lunedì 4 febbraio 2019

EPS Abruzzo: Commissione per l'abilitazione alla caccia della Provincia di Chieti incompetente

EPS Abruzzo

Comunicato stampa 


La Commissione incompetente (per gli esami venatori)

Con delibera di Giunta regionale del 25 gennaio 2019, in esito ad un percorso travagliato, è stata partorita (molto a ridosso delle elezioni!) la nuova composizione della Commissione per l’abilitazione all’esercizio venatorio operante in provincia di Chieti.

Le nomine avrebbero dovuto rispondere sia al generale disposto di cui all’art. 22 l. 157/1992, per cui sarebbero richieste persone particolarmente qualificate nelle materie oggetto di esame, sia al più preciso requisito indicato dalla Regione stessa attraverso la delibera di Giunta regionale del 18 giugno 201: «la qualificata esperienza nella materia di esame […] dei designati deve emergere da curriculum vitae redatto in formato europeo, da cui si desumano chiari elementi di connessione tra attività svolte e conoscenze possedute dall’interessato e la peculiare materia d’esame cui è candidato».

E tutto ciò, sorvolando sul criterio d’estrazione a sorte tra le materie, che certo non aiuta a corroborare la qualificazione e la preparazione della Commissione.

Non si può prescindere, al giorno d’oggi, rispetto a diverse realtà italiane ed europee che prevedono anche ben due anni di corsi di formazione per i cacciatori, dallo svolgimento di un esame serio da parte di una commissione competente e preparata, atta a verificare tutte le conoscenze che debbono presiedere acché si possa concedere la facoltà (non il diritto) di vagare per boschi e campi con un’arma da fuoco ad abbattere in maniera corretta la fauna venabile.

Ci si chiede, purtuttavia, dove siano stati rinvenuti questi chiari elementi di connessione nella seguente commissione:


   
Con il doveroso rispetto verso persone sovente molto impegnate nella creazione di una caccia migliore, sembra chiaro che o c’è stato un problema di formattazione informatica della tabella o la corrispondenza tra materie e competenza curriculare è stata lievemente disattesa.

Nell’augurio che la Regione rinsavisca rispetto al percorso gravemente involutivo intrapreso e che, così, provveda in autotutela a rivedere la composizione della commissione rispettando sia le previsioni di legge che i propri precedenti provvedimenti amministrativi, EPS Abruzzo annuncia di intraprendere un percorso di tutela legale e di rimettere - nel caso in cui tutto rimanga frattanto invariato - la documentazione ed i curricula all’attenzione delle magistrature competenti.

Lanciano, 1° febbraio 2019.

prof. avv. Giacomo Nicolucci

Riaperte alla caccia le ZPS della Provincia di Chieti. EPS Abruzzo: danno per la biodiversità

EPS Abruzzo

- Comunicato stampa –

«Penelope e il cinghiale»
La sconfitta della caccia sostenibile nella Regione Abruzzo


E’ dai tempi della giunta Chiodi e senza soluzione di continuità - a dimostrazione del fatto che fra la politica e la caccia non v’è alcuna relazione diretta di favore o sfavore - che il mondo venatorio abruzzese, e così la componente faunistica della Regione Abruzzo, subiscono, calati dall’alto senza concertazione e condivisione alcuna, provvedimenti assai discutibili, inidonei a provocare un salto di qualità della gestione faunistico-venatoria.

I provvedimenti su lepre italica, coturnice, beccaccia, il pessimo regolamento ungulati (cioè cinghiale), i censimenti, molte misure Patom, hanno introdotto regole e finzioni, hanno dimostrato minuetti tanto complicati quanto inutili, giacché favoriscono agevoli elusioni e consentono ogni anno, all’approssimarsi della stesura del calendario venatorio, di assistere alla solita solfa dell’assenza di dati e di restrizioni (in tal senso quasi autodeterminate) anche su specie che giammai vengono gestite, ma soltanto “lanciate”, come il fagiano.

L’ultima novità è rappresentata dalla riapertura alla caccia tutta delle zone di ripopolamento e cattura costiere della Provincia di Chieti.

Nulla quaestio in ordine al legittimo potere esercitato dalla Regione. Purtuttavia l’intervento, giustificato con l’esigenza di contenere i cinghiali e appoggiato sulla previsione del non ancora vigente nuovo Piano faunistico venatorio, non convince affatto. E, anzi, dimostra che l’Ufficio competente non si cura affatto né della gestione né del prelievo venatorio di specie diverse dall’irsuto suide e che tutto è contagiato dalla “febbre” cinghiale.

Vi è, infatti, che nel sistema di “caccia controllata” a carniere teorico, disegnato dalla ormai incancrenita legge nazionale e dalla pessima legge regionale abruzzese (per la cui modifica stiamo ancora aspettando quattordici anni di promesse politiche, persino nei punti – come per la vigilanza e gli esami - che in seguito allo svuotamento delle funzioni delle Province a seguito della riforma “Del Rio” sono diventati di indifferibile revisione), il territorio venabile, ai fini della sopravvivenza ed irradiamento della selvaggina, stanziale e migratrice, non può non prevedere ancora una distribuzione a scacchiera di zone rifugio che, peraltro, dovrebbero essere “gestite”, per espressa previsione normativa, e non soltanto lasciate tabellate e abbandonate a sé stesse.

Certamente la distribuzione di queste aree doveva essere rivista, in funzione della specifica collocazione, estensione e degli habitat che incorporano, nonché dell’interferenza con eventuali aree protette ed aree Natura 2000. Ma la soppressione tout-court, in nome della incapace gestione del cinghiale, costituisce un vulnus anche per la stessa conservazione della biodiversità che vi trova riparo e sopravvivenza. E, per questo, sarebbe stato necessario attivare anche le procedure previste per le valutazioni ambientali di competenza.

Non ci si può, del resto, affidare all’ipotetica attuazione, in loro vece, da parte degli Atc delle c.d. “zone di rispetto venatorio”, giacché, com’è noto, la gestione degli ambiti a volte è tutt’altro che imparziale, ma sovente localistica e attuata quasi col manuale “Cencelli” in ragione delle esigenze dei tesserati riferiti a ciascun componente del comitato di gestione.

E, se questa è l’impostazione del “minimale” nuovo Piano faunistico venatorio (ovviamente soltanto imposto e giammai concertato, e per giunta ancora una “bozza”, quanto a validità giuridica) ben c’è da essere preoccupati. Del resto, basta un confronto con i piani di altre regioni (Piemonte e Lombardia, ad esempio) per scoprirne le carenze e le manchevolezze.

E’ ora di dire basta. La scusante del cinghiale non può rappresentare l’appiglio per disfare anche quel che di buono era rimasto. Del resto, è ormai chiaro a tutti che l’«emergenza cinghiale» non si risolve con la caccia, ma abbisogna di un approccio multidisciplinare e di regole di gestione completamente diverse. Il fallimento, anche nelle altre regioni, dei soli strumenti venatori che si stanno tentando di imporre, ne è una dimostrazione.

La progressiva scomparsa dei campi coltivati, lo stacco netto tra la macchia esondante e le coltivazioni globalizzate o strade o centri abitati, ha portato i cinghiali dovunque. Gli habitat a loro favorevoli si creano con il semplice mancato sfalcio di un piccolo campo per un paio d’anni o la mancata coltivazione di un vigneto per lo stesso periodo. Nel mentre, pesa l’abbandono delle coltivazioni di montagna e l’uso tradizionale antropico dei boschi. In queste zone i cinghiali si stanno rarefacendo.

La modificazione del paesaggio agrario (ma più in generale agro-silvo-pastorale) tradizionale è un fenomeno ineluttabile per buona parte dell’Italia ed è oggetto da un po’di anni a questa parte di specifiche ricerche. Tutto ciò con la normale conseguenza dell’appropriazione di questi nuovi spazi da parte della fauna selvatica tutta (grandi carnivori compresi) anche in ambiente periurbano e urbano.

In questo contesto, la soluzione della caccia e degli abbattimenti è soltanto “emergenziale”, a volte è un palliativo e si scontra, appunto, con la primaria ed imprescindibile necessità di intervenire sugli habitat. E, per intervenire su questi occorre ridisegnare la programmazione dell’attività agricola nel nostro paese, anzi occorre proprio rivedere la vocazionalità specifica e, anche in ragione della ineluttabile crisi, consentire un ritorno all’economia tradizionale dell’agricoltura, piuttosto che lasciar fare alla mano della globalizzazione, che spiana e distrugge ogni tipicità, ogni biodiversità, ogni economia locale. Non è un caso che gli uffici “caccia” (rectius, di “gestione faunistico-venatoria”, come dovrebbero essere) siano incardinati presso le direzioni agricoltura. Il legame tra caccia è modo agricolo è un cordone ombelicale che è stato reciso alla nascita, sin dalla creazione del sistema di caccia sociale nella riforma del 1967, ma in realtà è l’unico afflato che consente la migliore convivenza, se non la sopravvivenza di entrambe le attività.

La caccia può rappresentare “uno” degli strumenti di gestione faunistica, ma non è certamente l’unico cui affidarsi. E ad i cacciatori può essere soltanto addebitata una resilienza a diminuire le densità degli animali presenti sui territori qualora non vengano resi adeguatamente partecipi e responsabili del complesso della gestione faunistico-venatoria e divengano solo merce esecutiva di contorte cavillosità burocratiche. In questa direzione il regolamento ungulati, partorito nel lontano 2014 (sotto la giunta Chiodi) e mai modificato nella sostanza (durante la giunta d’Alfonso), ha dimostrato tutti i suoi limiti. E così anche la più generale distinzione fra aree “vocate” e “non vocate” per la specie cinghiale. Un paradosso, giacché i confini di siffatte aree sono stati disegnati dagli Atc su istanze non certo obiettive ed anche perché, in ragione dell’ampia adattabilità della specie, le aree “vocate” si estenderebbero dalle vette montane alle spiagge, dai parcheggi dei centri commerciali alle piscine degli alberghi sulla costa. Invece, andrebbe soltanto suddiviso il territorio venabile in aree omogenee di gestione al fine di stabilire delle densità obiettivo che tengano conto di tutte le componenti antropiche ed ambientali in gioco. E le densità obiettivo devono essere raggiunte o mantenute senza imporre la distinzione manichea fra caccia collettiva e caccia individuale, ma consentendo, fermi gli obiettivi, una corretta possibilità di scelta da parte dei cacciatori, rendendoli autori protagonisti e responsabili del raggiungimento dell’obiettivo prefissato e concordato e non meri “attuatori” od avversari. Premiando i virtuosi, piuttosto che minacciando roboanti ma inattuate sanzioni per gli ignavi.

Nel mentre, il cordone ombelicale da riallacciare, fra il mondo agricolo e quello venatorio, passa per il ripristino degli habitat (dai campi coltivati alle zone umide) idonei alla miglior riproduzione e sosta di tutta la selvaggina, cacciabile e non, che – come si può notare empiricamente – non trova affatto respiro attraverso la c.d. “libera evoluzione dei processi naturali”, ma che, in un contesto che paga i danni dello scempio della globalizzazione economica, abbisogna del recupero di molte attività agro-silvo-pastorali tradizionali, relitte da tutti i centri di potere e di amministrazione.

Il presidente regionale

Avv. Giacomo Nicolucci

giovedì 31 gennaio 2019

WWF: in Provincia di Chieti revocate le ZRC per favorire l’inutile caccia di selezione

Comunicato stampa del 30 gennaio 2019

La Regione non si smentisce e regala all’ultim’ora (per evitare ricorsi?) altri dieci giorni ai cacciatori.

Saldi di fine legislatura e il colombaccio ne fa le spese.

In Provincia di Chieti revocate le ZRC per favorire l’inutile caccia di selezione

La Regione Abruzzo non si smentisce e con i saldi di fine legislatura regala altri dieci giorni ai cacciatori per andare in giro a sparare al colombaccio, prolungando il periodo di caccia alla specie - già molto lungo - fino al 10 di febbraio.
Il solito atteggiamento prono al volere dei cacciatori peraltro ammantato di quella "furbizia" terra-terra che spinge l'assessorato dei cacciatori (in Abruzzo dovrebbe essere questa la giusta denominazione) a modificare il calendario venatorio pochi giorni prima della scadenza fissata in precedenza, così da impedire qualsiasi nostro ricorso alla magistratura amministrativa che puntualmente sanziona le politiche filovenatorie e contra legem della Regione.
La fauna, invece di essere patrimonio indisponibile di tutti, continua ad essere ostaggio dei cacciatori - già responsabili della reintroduzione dei cinghiali e quindi di tutti i danni che ne derivano - e dei politici che gli vanno dietro alla ricerca di qualche voto... 
Ma non basta: l’atteggiamento filo cacciatori della Regione si misura anche con un altro recentissimo provvedimento. È stata da pochi giorni approvata una Delibera di Giunta che revoca le Zone di Ripopolamento e Cattura (ZRC) in Provincia di Chieti. Questo per rendere tali zone libere all’attività venatoria e consentire la caccia di selezione al fine di limitare la presenza dei cinghiali che nel territorio teatino stanno creando particolari problemi. Tutto questo a dispetto di tre dati di fatto importanti;
  1. La Regione continua a far finta di non accorgersi che le scelte sin qui attuate di contenimento dei danni attraverso la caccia sono fallimentari: si spara ai cinghiali oramai praticamente tutto l’anno e i danni non sono in alcun modo diminuiti.
  2. Se non bastasse l’esperienza anche la scienza, con uno studio condotto in tutta Europa, ha evidenziato che la caccia nei fatti aumenta i problemi: i branchi destrutturati sono fonte di maggiori danni mentre l’eliminazione delle femmine adulte provoca una anticipata fertilità delle giovani con aumento numerico degli individui presenti nel territorio.
  3. Il problema è stato creato dai cacciatori con l’introduzione di cinghiali a scopo venatorio. Sperare che lo risolvano proprio coloro che hanno voluto il soprannumero e che hanno tutto l’interesse ad avere sempre a disposizione animali da uccidere è francamente nella migliore delle ipotesi un atteggiamento di una ingenuità sconcertante.

WWF Italia Onlus, Abruzzo

L’area faunistica di Lecce dei Marsi affidata ai cacciatori. Il WWF: i cervi sono fauna selvatica da tutelare e non selvaggina


Comunicato stampa del 31 gennaio 2019

La strana decisione assunta da Comune e Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise

L’area faunistica di Lecce dei Marsi affidata ai cacciatori

Il problema è l’approccio: i cervi sono fauna selvatica da tutelare e non selvaggina


Il cervo (Cervus elaphus hippelaphus) per il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise è un importante rappresentante della fauna selvatica nonché la dimostrazione vivente di un successo conservazionistico: è stato proprio il Parco, nei primi anni ’70 del secolo scorso, a curarne la reintroduzione nel proprio territorio nel quale si era estinto anche, diciamolo, a causa di un intenso bracconaggio. Già perché per i cacciatori, o almeno per molti tra loro il cervo è invece selvaggina. Lo dimostra il fatto che il mondo venatorio abruzzese in più occasioni, ha espresso la volontà di renderlo cacciabile, al pari di altre specie di ungulati. Volontà che fino ad oggi non si è tramutata in realtà solo grazie all'impegno del mondo ambientalista che si è sempre opposto

Fatta questa premessa appare abbastanza sconcertante la notizia, di pochi giorni fa, dell’accordo firmato dall’amministrazione comunale di Lecce dei Marsi insieme al Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, per concedere la gestione dell’area faunistica del Cervo alla sezione locale di cacciatori.

Fermo restando che l’area faunistica è collocata nel perimetro della ZPE dell’area protetta e che l’accordo comporterà uno sgravio di investimento di risorse da parte del Parco, sia dal punto di vista economico sia per le ore lavorative del personale, la collaborazione con il mondo venatorio nella gestione di strutture faunistiche del Parco solleva non poche perplessità.

Siamo consapevoli che l’Ente pubblico debba mantenere aperto il dialogo con tutti gli attori del territorio e considerare ogni realtà presente nei comuni del Parco. In tal senso i cacciatori locali possono anche rivestire un ruolo di interlocutori, soprattutto per quanto attiene le modalità di istituzione e di governo delle aree contigue che attendono di vedere attivata una reale gestione. Questo non toglie che condividere la responsabilità di strutture che ospitano specie faunistiche è tutt’altra questione. Per dirigere azioni, attività e strutture in modo congiunto, bisogna avere perlomeno, gli stessi obiettivi e le stesse visioni. Non si può far finta di non sapere che molti tra i cacciatori abruzzesi al Cervo sparerebbero volentieri. Al di là, quindi, delle questioni pratiche di gestione, il dubbio è nell’impostazione stessa del provvedimento: si va ad affidare la cura di animali a chi, se ne avesse la possibilità, li renderebbe oggetto di abbattimento per semplice divertimento.

La speranza è che prendersi cura dei cervi induca almeno qualche cacciatore ad abbandonare il fucile e a convertirsi a un sano ambientalismo. In attesa di tali auspicati ripensamenti, la questione merita tuttavia una attenta riflessione. Le aree faunistiche necessitano sicuramente di una revisione e di un ripensamento generale sulla loro reale funzione, vanno indubbiamente adeguate e aggiornate rispetto alla situazione odierna di presenza delle specie in natura e di modalità di presentazione al pubblico. Nel frattempo, però, a chi le visita, si propone comunque un messaggio educativo e di conoscenza, che deve essere quanto più possibile chiaro e rappresentativo dell’area protetta. Un messaggio che non deve diventare un cavallo di Troia per cominciare a diffondere tra i cittadini e i turisti una visione sbagliata e pro-abbattimenti del ruolo dei grandi ungulati sulle montagne d’Abruzzo.


WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

martedì 29 gennaio 2019

Gestione e vigilanza sulla caccia, la Regione Abruzzo “dimentica” anche gli obblighi di legge

Comunicato stampa del 28 gennaio 2019

Una richiesta di accesso agli atti del WWF mette in luce ancora una volta gravissime carenze.

Gestione e vigilanza sulla caccia, la Regione Abruzzo “dimentica” anche gli obblighi di legge.

Chiediamo al prossimo presidente di riorganizzare finalmente il settore a cominciare dai controlli.
Il WWF ha richiesto ufficialmente alla Regione Abruzzo i dati dal 2015 al 2018 sullo stato dei servizi preposti alla vigilanza in materia di caccia e il numero di accertamenti; informazioni necessarie per avere un quadro aggiornato sullo stato della vigilanza venatoria nel territorio. Sono state richieste informazioni anche sull’attuale pianificazione faunistico-venatoria e in particolare i dati sugli abbattimenti, la consistenza numerica dei cacciatori e numeri aggiornati sulle immissioni di selvaggina. Il risultato è semplicemente desolante sia dal punto di vista della quantità e qualità dei dati in possesso dell’Ente regionale, sia in merito alla vigilanza venatoria in Abruzzo.

La Regione Abruzzo non possiede i dati e le informazioni minime sulla fauna selvatica, sulla caccia e sulla vigilanza venatoria, neppure quelli che dovrebbe avere secondo quanto disposto dalle normative nazionali e regionali. Il WWF ha chiesto i “rapporti informativi sulla vigilanza nelle diverse province” delle ultime 3 annualità. La raccolta di questi dati è prevista dalla L. 157/92 e dalla L.R. 10/2004. La Regione ha comunicato al WWF solo i dati del 2015 o, in altri casi, solo i dati del 2016. Informazioni peraltro incomplete: in alcuni casi mancano il numero delle unità addette o quello delle giornate di servizio o il numero dei verbali redatti.

Ancora. La Regione scrive al WWF di non essere in possesso della “relazione illustrativa delle immissioni di selvaggina” (relazione prevista dalla stessa legge regionale che evidentemente l’ente per primo non rispetta) e ci chiede di rivolgerci agli Ambiti Territoriali di Caccia (AATTCC) per ottenere queste informazioni. A questo punto c’è da chiedersi come faccia la Regione a effettuare la funzione ispettiva sulla gestione degli AATTCC se non conosce come vengono fatte le immissioni di selvaggina che rappresentano la voce più importante dei bilanci degli Ambiti?

Le Polizie Provinciali, di fatto smantellate dalla disastrosa recente riforma di quegli enti, non svolgono oramai quasi più la vigilanza venatoria a causa del forte ridimensionamento degli organici e dello spostamento ad altre mansioni. Dai dati forniti dalla Regione Abruzzo emerge che la Polizia Provinciale di Teramo nel 2015 ha riscontrato un solo illecito amministrativo e 2 penali. La Provincia di Pescara è riuscita a fare peggio: in quasi 2 anni (da gennaio 2015 ad ottobre 2016) ha riscontrato zero illeciti penali e zero amministrativi! Le altre due province abruzzesi sin sono invece mostrate più attive nel campo della vigilanza venatoria: la Polizia Provinciale di Chieti nel 2016 ha irrogato 26 sanzioni amministrative e 8 penali mentre quella de L’Aquila 75 sanzioni amministrative e nessun penale.

Nel complesso anche in questa circostanza la Regione ha dimostrato le proprie gravissime carenze nella gestione faunistico venatoria fino al punto limite di non avere a disposizione neppure i rapporti informativi sulla vigilanza venatoria che, per legge, dovrebbe procurarsi dalle Province e trasmettere, ogni anno, al Ministero delle Politiche Agricole.

Già nel 2016 del resto l’Abruzzo era tra quelle Regioni che, secondo il rapporto dell’Ispra “Analisi dei dati dei tesserini venatori”, non avevano fornito i dati necessari ad assicurare il rispetto dei principi di rigorosa verifica e di costante monitoraggio del prelievo venatorio degli uccelli, imposti dalle Direttive dell’Unione Europea.

«L’auspicio del WWF – sottolinea il coordinatore regionale delle guardie WWF Claudio Allegrino - è che il prossimo Presidente della Regione e la prossima giunta regionale rispettino e facciano rispettare le leggi in materia di caccia e di tutela della fauna e risolvano la grave e non più tollerabile carenza relativa alla vigilanza venatoria».

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

venerdì 25 gennaio 2019

Abruzzo. Investono animali nel Parco e filmano la mattanza: denunciati 3 cacciatori

Pacentro (Aq). Una mattanza quella dei 3 cacciatori di Campo di Giove documentata da un video che uno di loro ha poi trasmesso. Dalle immagii, a bordo di un fuoristrada, i 3 inseguono e investono decine e decine di animali del branco, in Zona B nel Parco della Maiella. La registrazione è stata caricata su Whatsapp e ricondivisa decine di volte. Venuti a conoscenza del fatto e riconosciuti i luoghi, i Carabinieri forestali delle stazioni del parco di Pacentro e Cansano, nell’aquilano, hanno voluto fare luce sui responsabili, identificandoli e rintracciandoli.

Un motivo di vanto, una follia quella di colpire alla cieca nel branco di cinghiali, colpendone e investendone a decine sulla provinciale 54, strada per Fonte Romana, nel territorio di Pacentro. Il fatto è accaduto nella notte del 14 gennaio, in località valle Messere. Nel gruppetto di cacciatori di Campo di Giove, uno ha 53 anni, uno 55 anni e l’altro è un 43enne, e sembrano proprio divertirsi ad investire le povere bestiole in area parco naturalmente, con divieto di caccia assoluto e per giunta in un periodo, metà gennaio, in cui è vietata l’attività venatoria. Dopo aver investito le bestiole, le doppiette hanno cercato di ucciderle per portarsele a casa. Identificati dal filmato postato in rete i componenti del branco sono stati deferiti alla procura della Repubblica di Sulmona (Aq) e dovranno rispondere delle accuse di tentativo di uccisione e maltrattamento degli animali, uccisione, cattura e prelievo di specie protette, caccia in periodo di divieto e nei parchi nazionali, disturbo alle specie e istigazione a delinquere.

Il fatto che si tratti di cinghiali non cambia le cose, anzi le peggiora. Se questi ungulati sono in soprannumero è certo un nostro problema da risolvere con intelligenza, spiegano gli esperti e le associazioni ambientaliste. Premesso che, se ci saranno molti altri cinghiali in quest’area dobbiamo ringraziare anche questi 3 cacciatori, oltre agli Ambiti territoriali di caccia, perché uccidendo gli adulti di cinghiale s’innesca una risposta compensativa nella fertilità, dunque gli animali di quel branco aumentano di numero e cresce la dispersione. La conferma arriva da uno studio pubblicato dalla rivista Pet management science, report firmato da diversi autori di origine europea (G. Massei et al., “Wild boar populations up, numbers of hunters down? A review of trends and implications for Europe”. Pet Management Science, volume 71, aprile 2015, pp. 492-500). Spieghiamo, con l’aiuto del Wwf Abruzzo, l’attuale situazione e i relativi conti da pagare:

Il problema cinghiali esiste perché, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso e sino a pochi anni fa ci sono state immissioni a scopo venatorio per consentire ad una minoranza di cacciatori di divertirsi sparando e uccidendo. Chi ha creato il danno deve pagarne le conseguenze anche in termini economici. Il risarcimento dei danni da cinghiale va di conseguenza attribuito interamente agli Ambiti territoriali di caccia (Atc) – sottolinea Wwf Abruzzo – Oggi sono invece i danneggiati a pagare i danni attraverso tasse, dirette e indirette, che gravano su tutti i cittadini. Altro punto è l’inefficacia delle misure di controllo perché i danni non sono affatto diminuiti. Chi mai del resto affiderebbe la riparazione di un danno proprio a chi questo danno lo ha creato così come fa l’Abruzzo con i cacciatori – commenta l’associazione del Panda – È ora di cambiare radicalmente strategia ragionando con criteri scientifici“.

domenica 16 dicembre 2018

La posizione del Consiglio Direttivo del Pnalm sulle polemiche relative al Patom.

La posizione del Consiglio Direttivo del Pnalm sulle polemiche relative al Patom. 
"L’iniziativa contro il PATOM, svoltasi nel Comune di Picinisco, è puramente strumentale e finalizzata evidentemente ad altri obiettivi, come quello di evitare qualsiasi controllo sull’attività dell’Azienda faunistica venatoria."

In riferimento alle manifestazioni di contrarietà rivolte, in maniera del tutto strumentale, al PATOM (Piano d'Azione nazionale per la tutela dell'Orso bruno Marsicano) che hanno avuto luogo nel versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e alle dichiarazioni del vice presidente, oggetto di polemiche e richiesta di dimissioni, il consiglio direttivo del Parco, all’unanimità, ha approvato il documento seguente. 
“Il PATOM è il principale protocollo per la definizione delle strategie di conservazione dell’Orso marsicano e rappresenta il documento programmatico di riferimento per il consiglio direttivo del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, che svolge la propria azione di organo di gestione dell’area protetta, finalizzata alla conservazione della specie. La sua redazione si è basata sulle migliori e più aggiornate conoscenze scientifiche e su un processo di ampia partecipazione per la definizione degli obiettivi, dei metodi e delle azioni necessarie a garantire un migliore stato di conservazione dell’Orso marsicano in tutto l’Appennino centrale. 
Il PATOM è stato sottoscritto, già a partire dal 2006, da numerosi Enti (Ministero dell’Ambiente, Regioni, Province, Aree protette, ISPRA, Carabinieri Forestali), Università e organizzazioni non governative, che hanno sentito la necessità, condivisa, di intervenire in modo coordinato sul territorio, per il raggiungimento del comune obiettivo di tutela della specie. Ogni indirizzo e decisione di questo Consiglio, rispetto alla gestione dell’Orso marsicano, si inserisce nelle linee di pianificazione individuate dal PATOM e dalle normative per la gestione della fauna. La tutela della popolazione residua di Orso marsicano, sottospecie unica al mondo, dallo straordinario valore conservazionistico, ecologico e simbolico, rappresenta una priorità nell’indirizzo di gestione ed è responsabilmente condivisa da tutti i membri del Consiglio.
L’iniziativa contro il PATOM, svoltasi nel Comune di Picinisco, è puramente strumentale e finalizzata evidentemente ad altri obiettivi, come quello di evitare qualsiasi controllo sull’attività dell’Azienda faunistica venatoria. Quali limitazioni a zootecnia, selvicoltura, raccolta funghi, turismo montano, attività edilizie o artigianali, i territori hanno subito da quando il PATOM è in vigore? Quali sindaci hanno dovuto vietare in nome del PATOM queste attività? Creare cortine fumogene per non affrontare i problemi non aiuta le comunità locali a difendere i propri interessi, come dimostrano le decisioni dei giudici amministrativi di questi ultimi 2 mesi sulla caccia in Zona di Protezione Esterna. Continuare ad attardarsi a rimettere in discussione la legittimità degli atti e l’autorità del Parco e del suo servizio di sorveglianza risponde ad interessi che non sono quelli dei cittadini che vivono nel Parco.
Una delle attività che nel territorio deve trovare una nuova e più efficace programmazione è sicuramente quella venatoria, ma per essa servono strumenti normativi, come l’istituzione dell’area contigua, che attende di vedere la luce dall’emanazione della Legge Quadro sulle Aree Protette. Nell’area contigua, l’attività venatoria viene esercitata dai cacciatori residenti e, dunque, per essi non si determina alcuna restrizione.
L’Ente Parco non si è mai sottratto all’ascolto e al dialogo con i territori e si mette a disposizione per incontrare e spiegare pubblicamente le decisioni gestionali intraprese, nella consapevolezza che un confronto costruttivo interessa la maggioranza dei cittadini. Pertanto, la chiarezza e correttezza sul PATOM, evitando messaggi non corretti, è utile a tutti. Ancora una volta, i documenti, le norme, le indicazioni, hanno senso se trovano concretezza in chi li vede come un’opportunità di crescita e di confronto ed è disposto a raccogliere la sfida di rendere il territorio appenninico un modello di gestione delle aree protette. 
Comunicato stampa n. 33/2018

sabato 15 dicembre 2018

Divieto di caccia nei propri fondi agricoli: dalla Regione Abruzzo soltanto silenzio. Il WWF: si profilano omissioni


Comunicato stampa del 15 dicembre 2018

Divieto di caccia nei propri fondi agricoli: dalla Regione Abruzzo soltanto silenzio

Il WWF: si profilano omissioni in merito agli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni


La Regione Abruzzo continua a tacere in relazione alla problematica sollevata dal WWF Abruzzo circa l’esercizio del diritto di vietare la caccia nel proprio fondo in occasione dell’approvazione del nuovo Piano Faunistico Venatorio Regionale, già adottato dalla Giunta regionale e in attesa di essere approvato dal Consiglio regionale.

Al momento, infatti, non si trova, sul sito web della Regione, alcuna forma di pubblicizzazione in merito all’esercizio di questa possibilità né alcuna informazione sulle modalità di attuazione.

Dichiara Luciano di Tizio Delegato Regionale del WWF Abruzzo: «Si tratta di un diritto sancito dalla legge nazionale sulla caccia (n. 157/92) che si può esercitare soltanto ogni volta che viene rinnovato il Piano Faunistico Venatorio Regionale. In Abruzzo purtroppo, per colpa della negligenza dei governi regionali succedutisi nel tempo, questo accade nei fatti soltanto ogni vent’anni visto che sono trascorsi appunto ben 20 anni dall’ultimo Piano approvato!»

L’Emilia-Romagna, che in queste settimane ha adottato il nuovo Piano Faunistico Venatorio Regionale, ha reso pubbliche sia le modalità di esercizio del diritto di esclusione dei fondi sia la modulistica specifica, al contrario della Regione Abruzzo.

Conclude Luciano Di Tizio: «Il silenzio del nostro governo regionale potrebbe indurre qualcuno a pensare che vi sia una volontà precisa a non pubblicizzare questa possibilità data dalla legge e a non fornire le giuste informazioni alla cittadinanza in modo da impedire l’esercizio del sacrosanto diritto ad avere i propri terreni sottratti all’attività venatoria. Sono tantissime le persone che si rivolgono alla nostra Associazione perché non possono uscire di casa a causa della pericolosa presenza di cacciatori nell’immediata vicinanza delle proprie case. E gli “incidenti” di caccia, anche mortali, sono sempre più frequenti!».

In questi giorni i legali del WWF stanno lavorando sulla possibilità di rivolgersi al Responsabile della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza della Regione Abruzzo previsto dal Codice della Trasparenza (D.Lgs. 33/2013) e che ha il compito di vigilare sugli gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni allo scopo di vedere presto approvate e pubblicizzate le modalità di accoglimento delle richieste dei proprietari di fondi agricoli che intendano vietare la caccia nei propri fondi.

Il WWF, nelle more che la Regione dia un segnale, suggerisce intanto a tutti gli interessati di scrivere una comunicazione via email o posta elettronica certificata (PEC) alla Regione (vedi scheda in calce al presente comunicato) anticipando la volontà di vietare la caccia nei propri fondi.


Abruzzo: fondi da sottrarre alla caccia. Come fare?

Possiedi un fondo o un terreno in Abruzzo?

Vuoi vietare la caccia o l’accesso ai cacciatori?

È possibile farlo senza spendere soldi per realizzare recinzioni o altri manufatti costosi. Il proprietario o il conduttore che intenda vietare la caccia nel proprio fondo può richiederlo alla Regione, entro trenta giorni dalla pubblicazione del nuovo Piano faunistico-venatorio, che viene, di norma, aggiornato ogni cinque anni (art. 15, commi 3° e 6°, della legge n. 157/1992).

Il nuovo Piano faunistico-venatorio sta per essere approvato dall’assemblea legislativa della Regione Abruzzo ma l’Ente non ancora ha disposto la modulistica, pubblicizzato le disposizioni generali e le condizioni di ammissibilità riferite alle richieste di sottrazione dei fondi agricoli all’attività venatoria.

Scrivi alla Regione Abruzzo, Dipartimento dello Sviluppo Rurale, Caccia e Pesca chiedendo le modalità e la modulistica per sottrarre il tuo fondo alla caccia, anticipando chiaramente nel testo la volontà di vietare la caccia nei tuoi terreni.

Posta Elettronica Certificata (PEC): dpd@pec.regione.abruzzo.it

oppure Posta Elettronica ordinaria: dpd@regione.abruzzo.it

venerdì 14 dicembre 2018

Montenerodomo (Ch). Cacciatore ferito da un cinghiale ritrovato nel bosco dai carabinieri forestali

Cacciatore ferito da un cinghiale ritrovato nel bosco dai carabinieri forestali
L’ungulato ha caricato l’uomo durante una braccata a Montenerodomo 


Un cacciatore di Quadri è rimasto ferito ieri pomeriggio nel corso di una braccata in località Casale del Comune di Montenerodomo. L'uomo, nel bosco con i suoi compagni di squadra, è stato ferito ad una gamba da un cinghiale ed è rimasto tra la vegetazione.

Sono stati i suoi colleghi cacciatori ad allertare i carabinieri forestali della stazione di Torricella Peligna che hanno avviato le ricerche e lo hanno rintracciato attorno alle 17.

Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 di Villa Santa Maria che hanno prestato i primi soccorsi e poi lo hanno trasportato in ambulanza all'ospedale di Lanciano dove è stato sottoposto alle cure del caso e successivamente dimesso.

"Secondo quanto riferito dal cacciatore - spiega una nota dei carabinieri forestali - il grosso ungulato, dopo averlo caricato frontalmente, lo ha colpito ad una gamba con le zanne ed il corpo lanciato ad alta velocità. L'uomo è riuscito a sparare, ma i colpi non hanno impedito la carica dell'animale".

Sono ancora in corso gli accertamenti da parte dei carabinieri forestali per ricostruire l'esatta dinamica dell'incidente di caccia. 

sabato 1 dicembre 2018

Il WWF: «La Regione Abruzzo pubblicizzi la possibilità di vietare i campi alle doppiette»


Comunicato stampa del 1 dicembre 2018 
  
In alcune condizioni è possibile chiedere che i propri fondi agricoli siano esclusi dal libero accesso dei cacciatori, ma la legge prevede che questo si possa fare solo nei trenta giorni successivi all’approvazione del Piano Faunistico Venatorio, ora imminente in Abruzzo con ventennale ritardo

Il WWF: «La Regione Abruzzo pubblicizzi la possibilità di vietare i campi alle doppiette»

Inviata ieri una lettera con questa richiesta all’assessore Dino Pepe e al dirigente del settore


Il WWF ha scritto ieri una nota all’Assessore regionale allo Sviluppo Rurale, Caccia e Pesca Dino Pepe e al Dirigente del Dipartimento Politiche dello Sviluppo Rurale per chiedere che, in occasione della fase conclusiva dell’iter di approvazione (con enorme ritardo) del Piano Faunistico Venatorio Regionale sia adeguatamente pubblicizzata la norma che consente ai proprietari o ai conduttori di chiedere l’esclusione dei propri fondi dall’esercizio dell’attività venatoria, ai sensi dell’art. 15 della legge 157/92 e s.m.i..

«La normativa nazionale sulla protezione della fauna selvatica omeoterma e sul prelievo venatorio – scrive il WWF nella sua nota - prevede la possibilità per il proprietario o il conduttore di un fondo di chiedere l’esclusione dei propri terreni dalla cosiddetta gestione programmata della caccia (art. 15, commi 3° – 6°, della legge n. 157/1992 e s.m.i.): per ottenere tale esclusione il proprietario o il conduttore deve inoltrare, entro trenta giorni dalla pubblicazione del piano faunistico-venatorio, al Presidente della Regione richiesta motivata da esaminarsi entro 60 giorni (art. 2 della legge n. 241/1990 e s.m.i.)».

«La richiesta – precisa l’associazione - dev’essere accolta se non ostacola l’attuazione della pianificazione faunistico-venatoria (art. 10 della legge n. 157/1992 e s.m.i.). È accolta, inoltre, in casi specificatamente individuati con norme regionali, quando l’attività venatoria sia in contrasto con l’esigenza di salvaguardia di colture agricole specializzate nonché di produzioni agricole condotte con sistemi sperimentali o a fine di ricerca scientifica, ovvero quando sia motivo di danno o di disturbo ad attività di rilevante interesse economico, sociale o ambientale».

Ebbene, benché l’iter approvativo del nuovo Piano Faunistico Venatorio sia nelle fasi finali e benché dunque sia ragionevole ipotizzare la sua pubblicazione a breve, la Regione Abruzzo non ha al momento provveduto, come sarebbe suo dovere nell’interesse dei cittadini tutti, a fare in modo che i proprietari/conduttori siano adeguatamente informati della possibilità di esercitare tale diritto. Non risulta infatti sul sito web istituzionale alcun riferimento alle modalità, alle disposizioni generali e alle condizioni di ammissibilità riferite alle richieste di sottrazione dei fondi agricoli all’attività venatoria, né è chiarito a quale servizio debba essere presentata la richiesta e non è presente idonea modulistica.

«A questo punto la Regione deve dimostrare – commenta il coordinatore regionale delle guardie ambientali WWF Claudio Allegrino – di avere a cuore l’interesse di tutti gli abruzzesi e non soltanto quello della piccola minoranza dei cacciatori mettendo in condizione chiunque voglia e ne abbia diritto a sottrarsi all’incubo degli spari che in molti casi assediano letteralmente le abitazioni rurali e i piccoli borghi».

«Una occasione davvero “storica” da non sciupare», sottolinea il delegato Abruzzo del WWF Italia Luciano Di Tizio, che spiega: «I piani faunistici andrebbero rinnovati ogni cinque anni, quindi ogni cinque anni i proprietari e i conduttori dei fondi agricoli dovrebbero avere a disposizione una finestra per sottrarre i propri terreni, se hanno i requisiti di legge, all’invadenza dei cacciatori. Il piano faunistico attualmente in vigore e che sta per essere sostituito da quello nuovo risale invece ormai a un ventennio or sono: con la sua inadempienza la Regione ha impedito a una intera generazione di esercitare un proprio diritto. Mi auguro che oggi voglia porre per quanto possibile rimedio pubblicizzando al massimo l’opportunità concessa dalla legge».

WWF Italia Onlus, Abruzzo
abruzzo@wwf.it

Consulta: no all’uso dei cacciatori per il controllo della fauna selvatica. A sollevare la questione era stato il Tar Abruzzo

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 44 della legge regionale n.10 del 2004 sulla caccia, nella parte in cui, al quinto periodo del comma 2, statuisce che le guardie venatorie, nel dare attuazione ai piani di abbattimento di specie di fauna selvatica, «possono avvalersi», tra l’altro, anche «dei cacciatori iscritti o ammessi agli ATC interessati, nominativamente segnalati dai comitati di gestione», e annovera questi ultimi, alla lettera c) del comma 6, fra coloro che attuano tali piani.


A sollevare la questione di legittimità costituzionale era stato il Tar per l’Abruzzo nell’ambito del ricorso presentato da Enpa, Lega antivivisezione (LAV) e Lega nazionale per la difesa del cane (LNDC), per ottenere l’annullamento della delibera del presidente della Provincia di Teramo del 10 marzo 2016, n. 92, con cui l’ente ha adottato il piano di controllo triennale 2016/2018 delle popolazioni delle volpi, adottata in attuazione dell’art. 44 della legge della Regione Abruzzo n. 10 del 2004.

Fonte: lastampa.it del 30 novembre 2018

martedì 23 ottobre 2018

Balsorano (Aq). Cacciatore di 22 anni trovato morto con un colpo di fucile al petto

Giovane cacciatore è stato rinvenuto privo di vita nei pressi del Santuario Sant’Angelo in territorio di Balsorano (L'Aquila). N. C., 22enne di Balsorano, era nei boschi delle montagne del centro rovetano. Sul corpo un colpo di fucile da caccia e per questo la Procura della Repubblica, Pm Maurizio Cerrato, ha disposto gli accertamenti per stabile le cause della morte. La salma è stata trasferita all’obitorio di Avezzano e questa mattina un medico legale della Asl dovrebbe eseguire la ricognizione cadaverica e la prova stub. C’è il sospetto da parte degli inquirenti che il giovane si sia tolta la vita sparandosi un colpo di fucile.

Sul posto i carabinieri forestali non hanno rinvenuto nessuna lettera appartenente alla vittima. Da una prima ricostruzione sembra che il giovane sia uscito domenica con il suo fucile per la caccia di cui era appassionato. Non vedendolo rientrare nella notte, ieri mattina, i genitori hanno presentato una denuncia. Assieme agli altri cacciatori della zona si sono messi alla ricerca del giovane e, dopo lunghe ore, lo hanno trovato ormai esanime. Il corpo è stato trovato in via della Cisterna nella zona nord del paese. Non si esclude neppure che il decesso sia avvenuto a seguito di un episodio accidentale.

Fonte: ilmessaggero.it del 23 ottobre 2018

Cervo ucciso a Capistrello (Aq): sequestrati licenze, armi e munizioni a sette cacciatori

Capistrello – E’ stato deferito all’Autorità Giudiziaria per caccia illecita il cacciatore responsabile dell’uccisione di un esemplare di cervo a Capistrello. Per le altre sette persone è scattato il divieto di detenzione delle armi e munizioni poiché i soggetti sapevano della caccia illegale e non hanno denunciato il reato all’Autorità preposta al controllo. I Carabinieri Forestale di Canistro hanno acquisito 39 (trentanove) fucili, 4 (quattro) pistole, 264 (duecentosessantaquattro) munizioni a palla unica e hanno ritirato 7 (sette) libretti personali per licenza di porto di fucile a Q.O. di anni 43, F.O. di anni 51, S.D.P. di anni 20, E.C. di anni 22, M.S. di anni 30, D.S. di anni 53 e N.S. di anni 61, perché il loro comportamento è stato ritenuto non appropriato a garantire il non abuso delle armi, ai sensi dell’art.39 del Testo Unico Leggi Pubblica Sicurezza.

Nei giorni scorsi, i Carabinieri Forestale di Canistro (AQ), congiuntamente a Carabinieri Forestale di Balsorano, Calano e Tagliacozzo, hanno effettuato controlli sull’attività venatoria e hanno identificato diverse persone che si trovavano nella zona antistante un manufatto adibito a “casa di caccia”, nel Comune di Capistrello (AQ), nei pressi del quale erano visibili numerose tracce di sangue e al cui interno vi era un animale scuoiato di grossa taglia, che si è scoperto essere un cervo di circa quattro anni ucciso durante una battuta di caccia.

Fonte: marsicanews.com del 22 ottobre 2018