelle matrici di otto cinghiali, evidenziando una percentuale di infezione del 7,8% (numero di soggetti infetti sul totale dei capi testati).

L'indagine ha voluto inoltre determinare l'eventuale sieropositività al virus dell'epatite E dei cacciatori che hanno avuto contatto con i capi infetti; in questo caso, nessuno dei cacciatori è risultato infetto.

In situazioni di "stretto" contatto, il virus dell'Epatite E può infatti passare dai suidi infetti all'uomo attraverso il consumo di carne o fegato senza un adeguato trattamento termico, determinando l'insorgenza della malattia che, seppur asintomatica nella maggior parte dei casi, può a volte manifestarsi con i sintomi classici di un'epatite acuta (febbre alta, dolore addominale, ittero). Molta importanza nella trasmissione della malattia è data al cinghiale, che è in grado di ospitare il virus fungendo da fonte di infezione per l'uomo (reservoir).

Fonte: abruzzoweb.it del 09 novembre 2019

domenica 28 luglio 2019

WWF: la Regione fermi la caccia notturna nell’area peri-urbana di Penne

Comunicato stampa del 27 luglio 2019

Non esiste alcuna autorizzazione prefettizia. Urgente impedire gli spari prima che accadano tragedie

La Regione fermi la caccia notturna nell’area peri-urbana di Penne

L’attività venatoria notturna in aerea peri-urbana a Penne non è stata in alcun modo autorizzata dalla Prefettura di Pescara: il Prefetto del capoluogo adriatico, dott.ssa Gerardina Basilicata, ha inviato alla direzione dell’Oasi WWF e Riserva “Lago di Penne” e al sindaco della città una precisazione al riguardo nella quale spiega che le competenze in tal senso sono della Regione. “Mi sono immediatamente scusato con il Prefetto – spiega Fernando Di Fabrizio, direttore dell’Oasi – ma ero stato tratto in inganno da informazioni verbali avute da un dipendente regionale al quale avevo incautamente creduto”.

Al di là dell’involontario errore resta un problema di fondo: la caccia cosiddetta di selezione nelle ore notturne in un’area prossima alla Riserva e accanto a sentieri frequentati da turisti e residenti, oltre a essere sostanzialmente inutile per il contenimento dei cinghiali, è certamente pericolosa per la pubblica incolumità. Non a caso il sindaco di Penne aveva proibito gli spari in quella zona proprio per tutelare cittadini e turisti.

Del resto il pressapochismo con il quale la Regione da anni gestisce l’attività venatoria ha portato a decine di ricorsi, del WWF e di altre associazioni ambientaliste ma a volte anche delle organizzazioni dei cacciatori, nei quali l’Ente è stato quasi sempre sconfitto. Ogni azienda o organizzazione diffiderebbe dei consigli di presunti tecnici che hanno portato a esiti puntualmente negativi. Il governo regionale, di qualsiasi colore politico sia la maggioranza di turno, invece insiste e colleziona brutte figure a ripetizione, quasi con tutti i calendari venatori dell’ultimo decennio.

In questo caso la situazione è ancora più grave visto l’allarme suscitato in decine di residenti e vista l’oggettiva pericolosità dei ripetuti spari nella notte a due passi dalla città e ancora più vicino al Sentiero Serafino Razzi, ripristinato nel 2018, che collega il centro storico con la Riserva.

“Ci spiace dell’equivoco che si è creato con il Prefetto di Pescara”, sottolinea il delegato regionale del WWF Abruzzo Luciano Di Tizio, “A questo punto chiediamo però alla Regione di sospendere immediatamente ogni forma di caccia a ridosso delle aree urbane. È chiaro che chi ha sbagliato dovrà risponderne ma è intanto importante fermare comportamenti a rischio prima che accadano tragedie e non dopo, quando potrebbe essere troppo tardi”. 
 

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

Spari nella notte lungo il sentiero tra l’Oasi di Penne e il centro urbano. La denuncia del WWF

Spari nella notte lungo il sentiero tra l’Oasi di Penne e il centro urbano. La denuncia del WWF Abruzzo: messa in pericolo incolumità visitatori

Penne. “Spari nella notte a due passi dalla città e ancora più vicino al Sentiero Serafino Razzi, ripristinato nel 2018, che collega il centro storico con la Riserva naturale regionale e Oasi WWF “Lago di Penne”. Il sentiero con soli due km lungo il Fosso della Sardella conduce numerosi visitatori, sportivi, escursionisti e ciclisti nella zona della Pinetina dove si sviluppano, ad anello, dieci km di percorsi attorno al lago ed è, soprattutto in questo periodo di grande caldo, frequentato anche di notte”, questa la segnalaziono contenuta in una nota diramata dal WWF Abruzzo.

“Spesso pure i bambini ospiti del CEA “A. Bellini” per i campi estivi del WWF (organizzati dalla cooperativa Samara) frequentano nottetempo i sentieri della riserva (ovviamente anche il Serafino Razzi) per ascoltare usignoli e fare esperienze sensoriali al buio. Questo da anni, senza alcun problema -prosegue la nota – In questi giorni invece sono in atto battute selettive notturne al cinghiale nella zona del Carmine e lungo il sentiero Serafino Razzi, battute in deroga alle leggi ordinarie sulla caccia che sembra siano state autorizzate dalla Prefettura di Pescara”.

“Le cooperative che operano nel territorio e i residenti lo hanno ben notato e la Riserva si è fatta portavoce delle loro allarmate segnalazioni scrivendo ieri una articolata lettera, con diversi allegati, indirizzata al Prefetto di Pescara Gerardina Basilicata e al sindaco di Penne Mario Semproni, per segnalare l’enorme pericolo per la inclumità pubblica (oltre all’ovvio disturbo dato da spari a notte fonda in aree peri-urbane). Nel testo si ricorda che la Riserva si occupa del monitoraggio della popolazione di cinghiali dal 2012; ebbene negli ultimi due anni si è registrato un calo dovuto soprattutto alla nevicata eccezionale del 2017, con la terribile valanga su Rigopiano, che ha decimato i piccoli e i giovani e alla presenza sempre più frequente del lupo: circa il 70% delle prede di questo carnivoro è rappresentato infatti proprio dai cinghiali. La caccia al di fuori dei periodi consentiti e più che mai di notte rappresenta dunque una inutile fonte di pericolo senza apportare alcun serio contributo al contenimento dei cinghiali che, se davvero necessario, potrebbe essere garantito con altri metodi: l’attivazione di recinti di cattura all’interno della Riserva ha consentito ad esempio il prelievo di 23 esemplari su 31 catturati, in un solo giorno di sperimentazione (8 giugno 2019)”.

“È invece ben noto – conclude il WWF – che la sola pressione venatoria comporta risultati di segno opposto a quelli attesi: studi compiuti in tutta Europa dimostrano che la caccia destruttura i branchi causando un aumento dei danni alle colture e, colpendo le femmine adulte, accelera la maturazione delle giovani, con crescita numerica dei capi. “Un danno più che un vantaggio, ma ciò nonostante – osserva il delegato regionale del WWF Abruzzo Luciano Di Tizio – una politica miope continua a guardare ai fucili come unica soluzione rincorrendo il consenso elettorale di poche centinaia di cacciatori a dispetto del rispetto della legge e del buonsenso e degli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini”.

Fonte: pescaralive.it del 24 luglio 2019

giovedì 20 giugno 2019

Cinghiali, il professor Mazzatenta: "L’abbattimento massiccio li fa riprodurre ancora di più"

L'abbattimento massiccio non diminuisce, ma aumenta il numero dei cinghiali. Soprattutto se attuato con la tecnica della braccata.

È la conclusione cui è giunta la ricerca del professor Andrea Mazzatenta, docente di psicobiologia e psicologia animale all'Università di Teramo, che ieri ha presentato in risultati dello studio nel dibattito dal titolo Il buono, il brutto e il cattivo. Le ragioni biologiche della diffusione del cinghiale e i problemi giuridici annessi, organizzato e moderato dall'avvocato Angela Pennetta, presidente del comitato civico L'Arcobaleno. Nel Teatro Figlie della Croce si sono confrontati i professori Mazzatenta e Corrado Cipolla d'Abruzzo, esperto balistico, il presidente del Tribunale, Bruno Giangiacomo e il giudice di pace Alessandra Notaro, che hanno parlato degli aspetti giuridici legati ai danni causati dai cinghiali, e il sindaco di Vasto, Francesco Menna.

Mazzatenta, nelle slide mostrate ai numerosi presenti, ha ricordato che in Toscana, con l'abbattimento, "il numero di esemplari è raddoppiato, raggiungendo le 200mila unità".

"I motivi sono diversi. Ci sono cause remote e cause prossime. Inizialmente, negli anni Cinquanta, sono stati introdotti cinghiali dall'Est Europa, molto più prolifici e più grandi e di facile adattamento rispetto al nostro piccolo cinghiale italico. A questo si sono aggiunti problemi che hanno spostato, dal punto di vista biologico, la riproduzione di questo animale, per cui siamo andati da una riproduzione naturale con strategia K a una riproduzione innaturale, di alta pressione, con strategia R. Quando il cinghiale è pressato, siccome è una preda, mette in moto meccanismi fisiologici per aumentare il numero degli individui della specie ed evitare di estinguersi. Paradossalmente, più noi lo pressiamo, gli spariamo, anche con tecniche molto invasive come la braccata che, tra l'altro, è stata appena sospesa dal Tar toscano il 9 maggio di quest'anno, succede il contrario di quello che ci aspettiamo: il numero di cinghiali aumenta invece di diminuire, perché la società del cinghiale è matriarcale, basata sulle famiglie governate dalle matrone, che emettono una sostanza particolare denominata feromone, che blocca l'estro delle femmine". Quando la mamma viene uccisa, "si liberalizza la riproduzione delle figlie, perché viene a mancare questo blocco fisiologico della riproduzione. Di conseguenza, invece di avere 5-6 cuccioli da una mamma anziana, si avranno da 7 a 10 cuccioli da femmine giovanissime e questo porterà a un incremento esponenziale della riproduzione, quindi, si avranno 50-60 cuccioli da una famiglia. Discorso simile per i maschi. Se si uccidono i maschi anziani, che sono molto potenti, si da il la a maschi giovani, che fanno riprodurre in maniera esponenziale le femmine".

Il rimedio, secondo Mazzatenta, non è l'abbattimento: "Le strategie sono molteplici. Una di queste è far invecchiare le popolazioni di cinghiale, dare delle aree cuscinetto, limitare la pressione sull'animale, che diventerà stanziale, tenderà a muoversi molto meno, diventerà territoriale, si muoverà pochissimo, entro un'area come quella di una fattoria. Per limitare gli incidenti stradali: contare i punti di attraversamento, creare dei varchi sotto le strade in corrispondenza di questi attraversamenti ed introdurre dei rallentatori luminosi, che hanno dei sensori di prossimità e, quando si avvicinano i cinghiali, emettono delle luci, per cui l'automobilista può rallentare la velocità. Per evitare l'ingresso nei campi coltivati, si può fare ricorso alle recinzioni elettrificate e ci sono tante altre tecniche".

Le relazioni di Mazzatenta e Cipolla hanno suscitato un vivace dibattito. Un agricoltore è intervenuto più volte dalla platea per contestare quanto affermato da due relatori e raccontare di aver subito danni per decine di migliaia di euro. Michele Bosco, presidente dell'associazione Terre di Punta Aderci, che ha raccolto 2mila firme a sostegno della petizione consegnata alla Regione, ha raccolto la sfida di unire le forze del comitato che presiede e di quello di Angela Pennetta.

Sotto l'aspetto giuridico, il presidente del Tribunale di Vasto, Bruno Giangiacomo, ha sottolineato l'importanza dell'opera di prevenzione, necessaria ad evitare i danni e le conseguenti azioni risarcitorie.


Fonte: zonalocale.it del 16 giugno 2019

sabato 15 giugno 2019

CINGHIALI: RISERVA PENNE, ''CACCIATORI CONTRARI A RECINTI PERCHE' FUNZIONANO'

GESTORI A ROSSI (COSPA), ''DA LUI ACCUSE GRAVI E GRATUIITE, NOSTRA SPERIMENTAZIONE IN PIENA REGOLA ED EFFICACE'', ''BESTIALITA' VOLER APRIRE CACCIA IN UNA RISERVA''.
 
CINGHIALI: RISERVA PENNE, ''CACCIATORI CONTRARI A RECINTI PERCHE' FUNZIONANO''
di Filippo Tronca


PENNE - "Il motivo per cui i parte dei cacciatori sono contrari ai recinti di cattura è semplicissimo: funzionano bene, e riducono il numero di cinghiali, e dunque i danni alle colture. E loro avrebbero meno animali a cui sparare".

Una replica secca, e che va al nocciolo del contendere, quella di Osvaldo Locasciulli, biologo della Cogecstre, che gestisce la Riserva naturale regionale lago di Penne, in provincia di Pescara, che si aggiunge alle durissime considerazioni del presidente Fernando di Fabrizio, uniti nel contrattaccare al fuoco di fila di accuse dell'allevatore e cacciatore Dino Rossi. dell'associazione Cospa.

Rossi ha presentato una segnalazione alla Procura della Repubblica di Pescara, dopo che il consiglio comunale di Penne, l'8 maggio scorso, ha approvato un regolamento per ridurre il numero di cinghiali nell’area protetta della riserva, tramite l’adozione di recinti di cattura, di cui uno entrato in fase di sperimentazione, catturando già 30 ungulati. Rossi ritiene infatti l'iniziativa "illegale", in quanto a suo dire "la legge italiana vieta l'utilizzo delle gabbie, e le direttive della Comunità Europea, ritiene questo metodo "non selettivo della specie, e pericoloso per altre specie di animali". E comunque nel caso di Penne, per Rossi ci sarebbero "irregolarità nella fase di costruzione" delle gabbie, e soprattutto, in ogni caso non può essere un Comune a decidere di collocare gabbie di cattura, ma semmai la Regione. Rossi infine ribadisce contro gli "animalisti di turno" che l'unica soluzione è sparare ai cinghiali, anche dentro i Parchi e le Oasi

Tutto falso e fuorviante, ribatte però punto su punto ''l'ambientalista di turno'' Locasciulli.

"Se il signor Rossi ritiene che la legge sia stata violata, faccia quello che ritiene giusto, noi non abbiamo proprio nulla da temere", esordisce, entrando poi nel merito del progetto in fase di sperimentazione nell'Oasi.

"L'iniziativa è nata a seguito di una richiesta di agricoltori e allevatori che vivono e lavorano dentro l'area protetta, danneggiati dal numero eccessivo di cinghiali. Abbiamo pertanto attivato un piano che prevedeva come soluzione ottimale per un' area protetta l'utilizzo di un recinto di cattura. Ci siamo attenuti ovviamente a tutte le normative di legge, in liena con quanto raccomanda l'Ispra nelle ''Linee guida per gestione del cinghiali nelle aree protette".

Del resto, spiega Locasciulli, “la nostra è un'area protetta di pochi chilometri quadrati, frequentata tutti i giorni da molti turisti, ma anche abitata da 150 nuclei familiari, e buona parte delle terre è coltivata. Da qui la scelta più logica, quella dei recinti di cattura. Nel Parco nazionale del Gran Sasso Monti della Laga sono stati catturati oltre 10 mila cinghiali, e avviati alla filiera che prevede il trasporto in mattatoio, o in aree faunistiche venatorie”

Assurda l'alternativa di aprire la caccia nell'area protetta. “ Rappresenterebbe un grave pericolo per la pubblica incolumità: si usano infatti armi che hanno gittata a anche di 5 o 6 chilometri, si rischia seriamente di abbattere esseri umani, oltre che cinghiali. Altro rischio è il rapporto tra colpi sparati, e animali abbattuti, i primi sono molto più numerosi, in che significa che molti animali vengono solo feriti, e diventano molto pericolosi”.

Ancor più nel merito delle accuse di Rossi entra il presidente Cogecstre Fernando Di Fabrizio, che ha già dato mandato ad un legale di verificarne i presupposti di una querela.

“Innanzitutto è da contestare fermamente l’assunto – esordisce Di Fabrizio - che vuole il metodo di cattura attuatosi all’interno della Riserva 'non selettivo della specie, e pericoloso per altre specie di animali'. Il modello di cattura attuato è dotato di ben quattro modi di controllo visivo. Il sistema di scatto non è meccanico e casuale, ma viene, al contrario, monitorato in diretta, e la chiusura del recinto è azionata da un operatore che può quindi decidere lui l’esatto momento della cattura, riducendo così i tempi di permanenza degli animali selezionati, ed aumentando, all’un tempo, l’efficienza complessiva dell’impianto”.

Da contestare, anche l'insinuazione relativa all' "irregolarità nella fase di costruzione" delle gabbie.

"Anche in questo caso l’assunto è apodittico ed indimostrato – attacca il presidente Cogecstre - , giacché l’impianto è stato sottoposto a verifica da parte di un ingegnere qualificato che ha redatto una relazione di collaudo. Pure indimostrata è la circostanza secondo cui: 'Queste trappole, gabbie o chiusini, che in realtà non si capisce cosa sono, se si tratta di attrezzatura o macchinari, comunque sono di oggetti costruiti abusivamente senza una scheda tecnica, senza calcoli della porta basculante messa all’estremità, senza il calcolo di rottura del cavo d’acciaio che mantiene sospeso il portellone di chiusura una volta che l’animale è dentro'. Ancora una volta, vale rimarcare l’assoluta imprecisione ed approssimazione del giudizio espresso, giacché non esiste alcun cavo di acciaio nel recinto, laddove, al contrario, risultano redatte apposite schede tecniche per ogni elemento portante della struttura".

Per Di Fabrizio anche i giudizi espressi circa i ruoli e le competenze degli enti coinvolti si dimostrano del tutto infondati.

"La Regione Abruzzo ha demandato la gestione della Riserva Naturale Controllata al Comune di Penne con Legge 26 del 1987, in applicazione dell’articolo 8 della legge regionale 61 del 1980. Anche la legge regionale 38 del 1996 sancisce che è il Comune a gestire la Riserva. Inoltre la Regione Abruzzo ha sollecitato le Riserve naturali, con due recenti Tavoli sull’Emergenza Cinghiali, in presenza delle varie autorità coinvolte (Prefettura, Carabinieri forestali, Vigilanza provinciale, sindaci ed Aree protette) ad avviare urgentemente tutte le azioni possibili allo scopo di limitare la presenza eccessiva (e persino, allarmante) dei cinghiali all’interno delle Aree protette, e di tal guisa, avviandosi così il sistema (ormai già collaudato all’interno dei Parchi Nazionali e Regionali) dei recinti di cattura".

Ma soprattutto, spiega Di Fabrizio, è fuori dal mondo l'affermazione secondo la quale "l’abbattimento della fauna selvatica che, oltre a pagare le tasse regionali e governative, muove un’economia consistente".

“E' una valutazione non in linea con quanto si legge nel Rapporto su 'L’Economia reale nei Parchi Nazionali e nelle Aree Naturali Protette'. Il Ministero dell’Ambiente e Unioncamere citano la Riserva Naturale Regionale Lago di Penne, come esempio di sistema nazionale: le aree protette come laboratori in grado di coniugare tutela della natura, sviluppo economico e nuovi modelli imprenditoriali. Nella Riserva di Penne, oltretutto, operano numerose cooperative, ben otto, legate con attività compatibili alla stessa Riserva, e dunque, non potrà essere di certo la caccia a mettere in crisi un sistema culturale, scientifico, economico e sociale ormai più che collaudato da oltre un trentennio”.

Quanto alla paventata l’estensione della caccia all’interno delle aree protette, Di Fabrizio ribatte che è “in palese violazione delle stesse disposizioni di legge, oltre ai principi di rilievo comunitario”.

E' poi falso che “queste trappole oltre a essere vietate, non rispecchiano la normativa sul benessere animale tanto sbandierata dagli animalisti di turno" e che "gli animali catturati hanno spesso divelto le grate della gabbia e sono fuggiti e gli altri rimasti intrappolati si sono fatti male tanto da lasciare il sangue fino a tre metri di altezza sulla gabbia", come ha sostenuto Rossi.

"Il recinto di cattura è alto due metri – spiega infatti Di Fabrizio - la sperimentazione attuatasi il 31 maggio 2019 è stata temporanea allo scopo di verificare lo stato di stress degli animali, tanto che la settimana successiva in presenza del Veterinario della Asl di Pescara, dottor Silvio Cardone, i cinghiali non hanno subito alcun maltrattamento, come attestato negli stessi documenti ufficiali redatti e agli atti. Anche l’ispezione sul recinto di cattura di Penne da parte del Dipartimento di Prevenzione per il Benessere Animale della Asl di Pescara non ha dato luogo a rilievi di alcun genere. Del resto, la procedura per il monitoraggio e controllo numerico per il ripristino degli equilibri ecologici all’interno dell’area protetta ha seguito un iter piuttosto minuzioso ed articolato iniziatosi già nel 2013 con continui monitoraggi. Le autorizzazioni da parte dell’Ispra per le catture di cinghiali all’interno della Riserva si sono ripetute nelle annualità 2017, 2018 e 2019. E’ stato avviato il monitoraggio sanitario e per la verifica dello stato sanitario degli animali trattati, da parte dell’Istituto Zooprofilattico di Teramo, e si è in attesa di conoscerne risultati. Per cui è del tutto evidente che il metodo sperimentato nella Riserva Naturale per il controllo numerico degli ungulati, tutela al massimo grado possibile lo stato sanitario ed il benessere degli animali grazie alla presenza dei veterinari lungo tutto il percorso della filiera".

Di Fabrizio rileva poi che “il dato emerso, sorprendentemente e con forza, nel corso del Seminario formativo tenutosi a Penne il 1° giugno 2019, è che l’alto numero di carcasse di cinghiali abbattuti con armi da sparo si sono rivelate del tutto inutilizzabili a causa delle pessime condizioni delle carni (oltre il 60% degli animali portati al mattatoio di Avezzano). Gli stessi veterinari hanno segnalato la presenza di pallottole illegali all’interno delle stesse carcasse. Bisognerebbe, infine, verificare se il numero degli esami eseguiti dall’Izsam previsti per legge corrispondono al numero dei cinghiali effettivamente abbattuti in Abruzzo”.

Se Rossi sostiene che "i Parchi e le oasi sono tutt’ora la distruzione dell’ambiente e l’unica cosa di concreto che fanno è preservare un serbatoio di voti e un proliferare di animali senza controllo”, Di Fabrizio risponde a muso duro.

"A parte la gratuità (e gravità) dell’assunto, resta persino l’incomprensibile allusione a chi sia chiamato a reintrodurre animali non autoctoni all’interno delle Aree protette (attività rigorosamente vietata dalla legge), ed altrettanto è a dirsi per i “lupi neri” che spingerebbero i cinghiali 'più cattivi' nelle aree urbane. In realtà è noto a tutti che animali selvatici, braccati e feriti, o solo disturbati dai cani (che inseguono ogni singolo cinghiale), trovano rifugio dove la caccia è vietata, e dunque, nelle aree protette e nei centri urbani. I nuovi recinti di cattura sono strumenti piuttosto efficienti per il controllo dei cinghiali dove la caccia rappresenta un pericolo per l’incolumità pubblica (sono troppi gli incidenti di caccia che si verificano ogni anno in italia nelle zone affollate). I recinti possono essere utilizzati bene, rispettando le normative vigenti, come è dimostrato in molte aree protette italiane. Dalla Stampa di Cuneo si apprende che oggi anche la Coldiretti organizza corsi per il controllo della fauna selvatica da parte degli agricoltori con i recinti di cattura”.

lunedì 4 febbraio 2019

Riaperte alla caccia le ZPS della Provincia di Chieti. EPS Abruzzo: danno per la biodiversità

EPS Abruzzo

- Comunicato stampa –

«Penelope e il cinghiale»
La sconfitta della caccia sostenibile nella Regione Abruzzo


E’ dai tempi della giunta Chiodi e senza soluzione di continuità - a dimostrazione del fatto che fra la politica e la caccia non v’è alcuna relazione diretta di favore o sfavore - che il mondo venatorio abruzzese, e così la componente faunistica della Regione Abruzzo, subiscono, calati dall’alto senza concertazione e condivisione alcuna, provvedimenti assai discutibili, inidonei a provocare un salto di qualità della gestione faunistico-venatoria.

I provvedimenti su lepre italica, coturnice, beccaccia, il pessimo regolamento ungulati (cioè cinghiale), i censimenti, molte misure Patom, hanno introdotto regole e finzioni, hanno dimostrato minuetti tanto complicati quanto inutili, giacché favoriscono agevoli elusioni e consentono ogni anno, all’approssimarsi della stesura del calendario venatorio, di assistere alla solita solfa dell’assenza di dati e di restrizioni (in tal senso quasi autodeterminate) anche su specie che giammai vengono gestite, ma soltanto “lanciate”, come il fagiano.

L’ultima novità è rappresentata dalla riapertura alla caccia tutta delle zone di ripopolamento e cattura costiere della Provincia di Chieti.

Nulla quaestio in ordine al legittimo potere esercitato dalla Regione. Purtuttavia l’intervento, giustificato con l’esigenza di contenere i cinghiali e appoggiato sulla previsione del non ancora vigente nuovo Piano faunistico venatorio, non convince affatto. E, anzi, dimostra che l’Ufficio competente non si cura affatto né della gestione né del prelievo venatorio di specie diverse dall’irsuto suide e che tutto è contagiato dalla “febbre” cinghiale.

Vi è, infatti, che nel sistema di “caccia controllata” a carniere teorico, disegnato dalla ormai incancrenita legge nazionale e dalla pessima legge regionale abruzzese (per la cui modifica stiamo ancora aspettando quattordici anni di promesse politiche, persino nei punti – come per la vigilanza e gli esami - che in seguito allo svuotamento delle funzioni delle Province a seguito della riforma “Del Rio” sono diventati di indifferibile revisione), il territorio venabile, ai fini della sopravvivenza ed irradiamento della selvaggina, stanziale e migratrice, non può non prevedere ancora una distribuzione a scacchiera di zone rifugio che, peraltro, dovrebbero essere “gestite”, per espressa previsione normativa, e non soltanto lasciate tabellate e abbandonate a sé stesse.

Certamente la distribuzione di queste aree doveva essere rivista, in funzione della specifica collocazione, estensione e degli habitat che incorporano, nonché dell’interferenza con eventuali aree protette ed aree Natura 2000. Ma la soppressione tout-court, in nome della incapace gestione del cinghiale, costituisce un vulnus anche per la stessa conservazione della biodiversità che vi trova riparo e sopravvivenza. E, per questo, sarebbe stato necessario attivare anche le procedure previste per le valutazioni ambientali di competenza.

Non ci si può, del resto, affidare all’ipotetica attuazione, in loro vece, da parte degli Atc delle c.d. “zone di rispetto venatorio”, giacché, com’è noto, la gestione degli ambiti a volte è tutt’altro che imparziale, ma sovente localistica e attuata quasi col manuale “Cencelli” in ragione delle esigenze dei tesserati riferiti a ciascun componente del comitato di gestione.

E, se questa è l’impostazione del “minimale” nuovo Piano faunistico venatorio (ovviamente soltanto imposto e giammai concertato, e per giunta ancora una “bozza”, quanto a validità giuridica) ben c’è da essere preoccupati. Del resto, basta un confronto con i piani di altre regioni (Piemonte e Lombardia, ad esempio) per scoprirne le carenze e le manchevolezze.

E’ ora di dire basta. La scusante del cinghiale non può rappresentare l’appiglio per disfare anche quel che di buono era rimasto. Del resto, è ormai chiaro a tutti che l’«emergenza cinghiale» non si risolve con la caccia, ma abbisogna di un approccio multidisciplinare e di regole di gestione completamente diverse. Il fallimento, anche nelle altre regioni, dei soli strumenti venatori che si stanno tentando di imporre, ne è una dimostrazione.

La progressiva scomparsa dei campi coltivati, lo stacco netto tra la macchia esondante e le coltivazioni globalizzate o strade o centri abitati, ha portato i cinghiali dovunque. Gli habitat a loro favorevoli si creano con il semplice mancato sfalcio di un piccolo campo per un paio d’anni o la mancata coltivazione di un vigneto per lo stesso periodo. Nel mentre, pesa l’abbandono delle coltivazioni di montagna e l’uso tradizionale antropico dei boschi. In queste zone i cinghiali si stanno rarefacendo.

La modificazione del paesaggio agrario (ma più in generale agro-silvo-pastorale) tradizionale è un fenomeno ineluttabile per buona parte dell’Italia ed è oggetto da un po’di anni a questa parte di specifiche ricerche. Tutto ciò con la normale conseguenza dell’appropriazione di questi nuovi spazi da parte della fauna selvatica tutta (grandi carnivori compresi) anche in ambiente periurbano e urbano.

In questo contesto, la soluzione della caccia e degli abbattimenti è soltanto “emergenziale”, a volte è un palliativo e si scontra, appunto, con la primaria ed imprescindibile necessità di intervenire sugli habitat. E, per intervenire su questi occorre ridisegnare la programmazione dell’attività agricola nel nostro paese, anzi occorre proprio rivedere la vocazionalità specifica e, anche in ragione della ineluttabile crisi, consentire un ritorno all’economia tradizionale dell’agricoltura, piuttosto che lasciar fare alla mano della globalizzazione, che spiana e distrugge ogni tipicità, ogni biodiversità, ogni economia locale. Non è un caso che gli uffici “caccia” (rectius, di “gestione faunistico-venatoria”, come dovrebbero essere) siano incardinati presso le direzioni agricoltura. Il legame tra caccia è modo agricolo è un cordone ombelicale che è stato reciso alla nascita, sin dalla creazione del sistema di caccia sociale nella riforma del 1967, ma in realtà è l’unico afflato che consente la migliore convivenza, se non la sopravvivenza di entrambe le attività.

La caccia può rappresentare “uno” degli strumenti di gestione faunistica, ma non è certamente l’unico cui affidarsi. E ad i cacciatori può essere soltanto addebitata una resilienza a diminuire le densità degli animali presenti sui territori qualora non vengano resi adeguatamente partecipi e responsabili del complesso della gestione faunistico-venatoria e divengano solo merce esecutiva di contorte cavillosità burocratiche. In questa direzione il regolamento ungulati, partorito nel lontano 2014 (sotto la giunta Chiodi) e mai modificato nella sostanza (durante la giunta d’Alfonso), ha dimostrato tutti i suoi limiti. E così anche la più generale distinzione fra aree “vocate” e “non vocate” per la specie cinghiale. Un paradosso, giacché i confini di siffatte aree sono stati disegnati dagli Atc su istanze non certo obiettive ed anche perché, in ragione dell’ampia adattabilità della specie, le aree “vocate” si estenderebbero dalle vette montane alle spiagge, dai parcheggi dei centri commerciali alle piscine degli alberghi sulla costa. Invece, andrebbe soltanto suddiviso il territorio venabile in aree omogenee di gestione al fine di stabilire delle densità obiettivo che tengano conto di tutte le componenti antropiche ed ambientali in gioco. E le densità obiettivo devono essere raggiunte o mantenute senza imporre la distinzione manichea fra caccia collettiva e caccia individuale, ma consentendo, fermi gli obiettivi, una corretta possibilità di scelta da parte dei cacciatori, rendendoli autori protagonisti e responsabili del raggiungimento dell’obiettivo prefissato e concordato e non meri “attuatori” od avversari. Premiando i virtuosi, piuttosto che minacciando roboanti ma inattuate sanzioni per gli ignavi.

Nel mentre, il cordone ombelicale da riallacciare, fra il mondo agricolo e quello venatorio, passa per il ripristino degli habitat (dai campi coltivati alle zone umide) idonei alla miglior riproduzione e sosta di tutta la selvaggina, cacciabile e non, che – come si può notare empiricamente – non trova affatto respiro attraverso la c.d. “libera evoluzione dei processi naturali”, ma che, in un contesto che paga i danni dello scempio della globalizzazione economica, abbisogna del recupero di molte attività agro-silvo-pastorali tradizionali, relitte da tutti i centri di potere e di amministrazione.

Il presidente regionale

Avv. Giacomo Nicolucci